La partita decisiva non si gioca sulle dichiarazioni, ma sulla capacità di trasformare governance industriale e cooperazione transatlantica in capacità operative concrete. Nella main hall del Bayerischer Hof la parola chiave è stata “responsabilità”. Nei colloqui a margine è stata “capacità”. Tra queste due dimensioni si misura, oggi, la traiettoria dell’autonomia strategica europea. L’intervento di Carmine America, founder & ceo di Prima Sidera
Alla Munich Security Conference 2026 si sono svolte due conferenze parallele. Una, visibile, scandita dagli interventi nella main hall del Bayerischer Hof. L’altra, meno formale ma non meno decisiva, distribuita tra bilaterali, side events, incontri tra industria, investitori e decisori.
Non si tratta di una differenza di tono, ma di funzione. La prima ha definito la cornice politica; la seconda ne ha misurato la sostenibilità operativa.
Nella sala plenaria il messaggio è arrivato forte e chiaro: l’Europa deve rafforzare il proprio ruolo nella sicurezza collettiva, consolidare la propria postura e assumere maggiore responsabilità nel quadro transatlantico. Tra i corridoi, la domanda ricorrente non era se questa direzione fosse condivisa. Era un’altra: l’Europa dispone della struttura industriale necessaria per trasformare volontà politica e risorse finanziarie in capacità operative coerenti con l’attuale contesto strategico?
Il discorso di apertura del cancelliere tedesco Friedrich Merz ha fornito un primo elemento di risposta. Nel delineare quella che molti osservatori hanno già definito come “Merz Doctrine”, il cancelliere ha sostenuto che l’Alleanza Atlantica non possa più essere interpretata come una relazione asimmetrica fondata sulla delega implicita della sicurezza europea agli Stati Uniti.
La partnership transatlantica resta centrale ma deve poggiare su un’Europa capace di contribuire con capacità proprie, industrialmente sostenibili e tecnologicamente avanzate. Il punto non è la distanza da Washington, ma la maturità industriale di Bruxelles, Berlino, Roma e Parigi. Letta in chiave industriale, la Merz Doctrine implica un passaggio decisivo: l’autonomia strategica non è una dichiarazione politica, ma una funzione della base produttiva. Se l’Europa vuole agire da attore credibile, deve disporre di una struttura industriale capace di sostenere programmi complessi, standard interoperabili e cicli di innovazione compatibili con la pressione geopolitica. Non è una questione di spesa in sé, ma di architettura industriale.
Nel secondo giorno di conferenza, l’intervento del Segretario di Stato Usa Marco Rubio ha completato il quadro. Pur ribadendo l’impegno statunitense verso la sicurezza europea, Rubio ha chiarito che la cooperazione resta la via preferenziale e che essa presuppone un contributo europeo sostanziale. Il messaggio, al di là del tono diplomatico, è stato recepito negli ambienti industriali come un segnale di convinta apertura: gli Stati Uniti non vedono un’Europa industrialmente più robusta come elemento di frizione ma come un fattore di rafforzamento dell’ecosistema transatlantico della difesa.
La collaborazione tecnologica e industriale non è alternativa all’autonomia europea. Ne è una componente strutturale. È però nei colloqui informali che questa convergenza ha assunto contorni più concreti. Il tema ricorrente è stato quello dell’“execution gap”: il divario tra la rapidità delle decisioni politiche e la capacità dell’industria di assorbire capitale, scalare la produzione, completare processi di certificazione e integrare nuove soluzioni in piattaforme esistenti o in fase di sviluppo.
L’Europa non soffre soltanto di livelli di investimento storicamente bassi. Soffre di rigidità strutturali che rallentano la conversione delle risorse in capacità. In questo senso, Monaco ha reso evidente un punto spesso assente dal dibattito pubblico: l’industria della difesa non è un mercato puramente “demand-driven”. È un ecosistema governato da architetture. L’accesso ai programmi, la definizione delle interfacce tecnologiche, la gestione dei percorsi di qualificazione e certificazione costituiscono filtri che determinano chi è in grado di trasformare innovazione in posizione economica stabile. In un contesto dominato dai grandi OEM europei, la collocazione all’interno dell’architettura industriale conta quanto, se non più, della qualità intrinseca della tecnologia. È qui che l’autonomia strategica incontra la realtà della supply chain. Aumentare i budget, senza intervenire sui meccanismi di governance industriale, rischia di rafforzare i nodi già dominanti della filiera, senza generare una diffusione reale di capacità. Al contrario, una riflessione sull’architettura, su chi controlla gli standard, le interfacce e i tempi di certificazione, diventa parte integrante della strategia europea.
L’auspicato consolidamento europeo va letto in questa chiave. Non può essere soltanto un fenomeno finanziario, ma una riorganizzazione delle filiere industriali. Internalizzare competenze critiche, presidiare i colli di bottiglia tecnologici, rafforzare la governance delle piattaforme significa ridefinire la distribuzione del valore lungo la filiera. Per i fornitori di secondo e terzo livello (Tier-2 e Tier-3), questo comporta traiettorie divergenti: integrazione strutturale, acquisizione o progressiva marginalizzazione. Se si osserva la conferenza da questa prospettiva, la dicotomia tra la sala plenaria e i corridoi diventa meno simbolica e più sostanziale. Nella prima si è affermata la volontà politica di un’Europa più responsabile e più solida. Nei secondi si è discusso di ciò che serve perché quella volontà si traduca in capacità reale: rafforzare e governare la base industriale europea della difesa in modo coerente con l’ambizione strategica e con il crescente volume di investimenti, pubblici e privati, che stanno già favorendo la nascita di startup e scaleup innovative intenzionate a inserirsi nella filiera.
Monaco 2026 non ha risolto questa tensione. L’ha resa evidente. E ha mostrato che la credibilità europea non dipenderà soltanto dal volume delle risorse mobilitate ma dalla qualità dell’architettura industriale che saprà costruire e integrare nel quadro transatlantico. Come emerge anche dalle analisi dedicate alla struttura della base produttiva europea pubblicate negli ultimi mesi da osservatori specializzati come Prima Sidera Defense Insights, la partita decisiva non si gioca sulle dichiarazioni, ma sulla capacità di trasformare governance industriale e cooperazione transatlantica in capacità operative concrete. Nella main hall del Bayerischer Hof la parola chiave è stata “responsabilità”. Nei colloqui a margine è stata “capacità”. Tra queste due dimensioni si misura, oggi, la traiettoria dell’autonomia strategica europea.
















