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Un satellite porta-droni per la Difesa italiana? Cos’è il progetto Multispada

L’Italia sta lavorando allo sviluppo di un nuovo tipo di satellite militare, uno capace di trasportare e schierare dei micro-droni dotati di sensori all’avanguardia per osservare quello che avviene in orbita. Fantascienza? No, i primi fondi sono già stati erogati e a lavorarci sono le italiane Nurjana Technologies e D-Orbit. Ecco cos’è il progetto Multispada

Il dominio spaziale è in rapida evoluzione. Sin dai primi lanci extra-atmosferici del secolo scorso, siamo stati abituati a pensare le attività spaziali come “statiche”, vale a dire vincolate alle orbite entro le quali i satelliti vengono “inseriti” e lasciati a girare intorno alla Terra. Negli ultimi anni, invece, la rapida evoluzione delle tecnologie e la spinta della new space economy stanno aprendo un nuovo capitolo delle attività orbitali, quello legato agli assetti cosiddetti “manovrabili” e quindi dotati di un più ampio margine di azione intorno al pianeta. È il caso degli spazioplani, assetti sviluppati per svolgere attività in orbita senza affidarsi esclusivamente inerziale. Che sia noto, a oggi solo Usa e Cina dispongono di questi veicoli (presumibilmente in fase sperimentale, ma le informazioni al riguardo sono oltre il top secret), ma anche l’Italia sta iniziando a esplorare capacità simili. Si tratta del progetto Multispada del ministero della Difesa, un programma di ricerca che punta a dotare le Forze armate di una piattaforma orbitale in grado di schierare assetti indipendenti per l’osservazione dello Spazio. In altre parole, un satellite porta-droni.

Cosa sarà Multispada

A scanso di equivoci, al momento il progetto noto col nome in codice Multispada è un programma ancora in fase di gestazione. Tuttavia, il Piano nazionale della ricerca militare (Pnrm) fornisce alcune informazioni utili a capire di cosa si tratta. La definizione tecnica fornita dalla Direzione nazionale degli armamenti (Dna) è quella di un sistema basato su carrier e swarm: una piattaforma principale che gestisce e coordina un insieme di unità più piccole, autonome e distribuite, dotate di sensori e capaci di operare in prossimità di oggetti spaziali di interesse. In termini più immediati, si tratta di qualcosa che ricorda, concettualmente, un portaerei spaziale, con la differenza che le “unità imbarcate” non sono aeromobili con dei piloti al loro interno, ma dei microsatelliti a guida autonoma. Le applicazioni operative non sono di carattere offensivo, ma rientrano nel campo della Space situational awareness (Ssa), ovvero la capacità di osservare, monitorare e comprendere ciò che accade nello spazio vicino alla Terra, in questo caso con particolare attenzione agli oggetti di potenziale interesse militare. Il cuore del progetto sarebbe proprio il concetto di swarm (sciame) applicato all’orbita. Uno “sciame spaziale” è un insieme di unità che comunicano tra loro, cooperano e svolgono una missione comune senza dipendere da un unico punto di controllo. Questo approccio garantisce flessibilità, resilienza ai guasti e la possibilità di osservare simultaneamente un obiettivo da più angolazioni, un vantaggio considerevole rispetto ai tradizionali satelliti monolitici, più grandi e più costosi.

A che punto è lo sviluppo

Il programma è strutturato in due fasi: la prima, già finanziata e in corso, prevede esclusivamente attività di studio, definizione degli scenari operativi, analisi dei requisiti militari, progettazione concettuale e simulazioni preliminari. Nessun satellite verrà lanciato in questa fase. La seconda fase, attivabile solo se i risultati della prima saranno ritenuti soddisfacenti, prevede invece l’implementazione del sistema, simulazioni avanzate e una dimostrazione funzionale, con l’obiettivo di raggiungere un una Technology readiness di Livello 6, ovvero il livello in cui una tecnologia viene testata in un ambiente operativamente rilevante. Sul piano finanziario, il Pnrm ha stanziato circa 1,2 milioni di euro per la prima fase e 1,46 milioni per la seconda, per un totale potenziale di poco meno di 2,7 milioni di euro. 

Chi ci sta lavorando

Sul fronte della ricerca, il programma è al 100% Made in Italy. Il ruolo di proponente principale è stato affidato a Nurjana Technologies, società con sede in Sardegna, fondata nel 2012 e specializzata in sistemi integrati per aerospazio, spazio e difesa. Il suo portafoglio tecnologico comprende sensori elettro ottici, software di comando e controllo, sistemi di tracciamento multi-sorgente e soluzioni basate su intelligenza artificiale per la gestione di unità multiple, inclusi i droni. Al suo fianco, in qualità di co-proponente, c’è la comasca D-Orbit, diventata in pochi anni uno dei riferimenti europei nella logistica spaziale. La sua piattaforma Ion satellite carrier ha già completato numerose missioni dal 2020, specializzandosi nel trasporto e nel dispiegamento di satelliti in orbita, i cosiddetti orbital transfer vehicle. D-Orbit è inoltre coinvolta nel progetto Reacts, finanziato dal Fondo europeo per la difesa (Edf), che lavora su architetture spaziali reattive e autonome.


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