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Kidal, così jihadisti e tuareg hanno battuto i russi in Mali. L’analisi di Caruso

Di Ivan Caruso

Iyad Ag Ghali, settantadue anni, tuareg di Kidal, ex percussionista del collettivo Tinariwen, ex diplomatico maliano a Jeddah, oggi emiro del Jnim e uomo più ricercato del Sahel, non ha mai nascosto il suo obiettivo: uno Stato islamico nel cuore dell’Africa occidentale. Il 25 aprile 2026, con la più grande offensiva coordinata degli ultimi vent’anni, ha dimostrato di essere più vicino a raggiungerlo di quanto chiunque volesse ammettere. L’analisi del generale Ivan Caruso, consigliere militare della Sioi

Il 25 aprile 2026 resterà una data nella storia del Sahel. All’alba, in un’operazione coordinata con precisione inedita, i combattenti del Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin – il Jnim, braccio saheliano di Al-Qaeda – e i ribelli tuareg del Fronte di Liberazione dell’Azawad hanno colpito simultaneamente Bamako, Kati, Gao, Sévaré e Kidal. Il ministro della Difesa maliano, generale Sadio Camara, è stato assassinato in un attentato suicida nella sua residenza di Kati. L’Africa Corps russo – erede del Wagner Group, sotto controllo diretto del ministero della Difesa di Mosca – ha negoziato una ritirata umiliante da Kidal, scortato fuori città dai ribelli tuareg che aveva combattuto per anni. “Kidal è dichiarata libera”, ha annunciato il portavoce dell’Fla. Sullo sfondo, il silenzio del generale Assimi Goïta, che non si è ancora fatto vedere in pubblico. È un terremoto. Ma per comprenderlo occorre guardare oltre le immagini dei convogli russi in ritirata.

La strana alleanza e i suoi sponsor ombra

L’elemento più dirompente di questa offensiva non è tattico ma politico: per la prima volta dalla firma degli Accordi di Algeri nel 2015, tuareg laici e jihadisti di Al-Qaeda hanno combattuto fianco a fianco su scala nazionale. Per capire quanto sia paradossale, basta guardare chi guida il Jnim: Iyad Ag Ghali, settantadue anni, tuareg della regione di Kidal, ex percussionista del celebre collettivo Tinariwen, ex diplomatico maliano a Jeddah – dove venne radicalizzato da predicatori pakistani legati al Tablighi Jamaat – e oggi l’uomo più ricercato del Sahel, con una taglia americana sulla testa. Un uomo che conosce i tuareg dall’interno perché tuareg lo è, e che usa questa conoscenza per tenerli legati a sé il tempo necessario. I tuareg lo sanno: nel 2012 si allearono con i suoi predecessori jihadisti per conquistare il nord del Mali, e vennero puntualmente emarginati non appena la vittoria fu conseguita. L’alleanza attuale è tattica, non ideologica. Ma per ora funziona, e questo basta a cambiare gli equilibri dell’intera regione.

Dietro questa convergenza, le ombre di attori esterni. Non è un segreto che l’Ucraina, dopo la battaglia di Tinzaouaten del luglio 2024, abbia fornito intelligence e tecnologia di droni ai ribelli tuareg — lo ha ammesso pubblicamente il portavoce dell’intelligence militare di Kyiv, provocando la rottura delle relazioni diplomatiche tra Mali e Ucraina. Ma accanto a Kyiv c’è un secondo incomodo convitato di pietra: Parigi. La Francia, cacciata dalla giunta tra il 2022 e il 2023, ha ogni interesse a vedere Mosca fallire in Mali. Non servono operazioni dirette — basta non ostacolare certi canali logistici, condividere informazioni attraverso intermediari, lasciare che accada. La plausible deniability è la moneta corrente della guerra per procura.

I potenziali sviluppi futuri

Il primo e più probabile esito è un collasso progressivo della giunta. Il Jnim da mesi applica una strategia di strangolamento sistematico — blocco del carburante, attacchi alle miniere, interruzione delle rotte commerciali verso Senegal e Costa d’Avorio — che non punta a conquistare Bamako ma a renderla ingovernabile dall’interno. Con il ministro della Difesa assassinato e Goïta ancora in silenzio, la pressione sulle forze armate maliane potrebbe produrre una nuova frattura militare: non un ritorno alla democrazia, ma una giunta 2.0 abbastanza pragmatica da cercare un accordo con qualcuno.

Se invece nessuno cede, lo scenario più verosimile è una frammentazione de facto del paese – Bamako e il sud tenuti a fatica dalla giunta con il supporto residuo russo, il centro progressivamente controllato dal Jnim, il nord nelle mani dei tuareg. Un modello libico applicato al Sahel, senza vincitori e con una sola certezza: l’instabilità si esporta. I paesi costieri – Togo, Benin, Ghana – sono già nel mirino del Jnim, che ha condotto il suo primo attacco documentato in Nigeria nell’ottobre scorso.

Esiste però una terza via, meno probabile ma non impossibile, e passa inevitabilmente per Algeri. L’Algeria condivide con il Mali centinaia di chilometri di confine desertico, ospita comunità tuareg su entrambi i lati della frontiera, e porta nella propria memoria istituzionale la cicatrice di una guerra civile che tra il 1991 e il 2002 causò tra 150.000 e 200.000 morti — combattuta contro il Gia prima e il Gspc poi, predecessore diretto di Aqim e padre fondatore del Jnim di Ghali. Il filo genealogico è ininterrotto, e quando gli ufficiali algerini guardano al nord del Mali non vedono un problema esterno: vedono il ritorno di qualcosa che credevano di aver sconfitto, questa volta con una base territoriale incomparabilmente più estesa. È questa memoria che rende Algeri l’unico attore con la volontà reale di isolare il Jnim — e con le leve per farlo. Rapporti storici con i tuareg, canali non ufficiali con le fazioni ribelli, e una relazione pragmatica con Mosca che le permette di parlare anche con Bamako senza imbarazzo ideologico. La formula sarebbe una mediazione che separi la componente tuareg laica dell’Fla dal Jnim, costruendo un accordo di autonomia del nord come cuscinetto contro l’espansione jihadista. Non è detto che funzioni. Ma è l’unica architettura che tiene insieme tutti gli interessi in campo — e l’unica che affronta il problema alla radice invece di limitarsi a gestirne i sintomi.

Una questione italiana

Il Sahel non è lontano. Le rotte del Jnim attraversano il Sahara e puntano verso nord non meno che verso sud — verso la Libia, verso il Mediterraneo, verso l’Algeria che rifornisce di gas l’Italia. Un’organizzazione che controlla territorio, tassa popolazioni, gestisce miniere d’oro e rotte di contrabbando è qualcosa di strutturalmente diverso dall’Al-Qaeda del 2001. Roma non ha ancora una politica per questo scenario. Nel Sahel le finestre si chiudono in fretta — e quella attuale, ancora aperta, non durerà.


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