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Cosa significa l’assenza di Orbán al Consiglio europeo informale di Nicosia. Scrive Curti Gialdino

Di Carlo Curti Gialdino

Al vertice informale di Nicosia, Viktor Orbán diserta e lascia l’Ungheria senza voce sui dossier chiave, trasformando la “sedia vuota” in un gesto politico definitivo. L’Ue tira dritto e guarda al successore Péter Magyar: un segnale della fine dei veti di Budapest e di un possibile riallineamento europeo. La riflessione di Carlo Curti Gialdino

Il prossimo Consiglio europeo informale di Nicosia (23-24 aprile 2026) si annuncia con un’assenza che sa di epilogo. Viktor Orbán, travolto dalla sconfitta elettorale del 12 aprile, ha scelto di non essere presente. Non è solo il gesto di un leader battuto; è la riesumazione di un’arma diplomatica che l’Europa non vedeva dai tempi della “politica della sedia vuota” di Charles de Gaulle (30 giugno 1965-29 gennaio 1966), sebbene con premesse e destini opposti.

L’attuale scelta di Orbán rappresenta l’evoluzione finale di una tattica di allontanamento fisico già sperimentata.

A metà dicembre 2023, al Consiglio europeo (formale) di Bruxelles, per permettere l’apertura dei negoziati di adesione dell’Ucraina senza dover porre formalmente il veto, Orbán accettò il suggerimento del Cancelliere Scholz di uscire temporaneamente dalla sala per “prendere un caffè”.

In quel caso, la sedia vuota fu uno stratagemma concordato, un’assenza per una manciata di minuti che permise ai restanti 26 Capi di Stato o di Governo di deliberare all’unanimità senza che l’Ungheria dovesse rinunciare alle proprie posizioni, soprattutto in chiave di politica interna.

A Cipro, però, non siamo di fronte a una pausa caffè tattica, ma a un’assenza politica assoluta. Mentre nel 1965 de Gaulle boicottava le riunioni ministeriali del Consiglio della Cee, non inviando i propri rappresentanti, l’assenza di Orbán al Consiglio europeo produce un vuoto che nessuno può colmare.

In un vertice informale non è possibile delegare il voto – istituto riservato alle sessioni formali – né tantomeno farsi sostituire da ministri o funzionari diplomatici.

L’Ungheria, semplicemente, scompare dal tavolo. Orbán utilizza questa “sedia vuota” come ritorsione terminale sul dossier più sensibile: il prestito da 90 miliardi di euro per l’Ucraina, che il premier uscente tiene in ostaggio dal dicembre scorso.

Disertando il confronto diretto con i partner e con Volodymyr Zelensky, che sarà collegato da remoto, Orbán tenta di lasciare un’eredità di instabilità al suo successore, Péter Magyar. Tuttavia, l’Unione sembra intenzionata a ignorare il boicottaggio.

Magyar ha già avviato contatti diretti con le cancellerie europee per garantire che i veti verranno rimossi non appena il nuovo governo si sarà insediato a maggio.

La prassi dei vertici informali conferma l’inesistenza di paracadute procedurali quando il leader non è fisicamente al tavolo, rendendo l’assenza un silenzio forzato o deliberato.

Angela Merkel, il 27 maggio 2014 a Bruxelles, rappresentò l’unico precedente reale di assenza per motivi di salute; dovendo saltare la cena dei leader per un infortunio alla schiena, lasciò la Germania senza voce nelle ore cruciali delle trattative sulle nomine.

Theresa May, a Salisburgo il 20 settembre 2018, costituì invece il caso della “sedia sottratta”: l’allontanamento forzato della Premier britannica dalla sessione dei 27 dedicata alla Brexit lasciò il Regno Unito privo di rappresentanza, poiché l’impossibilità tecnica di delega impedì a May qualsiasi diritto di replica immediato alla bocciatura del piano che aveva presentato.

Infine, Kyriakos Mitsotakis a Praga, il 6 ottobre 2022, in occasione del primo vertice della Comunità Politica Europea, rappresentò il “precedente al contrario”: pur febbricitante, il Premier greco forzò la propria partecipazione proprio perché consapevole che l’assenza avrebbe lasciato campo libero alle pretese di Recep Tayyip Erdoğan nel dibattito sulla sicurezza mediterranea.

In conclusione, se il caffè del 2023 fu per Orbán un espediente per restare nel gioco, l’assenza del 2026 è il segnale che l’era dei ricatti di Budapest è finita, nell’attesa che Magyar riporti l’Ungheria nel cuore dei processi decisionali europei.


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