L’intreccio tra le due guerre è l’elemento più corrosivo. Guerre per alcuni versi simmetriche nel loro svolgimento. Entrambe caratterizzate da una posizione di stallo (un “reciproco assedio”) tanto nel Donbass che nello stretto di Hormuz. Stallo che, tuttavia, non favorisce gli interessi dell’Occidente. Il commento di Gianfranco Polillo
E se l’obiettivo dell’Iran e dei suoi alleati fosse, fin dall’inizio, quello di strangolare finanziariamente l’Occidente? Non solo Israele o gli Stati Uniti, ma quella galassia di Paesi – dal Medio Oriente alla Finlandia – che da decenni fanno parte di un sistema di alleanze non solo militari, ma politiche e finanziare. Fosse questa la chiave di lettura, la crisi globale che, in controluce, segna l’orizzonte dell’intero Pianeta, avrebbe un senso compiuto.
Di fronte ad una simile ipotesi, Donald Trump dovrebbe riflettere sulle vicende della Roma antica. Su quella battaglia tra gli Orazi ed i Curiazi. Su quel duello decisivo tra i due gruppi di tre gemelli – romani i primi, albani i secondi – avvenuto nel VII secolo A.C. sotto il re Tullo Ostilio. Deciso per evitare un massacro tra Roma e Alba Longa. Con astuzia, l’unico orazio sopravvissuto al primo scontro, dopo aver diviso gli avversari, che nel frattempo erano stati feriti, li uccise uno ad uno, dopo averli costretti alla corsa, vincendo così quella partita che avrebbe poi garantito la supremazia di Roma.
Non è forse quello che sta avvenendo tra le due sponde dell’Atlantico? Il comandante in capo dell’Occidente, che rinnega l’insegnamento di Dwight Eisenhower, per assumere la veste del principale distruttore di una storica alleanza, perdendo il senso delle proporzioni. In un connubio con Netanyahu, che lascia sconcertati. Non perché Israele non debba essere difesa. Ma per il prevalere di una strategia – o meglio della mancanza di una strategia – che riduce il tutto al puro scontro militare. Significativa l’allergia di BiBi per ogni ipotesi di Stato Palestinese. Come se le leggi dei grandi numeri non operassero contro Israele.
Questo groviglio di contraddizioni spiega la debolezza dell’Occidente ed il rischio di una sua possibile sconfitta. L’elemento più corrosivo è rappresentato dall’intreccio tra le due guerre: quella che si combatte in Ucraina e quella che vede impegnati gli sciiti, non solo contro i sunniti; ma contro tutto l’Occidente. Guerre, per alcuni versi simmetriche, nel loro svolgimento. Entrambe caratterizzate da una posizione di stallo (un “reciproco assedio”) tanto nel Donbass che nello stretto di Hormuz. Stallo che, tuttavia, non favorisce gli interessi dell’Occidente.
La crisi energetica, infatti, sta giocando a favore della Russia, rivitalizzando un’economia ch’era giunta ormai sull’orlo del collasso. Da quando sono iniziate le ostilità contro l’Iran, il rublo si è progressivamente rivalutato sia nei confronti del dollaro che dell’euro. Al tempo stesso le riserve ufficiali sono cresciute specie dagli inizi dell’anno. Evidentemente hanno giocato a favore le varie decisioni americane di allentare l’embargo nei confronti del petrolio russo. Una prima volta a favore dell’India, quindi concedendo l’autorizzazione temporanea per l’acquisto del “petrolio in transito”. Ossia già in viaggio sulle petroliere.
Valutare la possibile evoluzione della situazione internazionale, al momento, è comunque estremamente difficile. Se si dovesse raggiungere un compromesso, che ponesse fine alle ostilità, sarebbe un conto. Un altro se il prezzo del Brent dal suo massimo di 125 dollari al barile dei giorni scorsi, dovesse salire fino a 200 dollari (300 ha detto Trump). Livello difficilmente sopportabile per la maggior parte dei Paesi dell’intero Pianeta.
Il primo effetto di questa impennata sarebbe un trasferimento abnorme di ricchezza dai Paesi importatori di petrolio a quelli esportatori. Con la conseguenza di produrre una nuova stagflazione: quel micidiale mix di inflazione e recessione. L’aumento di tutti i prezzi interni sarebbe la conseguenza della traslazione dei maggiori costi energetici su tutto il resto della produzione. La recessione, invece, farebbe seguito alla caduta della domanda interna, quale conseguenza di quel trasferimento di ricchezza di cui si è appena detto. Il ripetersi di quanto già sperimentato negli anni ‘70, ma con un’aggravante.
Allora l’asprezza della crisi fu, almeno in parte, contrastata dalla decisione dei Paesi produttori di petrolio di reinvestire, in Occidente, parte di quella maggiore ricchezza ottenuta grazie all’aumento dei relativi prezzi. Il fenomeno dei cosiddetti “petrodollari”. Che potrà ancora manifestarsi, ma in misura più che ridotta. Gran parte di quelle risorse dovranno essere, infatti, reinvestite nell’opera di ricostruzione interna delle infrastrutture distrutte dalla guerra. Che hanno segnato soprattutto, secondo le analisi del Fondo monetario, la vita dei maggiori Paesi produttori del Mondo arabo. A partire dagli Emirati del Golfo Persico.
Immediate, allora, le conseguenze sul fronte occidentale. Che saranno diverse a secondo dei Paesi considerati. L’impatto negli Stati Uniti sarà meno violento rispetto a quello europeo. Essendo i primi tra i principali esportatori di prodotti petroliferi. I prezzi interni aumenteranno a causa di una maggiore inflazione, trainata dai maggiori prezzi del petrolio, ma gli utili delle compagnie produttrici cresceranno in misura anche maggiore. Dipenderà quindi dalla politica fiscale come utilizzare il surplus commerciale e finanziario, così prodotto. Potrà essere redistribuito, come pure essere lasciato alle grandi corporation per progetti di sviluppo tecnologico. A loro volta destinati ad accrescere quella produttività, che è necessaria per contrastare le spinte inflazionistiche.
In Europa, invece, quei margini non ci sono. Tornerà, quindi, l’incubo dei “deficit gemelli”, che fu tipico della crisi degli anni ‘90: un rosso della bilancia commerciale dovuto ai maggiori costi delle importazioni. Un più elevato indebitamento, conseguenza della minore crescita rispetto ai più elevati tassi di interessi, necessari per contenere la spinta dei prezzi. E così le differenze tra le due sponde dell’Atlantico non potranno che aumentare. Vi contribuirà, come ha chiarito Lucrezia Reichlin sulle pagine de Il Corriere, il differenziale di produttività a tutto svantaggio dell’Europa. Ma non solo. Ridimensionato l’ombrello protettivo americano, in Europa, saranno necessarie maggiori spese per difendersi da possibili aggressioni. Quindi più cannoni e meno burro da destinare ai ceti più fragili.
Un brutto scenario quindi che sarebbe inutile esorcizzare. Chi lo tenta vuole continuare ad illudersi ed illudere. Basti guardare alla sequenza temporale degli ultimi avvenimenti, per avere conferma della non casualità del processo in atto. Quattro anni fa Vladimir Putin aveva invaso l’Ucraina, dopo che l’Occidente aveva chiuso un occhio sull’annessione di parte della Giorgia e della Crimea. La mancanza di una risposta adeguata da parte dell’Occidente aveva ringalluzzito tutti i suoi nemici. In Palestina prima Hamas, quindi gli Hezbollah diventavano sempre più intraprendenti fino all’orrendo massacro dei giovani israeliani del 7 ottobre di due anni e mezzo fa.
È immaginabile che in quella mattanza non vi fosse, anche, lo zampino dell’Iran? Difficile negarlo. Forse non vi sarà stato un comando diretto, ma certo una condivisione degli obiettivi. Con una doppia finalità: bastonare la maggioranza sunnita (circa l’80% del mondo musulmano) e sfidare un Occidente ritenuto sempre più imbelle e timoroso. Tant’è che a distanza di pochi mesi, da quel massacro, nel giorno in cui ricorreva il cinquantesimo anniversario dello scoppio della guerra arabo-israeliana del 1973, ecco entrare in scena gli Houthi con i loro attacchi, nelle acque del Mar Rosso, contro i convogli commerciali occidentali. Attacchi che non solo hanno prodotto un dimezzamento dei relativi traffici, ma che hanno anticipato ciò che, a livello più ampio, si sarebbe verificato nello stretto di Hormuz.
Si può sempre sostenere che tutto ciò si stato frutto del caso, piuttosto che di una regia consapevole. Tuttavia l’esperienza storica sconsiglia il ricorso a questa vecchia forma di appeasement. Fu sperimentata da Chamberlain durante gli anni 30 nei confronti di Hitler e non portò a buoni risultati. Si vis pacem, para bellum (se vuoi la pace prepara la guerra) dicevano i latini. Locuzione che fa inorridire tutti i pacifisti. Ma quel “mettete dei fiori nei vostri cannoni” è tanto bello, quanto tartufesco. Induce al disimpegno ed alla pigrizia intellettuale. Abbassa le difese in nome di un sogno che, ben presto, potrebbe trasformarsi in un incubo orrendo.
















