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Ius soli e missioni diplomatiche tra pretese russe e restrizioni trumpiane. L’opinione di Curti Gialdino

Di Carlo Curti Gialdino

Torna al centro il nodo dello jus soli negli Stati Uniti. Mosca, con Zakharova, accusa Washington di imporre la cittadinanza ai figli del personale tecnico, mentre l’amministrazione Trump tenta di restringerla. Il contenzioso, fondato sul XIV Emendamento, è ora alla Corte Suprema e rischia di aprire a casi di apolidia. Il commento di Carlo Curti Gialdino, presidente del Seminario permanente di studi internazionali

La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, in un articolo su Vedomosti rilanciato dalla Tass, ha denunciato una presunta violazione dei diritti dei figli del personale amministrativo e tecnico delle missioni russe negli Usa.

Zakharova ha definito le regole statunitensi una “distribuzione forzata” della cittadinanza, interpretata come un “cavallo di Troia” legale per sottoporre i minori alla giurisdizione dei servizi sociali americani e alle ideologie di genere occidentali, scavalcando l’autorità dei genitori e di Mosca.

La Russia chiede quindi che tale personale sia equiparato a quello diplomatico, escludendo i figli dall’acquisto della cittadinanza Usa. Tale posizione converge paradossalmente con l’obiettivo dell’amministrazione Trump di limitare lo jus soli.

La contesa ruota attorno al XIV Emendamento, che garantisce la cittadinanza a chiunque nasca negli Stati Uniti e sia “soggetto alla loro giurisdizione”.

Secondo la decisione della Corte suprema nel caso Wong Kim Ark (1898), l’unica eccezione riguarda i figli degli agenti diplomatici investiti di piena immunità (collocati in “Lista blu”, la lista diplomatica), considerati estensioni legali dello Stato d’invio.

Al contrario, il personale in “Lista bianca” (vale a dire nell’elenco del personale tecnico-amministrativo) gode, ai sensi delle Convenzioni di Vienna sulle relazioni diplomatiche del 1961e sulle relazioni consolari del 1963, della sola immunità funzionale.

Essendo pienamente soggetti alla giurisdizione locale per gli atti della vita privata, i loro figli sono stati considerati cittadini Usa per oltre 150 anni. La criticità attuale è acuita dall’Executive Order 14160 del 2025.

L’amministrazione Trump sta tentando di forzare i nati in “Lista bianca” a richiedere la Green Card invece del passaporto.

La prassi è lesiva: per ottenere la residenza, l’individuo deve dichiarare di non essere cittadino, validando così l’annullamento retroattivo del proprio status costituzionale. In caso di rifiuto, il soggetto perde la cittadinanza e rischia pure la deportazione.

Sotto il profilo dei principi generali, la pretesa statunitense appare preclusa dalla regola dell’estoppel: avendo emesso passaporti per un secolo e mezzo, gli USA hanno creato un affidamento legittimo che non può essere revocato senza violare il divieto di venire contra factum proprium, cioè assumere un atteggiamento contraddittorio.

La posizione russa, pur speculare, appare strumentale al controllo sui propri funzionari e si fonda su una lettura forzata delle Convenzioni di Vienna, rivendicando per la “Lista bianca” privilegi che il diritto diplomatico-consolare nega esplicitamente.

La questione è ora al vaglio della Corte Suprema nel caso Trump v. Barbara.

In merito, la Conferenza dei Vescovi cattolici degli Stati Uniti ha depositato una densa memoria denunciando l’immoralità di una norma che creerebbe una classe di apolidi, sottolineando che l’interpretazione restrittiva dell’Esecutivo tradisce la volontà dei costituenti di garantire uguaglianza a chiunque nasca sotto la sovranità statunitense.

Poiché la vicenda coinvolge tutte le missioni straniere e migliaia di individui, sarebbe opportuno che il ministro degli Esteri Antonio Tajani e, nel caso ci fosse un incontro, pure il presidente Giorgia Meloni, sollevassero il tema con il segretario di Stato Marco Rubio.

Quest’ultimo, tra l’altro, rappresenta un paradosso vivente: nato a Miami da genitori cubani non ancora naturalizzati, Rubio è cittadino USA proprio in forza di quella lettura ultra-secolare del XIV Emendamento che oggi la sua amministrazione contesta, e che gli ha permesso, nel 2016, di candidarsi nelle primarie repubblicane per la presidenza degli Stati Uniti e, dal 2025, di guidare il Dipartimento di Stato.


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