Skip to main content

L’Istat smentisce Giorgia Meloni, ma sono altri che hanno sbagliato. L’analisi di Polillo

Il Mef, ma in particolare la Ragioneria generale, avevano tutto il tempo per gestire le entrate e le spese dell’ultimo trimestre per conseguire quel risultato. Come? Anticipando alcune entrate o ritardando alcune spese, come si fa in qualsiasi struttura economica: sia pubblica che privata. L’analisi di Gianfranco Polillo

Si dice che a volte la toppa sia peggiore del buco. Invece di risolvere il problema, lo complica: rendendo più evidente la sottostante lesione. È quanto capitato in Parlamento durante l’audizione del Presidente dell’Istat, il prof. Francesco Maria Chelli, accompagnato dai suoi più stretti collaboratori. Sia ben chiaro l’Istituto non ha alcuna colpa. Forse nemmeno gli esponenti dell’opposizione che fanno solo il loro mestiere. A volte il loro zelo è eccessivo, ma anche questo fa parte delle regole del gioco.

Sono state invece le risposte del dott. Savio, uno dei responsabili della gestione statistica dei conti pubblici a sorprendere. A lui era stato attribuito l’ingrato compito di bocciare, in statistica, Giorgia Meloni. Inconsistenti i rilievi di quest’ultima sui dati dell’indebitamento: quel 3,1% del deficit che aveva condannato l’Italia alla “procedura d’infrazione” era pienamente giustificato. Alla premier avevano detto che lo scarto, rispetto alle “rigide” regole europee, era stato appena di circa 600 milioni di euro. Un’inezia rispetto ad una spesa pubblica di oltre 1.150 miliardi. Ma, invece, non era così.

Quell’importo, infatti, non va calcolato sulla differenza tra il 3,07%, come effettivamente accertato, ed il 3,04 valore che, per effetto dell’arrotondamento, avrebbe declassato il deficit al 3%. Ma sulla effettiva differenza tra il primo valore (3,07%) ed il 3%. Di conseguenza non avrebbe dovuto parlare di una differenza di circa 600 milioni, ma almeno del doppio. Un calcolo, quest’ultimo che, tuttavia, è figlio di un’asimmetria. Che, a sua volta, fa a pugni con qualsiasi regola statistica. L’arrotondamento non può essere a senso unico. Se vale verso l’alto: per cui il 3,07 diventa il 3,1%. Deve valere anche verso il basso. Mentre, in questo caso alcuni decimali (dal 3% al 3,049%) sono arbitrariamente sterilizzati.

Ma c’è di più. Sostiene il dott. Savio, che la Commissione avrebbe stabilito che il deficit di bilancio doveva essere contenuto entro un valore, ancora minore: compreso tra il 2,94 ed il 2,99% del Pil. Quale condizione imprenscindibile per uscire dalla “procedura d’infrazione”. In quale Trattato questa condizione sia posta non è dato sapere. Ed è, comunque, sorprendente osservare il doppio registro della Commissione: così precisa nel prescrivere, con appositi Regolamenti, dimensioni e diametri delle banane, ai fini di una loro commercializzazione, ed invece cosi disinvolta per quanto riguarda un valore così determinante come il deficit di bilancio. Che non è solo un numero, ma il passaporto che consente il passaggio dalla precarietà a una relativa sicurezza.

Si dirà che quelle differenze sono minime. Ed è vero. Ma non è questa la logica intrinseca di un qualsiasi algoritmo. La sua rigidità è tale che anche ad una piccola differenza possono, invece, corrispondere conseguenze ben più gravi. Tant’è che per le spese militari è stato necessario prevedere una specifica deroga. Gli Stati membri potranno spendere fino all’1,5% in più (rispetto alla “traiettoria della spesa netta” concordata) anche qualora “l’eccedenza” del deficit “rispetto al 3% del Pil” sia “esigua e temporanea” (C(2025) 2000 definitivo). Ipotesi che risolve un problema, ma ne crea subito un altro. Come ha detto il ministro Giorgetti: si può accettare una deroga dai parametri di Maastricht per gli armamenti, ma negarla per i maggiori costi energetici? Alla Commissione l’ardua sentenza.

Ma fin qui siamo nell’ambito delle procedure contabili, quando invece è di altro che bisogna discutere. Il Presidente dell’Istat ha ricordato che, agli inizi dello scorso ottobre, il Documento Programmatico di finanza pubblica aveva stimato al 3% il livello dell’indebitamento. Il Mef, quindi, ma in particolare la Ragioneria generale avevano tutto il tempo per gestire le entrate e le spese dell’ultimo trimestre per conseguire quel risultato. Come? Anticipando alcune entrate o ritardando alcune spese, come si fa in qualsiasi struttura economica: sia pubblica che privata. In ogni caso, infatti, la data del 31 dicembre è una sorta di tagliola. Chiude l’esercizio finanziario, condizionando quei risultati che sono poi comunicati. Per questo occorre la massima attenzione.

Ed ecco allora la vera differenza che una polemica, puramente contabile, rischia di occultare. Non si è trattato di questo, visto se non altro che le procedure sono codificate e lasciano ben pochi margini alla libera interpretazione. Come del resto indicato dagli stessi rappresentanti dell’Istat. Il vero nodo non risolto è stato dato dalla gestione della politica economica e finanziaria da parte del Mef. La Ragioneria Generale doveva essere più attenta: considerando il valore simbolico di quello “stupido” algoritmo. Aver mancato, per così poco, il 3% nel rapporto indebitamento/Pil, considerata l’entità dei volumi di entrata e di uscita, (che nell’ultimo trimestre dell’anno sono ben superiori a quello degli altri trimestri) è stato il segno di una certa sciatteria. Alla quale è necessario porre rimedio. Per scongiurare, in futuro, ulteriori errori che potrebbero essere fonte di guai ben maggiori.


×

Iscriviti alla newsletter