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Perché serve un cambio di paradigma nella leadership pubblica e privata

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Il collasso della globalizzazione e il ritorno dello Stato come attore strategico nell’economia letti attraverso le opinioni di Giuseppe Conte (Inps) e Salvatore Santangelo, giornalista e saggista. Dalla crisi delle supply chain alla necessità di una nuova sensibilità geopolitica per classi dirigenti pubbliche e private

Il collasso delle catene globali del valore, le guerre ai confini dell’Europa, l’instabilità crescente in Medio Oriente e le tensioni attorno a Taiwan non sono crisi episodiche né shock isolati. Sono, piuttosto, segnali convergenti di una trasformazione strutturale dell’ordine internazionale. Una trasformazione che impone un ripensamento profondo dei paradigmi economici, politici e formativi che hanno guidato l’Occidente negli ultimi decenni.

“La globalizzazione, così come l’abbiamo conosciuta, si sta ritirando come una marea”, osserva Giuseppe Conte, direttore Relazioni Internazionali dell’Inps. “E ciò che lascia scoperto obbliga imprese e amministrazioni pubbliche a scelte per le quali non erano preparate”. Una consapevolezza che ormai attraversa anche il dibattito istituzionale europeo: non a caso Mario Draghi, intervenendo lo scorso 15 aprile alla Sapienza, ha sottolineato come oggi il commercio internazionale sia guidato sempre più dalla geopolitica e come lo Stato sia tornato un attore centrale delle dinamiche economiche.
Non si tratta di una provocazione teorica, ma della fotografia del nuovo ciclo storico. “Per anni il modello neoliberale ha indotto élite pubbliche e private a credere che i mercati fossero immuni dalla storia”, sottolinea Salvatore Santangelo, giornalista e saggista. “Il risultato è stata una progressiva atrofia della sensibilità geopolitica: il rischio sistemico è stato percepito come una variabile marginale, non come una competenza di governo”.

Oggi quel ritardo culturale presenta il conto. Il mondo ha cambiato regole e l’interventismo statale è tornato, non per nostalgia dirigista ma per necessità strategica. “Ridisegnare le supply chain, diversificare le fonti energetiche, proteggere i settori tecnologici critici non sono più opzioni ideologiche”, afferma Conte. “Sono diventate priorità di sicurezza nazionale prima ancora che scelte economiche”.

Il segnale arriva anche da ambienti tradizionalmente lontani da visioni stataliste. McKinsey ha dedicato un intero report al tema della geopolitical resilience, indicandola come nuova priorità dei consigli di amministrazione. Sul piano istituzionale, il Rapporto Draghi sulla competitività europea – presentato nel 2024 su mandato della Commissione – rappresenta la sintesi più organica di questa consapevolezza: senza un cambio di rotta deciso, l’Europa rischia di non riuscire a preservare il proprio modello sociale mentre la competizione strategica con Stati Uniti e Cina si intensifica su tutti i fronti, da quello tecnologico a quello energetico e militare.

In questo scenario, la vera variabile critica diventa la qualità della classe dirigente. “Un dirigente pubblico che non sappia leggere la tensione tra centro e periferia, tra spinte sovraniste e interdipendenze globali, è un navigatore senza bussola”, avverte Santangelo. “Lo stesso vale per il ceo di un’azienda esposta ai mercati internazionali che ignora le implicazioni geopolitiche delle proprie decisioni di investimento o di approvvigionamento”.

Da qui la necessità di un cambio di paradigma nella formazione e nella selezione della leadership, pubblica e privata. “La sensibilità geopolitica non può più essere un sapere specialistico relegato ai diplomatici”, insiste Conte. “Deve diventare una competenza trasversale: capacità di leggere il rischio sistemico, anticipare le discontinuità, ragionare sul lungo periodo”.
Il ruolo dello Stato, in questo contesto, è destinato a evolvere. Non più semplice custode procedurale, ma attore capace di orientare, proteggere e investire con intelligenza strategica. Una lezione che trova conferma anche nella letteratura economica: secondo Daron Acemoglu e James Robinson, il discrimine tra nazioni che prosperano e nazioni che declinano non è la geografia né la cultura, ma la qualità delle istituzioni, inclusive e adattive oppure estrattive e rigide.

Infine, resta il tema della fragilità dei sistemi complessi. “Come ci ha insegnato Nassim Taleb, la fragilità non nasce dall’incertezza”, conclude Santangelo, “ma dalla presunzione di poterla eliminare”. Governare l’instabilità richiede classi dirigenti all’altezza della complessità del tempo presente. Una sfida che non è più rinviabile.


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