La bontà della politica governativa si dovrà misurare su tre metri: nell’efficacia delle misure per il superamento dello shock petrolifero, nell’avanzamento sul sentiero di crescita nel post-Pnrr e nel giudizio espresso dai mercati finanziari, che sono chiamati a finanziare il percorso. L’analisi di Salvatore Zecchini, economista Ocse
Ad ogni sviluppo, anche minimo, del conflitto nel Golfo Persico i mercati e le aspettative di crescita economica reagiscono con immediatezza e a volte con amplificazione dei movimenti verso l’alto come verso il basso. Il tono generale rimane tendenzialmente negativo per le conseguenze che l’interruzione dei flussi di prodotti energetici e chimici oltre che degli scambi commerciali con quell’area producono sulle attività economiche di gran parte del mondo. Un attacco inaspettato e molto violento nell’area ha d’un tratto sconvolto l’andamento dell’economia mondiale, innescando forti tensioni su prezzi e costi di una vasta gamma di prodotti e accentuando i rischi per la continuità dei ritmi produttivi e per la tenuta di consumi ed investimenti.
Nei giorni di maggiore conflitto, le ripercussioni sui mercati energetici e su quelli azionari in generale si sono manifestati con immediatezza con ampi movimenti di prezzo che non si sono spenti rapidamente ma persistono su linee di tendenza sopra il trend di lungo periodo. Lo si osserva sui mercati petroliferi. Dall’inizio del conflitto medio-orientale (fine febbraio 2026) la quotazione del contratto future sul petrolio Brent è schizzata da $69 circa a barile al picco di 119 dollari circa a fine marzo (+72,4%) per scendere sempre con fluttuazioni al livello attuale di 94,82 dollari (-20%). L’andamento delle quotazioni è largamente dominato dai contratti future, che riflettono rapidamente le aspettative degli operatori indipendentemente dalla capacità di effettiva consegna del petrolio alla scadenza. Il volume di questi contratti, trattati sui mercati finanziari, supera di molto le quantità scambiate su quelli delle commodities, e quindi risente tra l’altro di peculiarità ed aspettative che si formano sugli stessi mercati tra gli operatori finanziari.
Per il gas naturale europeo, prezzato in euro al TTF, il rincaro al picco è ancor più teso (+96,2%) del Brent e la discesa più rapida (-30,35), per collocarsi attualmente a un livello superiore a quello di febbraio del 36,8%, con un incremento simile a quello del Brent in dollari. Nello stesso periodo il dollaro americano si è rafforzato rispetto all’euro dopo mesi di indebolimento probabilmente perché considerato come moneta rifugio in tempi di crisi. Per gli europei, tuttavia, il rincaro del dollaro incide relativamente poco (3,5% al picco) sulla quotazione in euro del petrolio, perché l’apprezzamento del dollaro è sceso allo 0,4% rispetto al tasso di cambio di fine febbraio.
Nondimeno, il costo dei prodotti petroliferi per imprese e consumatori si discosta in misura variabile dalle quotazioni dei mercati mondiali per il sommarsi dei margini di distribuzione e della fiscalità. In realtà, i rincari da loro sostenuti finora sono notevoli e ancora da recuperare con processi di traslazione o sui prezzi di vendita, o sul soggetto pubblico. Le tensioni sui prezzi, quindi, non si spegneranno a breve, ma restano da contenere per non sfuggire di controllo.
Altri fattori si aggiungono a pesare ancor più sul quadro congiunturale e su quello prospettico. Il conflitto è ancora aperto nonostante il cessate il fuoco transitorio, il blocco dello Stretto di Hormuz è in corso, i flussi di commercio internazionale ridotti, gli approvvigionamenti deviati verso fornitori più costosi, i danni alle infrastrutture energetiche e agli impianti appaiono notevoli e non riparabili in poco tempo.
Si stima che circa un quinto della produzione energetica mondiale sia stata sottratta al mercato e che manchino ingenti quantitativi di altri prodotti di base per le industrie chimica e manifatturiera. Su questo sfondo è molto azzardato fare previsioni con pretesa di attendibilità sulla prossima evoluzione in quanto nessuno, neanche il Presidente americano, principale artefice di questo sconvolgimento, è in grado di stabilire quando lo shock si estinguerà.
L’Europa, dal canto suo, denuncia una grande vulnerabilità a causa della dipendenza da quell’area sia come fornitore di materie essenziali, sia come mercato. Per l’Italia i paesi del Golfo Persico hanno rappresentato nel 2025 il 4% dell’export totale nell’area extra-Ue e il 3% dell’import, ma con differenze notevoli tra i comparti. In quello energetico, provengono da quell’area il 10% del petrolio, 11% del gas naturale e il 25% di raffinati petroliferi, mentre per la nautica le vendite in quel mercato hanno rappresentato il 12% del settore. Nel complesso, nel 2025 la bilancia commerciale risulta attiva per il Paese per oltre 10 miliardi.
Alla luce degli ultimi sviluppi, con una tregua aperta nella durata ma condizionata dall’esito dei negoziati, il blocco del Golfo e dei porti iraniani, e la possibilità di una ripresa degli attacchi, l’ipotesi di una conclusione del conflitto tra poche settimane appare sempre meno probabile. In queste condizioni per i governi europei, e per quello italiano in particolare, diventa complicato impegnarsi su una chiara linea di politica economica e di bilancio per il periodo 2026-2027, impegno a cui sono tenuti verso l’Ue. Per l’Italia, come in Francia e altri cinque paesi dell’eurozona, il permanere sotto la procedura per deficit eccessivo riduce ancor più che nel resto dell’Ue gli spazi di bilancio per interventi di alleggerimento dei rincari energetici e di sostegno alla congiuntura.
Nell’attuale clima di grande incertezza i dilemmi correnti di politica economica vertono principalmente su tre interrogativi. Primo, come orientare le aspettative di imprese, famiglie ed investitori sul corso che la politica economica intende perseguire nei prossimi 12 mesi. Secondo, su quali poste di bilancio intervenire per puntellare domanda e anche offerta, pur rimanendo nei confini degli impegni con l’Ue di riduzione del deficit. Terzo, su quali misure a carattere strutturale puntare per non interrompere il processo di rilancio avviato col Pnrr e in via di conclusione a metà anno.
A monte stanno ipotesi sulla entità del rialzo dei prezzi energetici, sulla durata, sulla propagazione al sistema dei prezzi e sulla viscosità del ritorno su livelli meno tesi, fattori che incidono sul potere di acquisto degli italiani, sulla loro propensione al risparmio, sul costo del denaro, sulla dinamica salariale e sugli investimenti. Il FMI, la Confindustria e lo stesso Ministro Giorgetti non possono che basare le loro indicazioni di policy su scenari alternativi che vanno dal meno sfavorevole al più sfavorevole, mentre quello positivo allo stato attuale sembra da tralasciare perché poco probabile.
Nel Documento di finanza pubblica 2026 (Dfp) le prospettive di crescita del Pil per l’anno in corso e il successivo sono ridimensionate allo 0,6% nello scenario di base, un aumento più ottimista delle previsioni del Fmi e della Banca d’Italia allo 0,5% e anche di quella dell’OCSE allo 0,4%. Al di là della differenza di uno o due decimali, si tratta di una conferma della stagnazione attesa, sempre nel caso di conclusione delle ostilità nel Golfo a metà anno e di riapertura dei flussi commerciali.
Secondo il Fmi, la crescita economica italiana si manterrebbe a un livello pari alla metà della media dell’area dell’euro (1.1%-1,2%), con un’inflazione al consumo in linea con la stessa area (2,6%-2,4%). Il tasso di disoccupazione rimarrebbe al 6%, di poco sotto la media, e il surplus della bilancia corrente con l’estero si restringerebbe allo 0,6% del Pil nell’anno per ritornare all’1,1% nel 2027. L’Ocse prospetta un andamento più favorevole dell’inflazione, ma con una crescita inferiore (0,4%). Per la Banca d’Italia l’inflazione sarebbe più tesa quest’anno e più in discesa il prossimo sullo sfondo di una crescita allo 0,5%, ovvero inferiore al tasso indicato nel Dfp governativo. L’occupazione mostrerebbe una resistenza al peggioramento in presenza di una gradualità nella diffusione dei rincari e nel recupero salariale dall’erosione del potere di acquisto.
Entrambe le istituzioni considerano la possibilità di scenari peggiori nel caso in cui la guerra nel Golfo si prolungasse all’intero anno e il prezzo dell’energia raggiungesse livelli più alti di quelli toccati finora. Per la Banca d’Italia la crescita sarebbe azzerata per quest’anno e potrebbe risultare negativa di mezzo punto percentuale il prossimo, mentre per l’Ocse l’impatto per l’Europa sarebbe ancor più negativo. In questo quadro, sullo sfondo di una crescita assunta allo 0,6% e dei limiti posti dal patto con l’Ue, l’andamento tendenziale di bilancio tracciato dal governo nel Dfp presenta una discesa del disavanzo appena sotto il limite del 3%, ossia al 2,9% del Pil, e un debito pubblico in ascesa al 138,6% quest’anno e fermo al 138,5% del Pil l’anno prossimo.
La spesa primaria netta, parametro fondamentale per i vincoli dell’Ue, potrebbe aumentare non oltre l’1,6% nell’anno corrente. Ha poco senso polemizzare sul perché non è stato raggiunto l’obiettivo del governo di abbassare nel 2025 il disavanzo al 3% del Pil per uscire dalla procedura per debito eccessivo, in quanto anche se il Paese fosse riuscito, un margine di disavanzo aggiuntivo sarebbe stato consentito solo a fronte di nuove spese per la difesa e non per altro scopo.
Ne discende che in un anno pre-elettorale e di fronte a shock straordinari non rimane spazio sufficiente per una spesa in disavanzo volta a mitigare l’impatto del rincaro petrolifero sui settori più esposti. Né vi sono le condizioni ammesse dall’Ue per rallentare la tabella di marcia pluriennale diretta a contenere disavanzi e debito. Si aggiunga che le stesse proiezioni governative scontano un PIL superiore alle attese delle maggiori istituzioni, e appaiono ottimistiche nello scenario sfavorevole che si sta concretizzando attualmente col prolungarsi del conflitto in Medio Oriente. Le probabilità, quindi, di sconfinamenti verso l’alto di deficit e debito sono in aumento.
Questa possibilità si può intravedere nelle stesse dichiarazioni del ministro Giorgetti quando adombra sostegni alle categorie colpite dallo shock petrolifero con interventi coperti da nuovi prelievi fiscali. Il tema del terzo dilemma, ovvero promuovere una maggior crescita, rimane invece in secondo piano nelle priorità governative, pur potendo creare nuovo spazio per migliorare l’andamento congiunturale e nel contempo rispettare i vincoli europei. Si tratta di misure che investano sia l’offerta produttiva, sia la domanda dell’economia per consumi ed investimenti, perché la crisi inizia dalla prima e si trasmette alla seconda attraverso la traslazione dei maggiori costi in più alti prezzi.
Le maggiori istituzioni internazionali raccomandano in merito di limitare gli aiuti ai settori più vulnerabili, di non disincentivare con aiuti la riduzione dell’impiego di fonti fossili di energia, di mantenere una politica monetaria non accomodante e di riallocare la spesa pubblica verso gli impieghi più produttivi. In questa ottica, la politica governativa dovrebbe valutarsi alla luce di quanto selettiva sarà la manovra tanto sulla spesa che sul prelievo fiscale, nonché alla luce della percezione di rischiosità di un debito pubblico che ancora per un biennio non si ridimensionerebbe.
Nel Dfp il Governo indica, soltanto, l’andamento tendenziale delle principali poste di bilancio fino al 2029. Limitando l’attenzione al biennio 2026-27, la spesa corrente, specialmente per le pensioni, tende a dilatarsi dal 20,3% del Pil al 20,5% nel 2027, allorché quella per investimenti fissi e contributi agli stessi tende a restringersi dal 5,5% del Pil nel 2025 al 5% nel 2027 e continuerebbe a scendere nel biennio successivo. Il totale della spesa tenderebbe a diminuire solo dal 2027, a fronte di un prelievo tributario in graduale lievitazione, con un saldo primario che continuerebbe ad essere positivo in misura crescente.
Se quest’ultimo risultato è favorevole al contenimento del rapporto debito/Pil lo spostamento della spesa verso la parte corrente a scapito di quella per investimenti non promette quella spinta allo sviluppo economico di cui il Paese ha bisogno. Anche l’evoluzione del gettito dei tributi non tende nella stessa direzione. In ultima istanza, la bontà della politica governativa si dovrà misurare su tre metri: nell’efficacia delle misure per il superamento dello shock petrolifero, nell’avanzamento sul sentiero di crescita nel post-Pnrr e nel giudizio espresso dai mercati finanziari, che sono chiamati a finanziare il percorso.
















