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Perché le dimissioni di Albanese non sono solo una questione di compatibilità col mandato. Scrive Terzi

Come si può pensare che le dimissioni di Albanese, a fronte di tutto ciò, non siano necessarie? Le sue argomentazioni trovano il tempo che trovano, perché è lunga la lista di sue frasi e ragionamenti che tutto sono tranne che imparziali sulla questione. Ma dietro tale ricerca di alibi vi è qualcosa di più. L’opinione del senatore Giulio Terzi di Sant’Agata

Francesca Albanese, Special rapporteur dell’Onu – a fronte delle richieste di dimissioni di Francia, Germania, Austria, Repubblica Ceca, e delle dichiarazioni di inadeguatezza molto nette anche dell’Italia, dopo le sue ennesime affermazioni oltraggiose su Israele – continua a sostenere di esser attaccata “per distogliere l’attenzione dalla Palestina”. Le argomentazioni di Albanese trovano il tempo che trovano, perché è lunga la lista di sue frasi e ragionamenti che tutto sono tranne che imparziali sulla questione. Ma dietro tale ricerca di alibi e l’atteggiamento sprezzante, vi è qualcosa di più.

Da troppo tempo, sia nella politica che nei media, va srotolandosi un filo rosso insopportabile. Quella narrazione – o meglio dire manipolazione della peggior specie – secondo cui più che le nostre ragioni, contano le ragioni dell’altro, anche se violento, anche se aggressore, anche se terrorista. Questo filo illogico è evidente sulla questione dell’aggressione militare russa all’Ucraina; quante volte abbiamo sentito dichiarazioni al limite, appelli a comprendere anche le ragioni di Putin, che nel frattempo non ha smesso anzi, ha aumentato i bombardamenti sui civili. Tutto ciò è ancor più lampante nella questione del Medio Oriente. Come si può “difendere” un funzionario delle Nazioni Unite – che dovrebbe agire esclusivamente nell’interesse dell’Organizzazione, mantenendo l’indipendenza da qualsiasi governo o autorità esterna – che dal 7 ottobre 2023 in poi, anziché rigorosamente seguire il suo mandato, diffonde ovunque propaganda politica.

Come fingere di non aver ascoltato gli interventi, anche dalle Sale stampa nelle sedi parlamentari, di Albanese – naturalmente tra le fila dell’opposizione, della sinistra – contro il Governo Meloni “corresponsabile” di ciò che accade a Gaza. Per la campagna della Global Sumud Flotilla, poi, Albanese si è ampiamente spesa; e così in molti altri contesti, la ricordiamo in piazza a Roma in mezzo ai Pro Pal col pugno chiuso alzato scandire lo slogan “Stop accordi con Israele. Sanzioni e embargo ora”. Il principio fondamentale dell’Onu, sancito direttamente dalla Carta delle Nazioni Unite e dal regolamento del personale, è stato così rispettato?

La gravità della situazione peggiora se si entra nel merito, se si leggono i rapporti di Albanese in cui sostiene che “l’economia israeliana” è “basata sull’occupazione illegale, l’apartheid e, ora, il genocidio”; o ancora, si ascoltano le sue parole, “non bisogna giustificarli i terroristi, però capirli” perché “stanno animando una rivoluzione globale”. La richiesta di Albanese di “comprendere” appare davvero fastidiosa se pensiamo che Hamas è un’organizzazione terroristica designata come tale dagli Stati Uniti, dall’Unione europea e da molti altri Stati. La lotta globale contro il terrorismo è uno dei pilastri dell’Onu, si fonda sulla storica Risoluzione 1373/2001, adottata subito dopo l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. Come si può pensare che le dimissioni di Albanese, a fronte di tutto ciò, non siano necessarie?


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