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Documento di finanza pubblica 2026, conti in ordine ma senza crescita. L’analisi di Scandizzo

La credibilità finanziaria che il Paese ha riconquistato è un patrimonio reale, non retorica. Ma è un patrimonio che si difende mostrando che ogni euro speso a debito produrrà nel medio periodo più di un euro di valore aggiunto strutturalmente più alto. Senza questa dimostrazione, il consolidamento fiscale per quanto rigoroso resta costruito sulla sabbia. Ecco cosa serve al prossimo Documento di programmazione secondo Pasquale Lucio Scandizzo

Il Documento di finanza pubblica 2026, presentato dal Governo il 22 aprile, è un esercizio tecnicamente solido. Il deficit del 2025 si è chiuso al 3,1 per cento del Pil, meglio del 3,3 per cento programmato; l’avanzo primario è salito allo 0,8 per cento; lo spread Btp-Bund ha toccato i sessanta punti base prima del conflitto iraniano di fine febbraio. Sono risultati che vanno riconosciuti. Eppure, chiusa l’ultima delle duecentottantadue pagine del documento, resta una sensazione precisa: si è letto il bilancio scrupoloso di un’azienda che non ha un piano industriale. La disciplina c’è, il controllo dei costi c’è, l’attenzione ai creditori c’è. Manca il progetto di crescita.

La previsione del Pil reale è dello 0,6 per cento per il 2026 e per il 2027, dello 0,8 per cento per il biennio successivo. La media dell’area euro nello stesso periodo è prevista intorno all’1,5 per cento. Il divario di crescita strutturale con i partner europei resta di quasi un punto percentuale all’anno, e in nessun passaggio del documento si trova una riflessione su come chiuderlo. Anzi: la stessa metodologia europea applicata al Pil potenziale italiano – quella che il documento riporta fedelmente – proietta la crescita potenziale verso lo 0,5 per cento al 2029 e verso valori negativi a partire dal 2032. La produttività totale dei fattori, scrive il documento, contribuirà “poco meno dello 0,2 per cento al 2035”. Sono i numeri di un’economia in trappola di stagnazione, non in salute.

Confrontato con il Documento programmatico di sei mesi prima, il Dfp 2026 mostra un dato di fondo che il dibattito pubblico ha sottovalutato: la cornice strategica è la stessa, ma tutti i numeri sono peggiorati leggermente nello stesso verso. Pil rivisto al ribasso di uno-due decimi all’anno, deficit più alto di altrettanti, debito/Pil più alto di quasi un punto, spesa netta cresciuta sopra il limite raccomandato. Sei mesi sono passati, un conflitto è scoppiato, il modello di crescita non è cambiato perché non è oggetto del documento. È inerzia strategica. In un Paese che invecchia e in un contesto internazionale che si deteriora, l’inerzia strategica è una forma lenta di arretramento.

Il sentiero di rientro del debito poggia interamente su un avanzo primario che dovrà raggiungere il 2,4 per cento del Pil entro il 2029: un livello record. Le simulazioni con il modello dinamico calibrato sulla nuova matrice di contabilità sociale Italia 2024, mostrano che l’avanzo primario necessario per stabilizzare il debito al 137 per cento, dato il differenziale tra tasso di interesse e crescita nominale, è del 2,3 per cento. Il margine di sicurezza è di un decimo di punto. Basta uno shock relativamente modesto: uno scenario coerente con quelli severi della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale, per rompere l’equilibrio. Nello scenario severo l’avanzo primario richiesto salirebbe al 5,2 per cento del Pil: politicamente irraggiungibile.

La matrice di contabilità sociale italiana, con i suoi 78 settori produttivi, dieci decili di reddito familiare e tre livelli di qualificazione del lavoro, rivela tre fatti che dovrebbero entrare nel prossimo Documento programmatico di ottobre. Primo: il problema strutturale italiano non è la quantità di ricerca e sviluppo prodotta, ma la sua scarsa circolazione. Il forward linkage (indicatore di quanto i prodotti di un settore vengono usati come input da altri settori; valori sopra 1 indicano alta integrazione) del settore Ricerca scientifica è 0,23: uno dei più bassi tra tutti i settori, contro 1,17 dell’istruzione e 1,40 dell’energia. Produciamo conoscenza che non arriva al sistema produttivo. Aumentare la spesa in ricerca senza riformare i meccanismi di trasferimento tecnologico produrrebbe un effetto inferiore al suo potenziale teorico.

Secondo: i moltiplicatori sul reddito delle famiglie variano di un fattore tre-quattro tra settori. Un euro investito in istruzione produce 2,10 euro di reddito familiare; uno in farmaceutica solo 0,58. La composizione della spesa pubblica vale quanto il suo volume. Un Pnrr composto per il 45 per cento di infrastrutture fisiche tradizionali ottiene 5-10 miliardi di reddito generato in meno rispetto a una composizione bilanciata, a parità di euro spesi. Terzo: la dimensione distributiva è quantificabile. Nello scenario severo il rapporto tra il decile più ricco e il più povero sale da 7,1 a 7,4; solo lo scenario di crescita endogena lo riduce a 6,7. Una politica di crescita che ignori la distribuzione non è socialmente sostenibile; una politica di coesione che ignori la crescita non è finanziariamente sostenibile. Sono la stessa cosa.

Le simulazioni delineano un percorso possibile. Sette obiettivi quantificabili al 2030: convergenza europea sull’intensità di ricerca e sviluppo, recupero del divario di partecipazione femminile, riduzione strutturale della dipendenza energetica, scaling dimensionale del tessuto produttivo, ricomposizione della spesa pubblica verso settori a maggior moltiplicatore, riequilibrio tra domanda interna ed export, posizionamento italiano nei dossier europei aperti. L’insieme di possibili strumenti corrispondenti (credito d’imposta R&D condizionato a partnership industriali, pacchetto integrato per la conciliazione, piano post-Pnrr ad alta intensità digitale, fiscalità delle aggregazioni d’impresa, piano di housing sociale, transizione energetica) sembrerebbe poter generare un differenziale di crescita non trascurabile rispetto al baseline, con conseguenze proporzionate sul rapporto debito/Pil. Non sono previsioni in senso forte: sono ordini di grandezza che riflettono interazioni di crescita endogena documentate dalla letteratura empirica.

L’esercizio serve a mostrare che l’alternativa alla stagnazione esiste, è quantificabile, e dipende dalla composizione delle scelte ancora prima che dal loro volume. La discussione pubblica italiana, peraltro, rischia di oscillare tra due poli sterili. Da un lato la rigidità contabile, che riduce la politica economica all’esegesi, se non all’ermeneutica delle regole europee, erette a immagine quasi oracolare, e immagina possibile un’azione di policy solo a recessione conclamata. È un’impostazione che confonde i mezzi con i fini: le regole fiscali nascono per disciplinare comportamenti opportunistici dei governi, non per impedire risposte tempestive a shock esogeni. Pretendere di intervenire solo quando il danno è già visibile nei dati significa, in pratica, rinunciare alla funzione preventiva della politica economica e accettare che le contromisure arrivino quando hanno perso gran parte della loro efficacia.

La macroeconomia moderna insegna esattamente il contrario: gli interventi più efficaci sono quelli anticipati, calibrati sulla traiettoria attesa e non sul dato consuntivo. Trattare i parametri di Maastricht come totem invece che come strumenti significa scambiare la prudenza per l’inazione, e l’inazione, in un contesto di shock multipli, è la forma più costosa di imprudenza. Dall’altro lato, l’invocazione generica di flessibilità, che tratta il deficit aggiuntivo come una risposta in sé, indipendentemente dalla composizione della spesa che lo giustifica. Sono entrambe scorciatoie. La prima dimentica che le regole sono mezzi, non fini; la seconda dimentica che la flessibilità senza progetto strutturale erode il capitale di credibilità faticosamente accumulato. Tra i due estremi c’è uno spazio di politica economica adulta che richiede tre cose: diagnosi quantificata, progetti misurabili, narrativa coerente.

Il prossimo Documento programmatico ha allora tre compiti che il Dfp di aprile non poteva svolgere ma che ottobre non può rinviare. Pubblicare uno scenario severo coerente con quelli dei principali previsori internazionali, con quantificazione esplicita degli effetti sul conto di controllo europeo. Fissare target di composizione degli investimenti pubblici, non solo di volume, con benchmark distributivi misurabili. Aggiungere alle tradizionali metriche di spesa un target sul forward linkage della ricerca, perché l’indicatore rilevante non è quanto si investe in conoscenza, ma quanto la conoscenza arriva alle imprese.

La credibilità finanziaria che il Paese ha riconquistato è un patrimonio reale, non retorica. Ma è un patrimonio che si difende mostrando che ogni euro speso a debito produrrà nel medio periodo più di un euro di valore aggiunto strutturalmente più alto. Senza questa dimostrazione, il consolidamento fiscale per quanto rigoroso resta costruito sulla sabbia. La vera priorità dei prossimi diciotto mesi non è rispettare la prossima regola europea di spesa, ma costruire le condizioni perché l’Italia possa crescere come cresce il resto dell’Europa.


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