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Hormuz, così il Medio Oriente entra nella fase del congelamento competitivo. L’analisi di Dentice

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Golfo idrogeno

Le prime navi di Gnl tornano a sfidare lo Stretto di Hormuz mentre Washington e Teheran tentano di costruire una fragile tregua sul Golfo. Giuseppe Dentice analizza il “congelamento competitivo” del conflitto mediorientale tra deterrenza, diplomazia coercitiva e rischio di nuova escalation

Le prime navi cariche di gas naturale liquefatto stanno tentando di tornare ad attraversare lo Stretto di Hormuz. Alcune riescono a passare, altre tornano indietro. Alcune navigano addirittura con i transponder spenti per evitare di essere tracciate. Il primo a doppiare lo stretto è stato il cargo di Gnl Al-Kharaitiyat. Ma lo Ukmto – il centro britannico di monitoraggio della sicurezza marittima nell’area del Golfo e del Mar Rosso – ha segnalato un incidente nelle acque al largo di Doha, dove un drone avrebbe colpito una nave commerciale provocando un piccolo incendio. È una fotografia che racconta meglio di molte dichiarazioni ufficiali la fase attuale del Medio Oriente: una regione sospesa tra de-escalation e rischio di nuova escalation.

Secondo dati di tracciamento marittimo, almeno due LNG carrier provenienti da Abu Dhabi sono riuscite ad attraversare lo Stretto nonostante la minaccia iraniana alle navi commerciali. Altre imbarcazioni qatariote dirette verso il Pakistan hanno invece invertito la rotta prima di entrare nel passaggio marittimo. Nel frattempo Islamabad, che dipende dal Qatar per gran parte delle proprie forniture energetiche, ha sospeso acquisti spot di GNL dopo contatti diplomatici con Doha e Teheran, nella convinzione che possano esserci progressi imminenti sulla riapertura delle rotte energetiche nel Golfo.

Dietro questi movimenti si intravede il tentativo di costruire una tregua informale attorno allo Stretto di Hormuz, vero epicentro strategico del confronto regionale apertosi il 28 febbraio scorso. Ma la situazione resta estremamente fragile. Anche perché, secondo indiscrezioni diplomatiche, Teheran starebbe valutando una proposta americana che collegherebbe simultaneamente la riapertura dello Stretto alla rimozione del blocco navale statunitense sui porti iraniani.

È dentro questo scenario che Giuseppe Dentice, responsabile dell’Osservatorio sul Mediterraneo (Osmed) dell’Istituto di Studi Politici “San Pio V”, legge l’attuale fase regionale come una sorta di tregua armata. “Il Medio Oriente si trova in una fase di sospensione strategica”, osserva Dentice. La guerra, spiega, “non è conclusa, ma gli attori principali stanno tentando di congelarne l’escalation attraverso una diplomazia coercitiva”.

Il centro della crisi resta il negoziato tra Stati Uniti e Iran, entrato nella fase più delicata dall’inizio del conflitto regionale. Secondo Dentice, Washington e Teheran sarebbero vicine a un memorandum preliminare in 14 punti destinato a sancire la fine delle ostilità e ad aprire una finestra di trenta giorni per negoziati più strutturati sul nucleare iraniano e sulla sicurezza marittima del Golfo.

L’intesa includerebbe una moratoria sull’arricchimento dell’uranio, un allentamento delle sanzioni americane e soprattutto la riapertura di Hormuz. Per l’analista, il principale elemento di novità consiste nell’avere ricostruito “un canale politico stabile dopo settimane di confronto militare diretto”. Washington, aggiunge, sembra aver compreso che “il solo strumento militare non è sufficiente a piegare Teheran”, mentre la leadership iraniana appare ormai consapevole “dell’insostenibilità economica di una crisi permanente sullo Stretto di Hormuz”. Anche il calo del prezzo del petrolio sotto i 100 dollari viene interpretato come un segnale che i mercati iniziano a percepire una concreta possibilità di de-escalation.

Ma i margini di errore restano elevatissimi. “Il negoziato nasce dentro una logica apertamente ricattatoria”, sottolinea Dentice. Donald Trump ha sospeso l’operazione navale americana nello Stretto, ma continua contemporaneamente a minacciare una ripresa delle operazioni militari qualora Teheran non rispettasse gli accordi. Sul fronte opposto, l’Iran continua invece a utilizzare Hormuz come leva strategica, subordinando ogni accordo alla rimozione delle restrizioni navali statunitensi. In altre parole, spiega l’analista, “la diplomazia resta subordinata alla deterrenza”.

L’altro grande elemento di fragilità riguarda Israele. La leadership israeliana considera insufficiente qualsiasi accordo che non smantelli in modo irreversibile la capacità nucleare iraniana. Secondo indiscrezioni rilanciate dalla stampa internazionale, Israele continua a chiedere il trasferimento all’estero delle scorte di uranio altamente arricchito e mantiene elevata la prontezza operativa dell’IDF. Dentice descrive così una postura israeliana “ambivalente”: sostegno tattico alla mediazione americana, ma contemporaneamente preparazione concreta all’eventualità di un collasso del negoziato.

Questo spiega anche perché Israele continui parallelamente ad agire sui fronti periferici della crisi, soprattutto Libano e Siria, nel tentativo di impedire all’“Asse della Resistenza” di ricostruire profondità strategica. In Libano, osserva Dentice, il cessate il fuoco del 16 aprile rimane estremamente fragile. L’accordo mediato dagli Stati Uniti ha congelato temporaneamente il confronto tra Israele e Hezbollah senza però risolverne le cause strutturali. Hezbollah non ha formalmente aderito all’intesa e Israele continua a effettuare raid mirati nel sud del Paese sostenendo di colpire infrastrutture militari sciite. Anche i nuovi ordini di evacuazione emessi dall’IDF nei villaggi del Libano meridionale vengono interpretati come il segnale che il conflitto resta aperto.

Per Dentice, lo scenario più probabile nei prossimi mesi è quello di una “guerra a bassa intensità”: meno operazioni terrestri su larga scala, ma continui attacchi mirati, droni, artiglieria e operazioni clandestine. Difficile immaginare nel breve periodo “un reale disarmo di Hezbollah”, che continua a rappresentare il principale strumento di deterrenza iraniana verso Israele. A Gaza, invece, il conflitto aperto ha lasciato il posto a una gestione militare frammentata, senza che emerga una governance post-Hamas condivisa. Israele continua a mantenere una presenza operativa significativa nella Striscia e considera prioritario impedire la ricostruzione delle capacità militari del movimento islamista.

Sul piano umanitario, sottolinea Dentice, la situazione continua a deteriorarsi e Gaza resta “il principale detonatore emotivo e politico dell’intera regione”. Ma il fronte più sottovalutato, secondo l’analista, è probabilmente la Cisgiordania. L’espansione degli insediamenti israeliani e la crescente violenza dei coloni stanno erodendo ulteriormente la già fragile Autorità Nazionale Palestinese. Anche l’Unione Europea ha iniziato a discutere nuovi programmi di sostegno alle comunità palestinesi colpite dalle violenze dei coloni. Il rischio concreto, conclude Dentice, è che la Cisgiordania possa trasformarsi nel prossimo epicentro dell’instabilità regionale, soprattutto se Gaza continuerà a restare priva di una soluzione politica.

Nel complesso, l’impressione dell’analista è che il Medio Oriente non stia entrando in una fase di pace, ma in una fase di “congelamento competitivo del conflitto”. Gli attori regionali stanno cercando di ridurre temporaneamente i costi della guerra senza rinunciare ai propri obiettivi strategici. La vera incognita, conclude, sarà capire se Washington riuscirà a trasformare questa tregua armata in un nuovo equilibrio regionale oppure se l’attuale de-escalation rappresenti soltanto una pausa prima del prossimo ciclo di conflitto.


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