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Lo scontro politico sul Referendum saprà evitare il cortocircuito istituzionale? La lettura di Carone

Il referendum, per come è costruito e per il contesto in cui cade, non premia la sofisticazione. Premia la chiarezza del conflitto, il frame più limpido e più efficace nel mobilitare gli elettori dei fronti opposti. La domanda, allora, non è se lo scontro si attenuerà. La domanda è quanto saprà restare dentro un perimetro politico senza trasformarsi in un cortocircuito istituzionale. L’analisi di Martina Carone

Si invoca la sobrietà. Si chiede di abbassare il livello dello scontro. Si moltiplicano gli appelli alla responsabilità istituzionale dopo le tensioni tra governo e magistratura e il richiamo del Presidente della Repubblica sul Csm. Ma se si guarda alla dinamica politica con un minimo di realismo, la verità è più semplice: abbassare i toni non conviene a nessuno.

Non conviene al fronte del Sì, non conviene al fronte del No.
E non conviene nemmeno a quei partiti che (formalmente) predicano moderazione.

Il motivo, da una parte, è strutturale. Il referendum è per sua natura uno strumento binario, che fatica ad ammettere mediazioni, che sicuramente non consente sfumature, che non permette di articolare una posizione “intermedia”. Si vota Sì o si vota No.

Comprime la complessità dentro una scelta netta e, proprio per questo, favorisce la polarizzazione.

Questa costruzione semplifica gli output per definizione: è un meccanismo che i costituenti immaginarono per cittadini informati capaci di fare elaborazioni politiche sul funzionamento della Repubblica.

In un sistema politico sano, la funzione di spiegare, mediare, articolare queste elaborazioni spetterebbe ai partiti, ma i partiti stessi da tempo non svolgono più questo ruolo pedagogico. E non lo fanno anche perché la fiducia nei loro confronti è ai minimi storici.

L’ultimo rapporto “Gli italiani e lo Stato” di Demos mostra un dato che non sorprendente ma pesante: la fiducia nei partiti resta stabilmente tra le più basse tra tutte le istituzioni. In questo contesto, immaginare un referendum giocato sulla spiegazione tecnica della separazione delle carriere o della composizione del Csm è un esercizio accademico, non una realtà percorribile.

C’è poi un altro dato che conta più delle dichiarazioni ufficiali: la partecipazione elettorale. Negli ultimi anni l’affluenza è scesa in modo costante: a votare vanno sempre meno cittadini, e quelli che lo fanno sono in larga parte elettori già identificati, già schierati, già fidelizzati. Non è il momento storico delle grandi conversioni persuasive, ma quello della mobilitazione selettiva.

La conseguenza è una valutazione senza appello: i toni alti servono. Servono sicuramente a mobilitare chi altrimenti resterebbe a casa, a dare un impulso emotivo a un elettorato che si muove solo con la percezione che sia in gioco qualcosa di identitario, di profondo. In un referendum senza quorum, non si vince convincendo i tecnici: si vince portando ai seggi i propri, senza troppe analisi raffinate sulle ragioni che muovono gli elettori. Votare per appartenenza o per opinione, in questo contesto, cambia ben poco.

Per questo la personalizzazione non è un incidente di percorso, ma una conseguenza logica. Giorgia Meloni ha capito che non aveva alternative allo scendere in campo: lasciare la campagna al solo ministro Nordio, certo non un campione olimpico di comunicazione (per usare un eufemismo), avrebbe significato accettare un terreno di gioco tecnocratico e uno stile difensivo, in balia delle colorite dichiarazioni del Guardasigilli. Invece, il referendum è stato riportato nel campo naturale della leadership: ma è una scelta obbligata, più che volontaria.

Peraltro, si tratta di una scelta nemmeno troppo improvvisata: il referendum era stato di fatto già politicizzato quando, mesi fa, la Presidente del Consiglio parlò di “minoranza di giudici politicizzati” e di “invasioni di campo” al Meeting di Rimini. Quello era l’avvio, ancora informale, della campagna referendaria, e ne anticipava la logica: trasformare una riforma istituzionale in una partita tutta politica.

I richiami del Quirinale puntano comprensibilmente a evitare che lo scontro degeneri in delegittimazione reciproca, ma è difficile immaginare che possano davvero raffreddare il confronto. Anche il fronte del No, al di là dei contenuti e di alcuni formati digitali discutibili, utilizza la stessa chiave: semplificazione, polarizzazione, personalizzazione. Si vota contro una riforma, ma si comunica contro una leadership: in sostanza, lo stesso meccanismo, anche se speculare.

In questo scenario, abbassare i toni significherebbe ridurre l’intensità della mobilitazione. E ridurre l’intensità della mobilitazione significa correre il rischio che i propri elettori restino a casa. In un Paese dove la diffidenza verso partiti e politica è ormai strutturale, l’indifferenza è l’avversario più temibile.

Il referendum, per come è costruito e per il contesto in cui cade, non premia la sofisticazione. Premia la chiarezza del conflitto, il frame più limpido e più efficace nel mobilitare gli elettori dei fronti opposti. La domanda, allora, non è se lo scontro si attenuerà. La domanda è quanto saprà restare dentro un perimetro politico senza trasformarsi in un cortocircuito istituzionale.

Perché la polarizzazione può essere una leva di mobilitazione; ma quando supera una certa soglia, smette di rafforzare il consenso e inizia a logorare le istituzioni. E quella è una linea che nessuno, nemmeno in realpolitik, può permettersi di oltrepassare troppe volte, o troppo a lungo.


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