La Casa Bianca pubblica la United States Counterterrorism Strategy 2026 e riscrive la mappa del controterrorismo americano. Oltre alla minaccia jihadista, i cartelli, le gang transnazionali, l’estremismo politico violento, gli sponsor statali, il fentanyl e le tecnologie emergenti
La nuova United States Counterterrorism Strategy 2026, diffusa dalla Casa Bianca, prende il vecchio lessico della guerra al terrore e lo porta dentro l’elaborazione concettuale dell’America First, trattando gli argomenti ben noti, come al Qaeda e Isis, certo, ma allargando l’attenzione anche a cartelli messicani, gang transnazionali, fentanyl, Iran, Hezbollah, minacce ibride, intelligenza artificiale e armi di distruzione di massa. Tutto nel perseguimento del medesimo fine: proteggere il territorio americano prima che la minaccia arrivi a casa. Nella prefazione, il presidente rivendica il ritorno a “Peace through Strength” e descrive il controterrorismo come una missione di sovranità nazionale per la protezione degli americani come perno della politica di sicurezza e estera.
La strategia
Per Washington, oggi, le minacce principali sono tre. I narcoterroristi e le gang transnazionali. I gruppi jihadisti tradizionali. Gli estremisti violenti di sinistra, compresi anarchici e antifascisti. Non è una classificazione basata sulla matrice ideologica, ma sulla valutazione della minaccia per l’America e gli americani e sulle capacità di destabilizzare istituzioni, sfruttare reti transnazionali e ricevere, direttamente o indirettamente, sostegno da governi ostili.
La prima priorità è l’emisfero occidentale. Il documento individua come la minaccia più urgente, per la sicurezza interna americana, passi dai cartelli e dalle reti criminali che trafficano droga, armi, persone e precursori chimici verso gli Stati Uniti. La designazione di cartelli e gang come organizzazioni terroristiche straniere serve ad alzare il livello qualitativo e quantitativo del contrasto alla minaccia, trasformando dossier tradizionalmente criminali in dossier di sicurezza nazionale e attivando strumenti come intelligence, sanzioni, interdizione finanziaria, interventi militari e cooperazione internazionale.
Il documento rivendica poi strike contro imbarcazioni legate al narcotraffico e richiama l’arresto di Nicolás Maduro, descritto come leader illegittimo del Venezuela e attore connesso a reti criminali e a rapporti con Iran e Hezbollah. Da qui, il Medio Oriente resta il secondo pilastro. La produzione energetica americana, sostiene la strategia, ha ridotto il peso vitale della regione per la stabilità degli Stati Uniti. Eppure da lì continuano a partire le minacce di Iran, Hezbollah, Houthi, Hamas, al Qaeda, Isis e le loro ramificazioni. E la postura è quella della pressione continua. La dottrina strategica americana traccia il quadro delle contromisure: colpire i proxy, degradare le capacità militari, impedire che Teheran arrivi all’arma nucleare, mantenere aperti Hormuz e Mar Rosso, proteggere Israele e impedire che la regione torni a essere un incubatore di attacchi contro interessi americani. Tra questi, l’Iran è indicato come il principale sponsor statale del terrorismo e la Casa Bianca rivendica la continuità con l’uccisione di Qasem Soleimani nel primo mandato Trump e cita le operazioni Midnight Hammer ed Epic Fury contro capacità nucleari e militari iraniane.
Usa, Europa, Africa e Asia
Il documento riconosce che i Paesi europei restano partner centrali del controterrorismo americano, ma li descrive anche come vulnerabili, lenti e troppo dipendenti da Washington. Secondo la Casa Bianca, frontiere deboli, risorse insufficienti e una lettura indulgente di alcune dinamiche migratorie avrebbero reso il continente un ambiente più permissivo per jihadisti, cartelli e attori statali ostili.
Dalla richiesta di maggior impegno ai partner europei, il dossier tocca anche il tema (comune) dell’Africa. Il Continente africano viene descritto come il nuovo spazio di dispersione del jihadismo dopo la caduta del califfato territoriale dello Stato islamico in Siria e Iraq. Sahel, Africa occidentale, bacino del Lago Ciad, Somalia, Sudan e Mozambico compongono la mappa del rischio. Qui, la Casa Bianca prende le distanze dalle “forever wars” e disegna un approccio basato sulla cooperazione bilaterale e sulla pressione mirata sui gruppi capaci di pianificare attacchi esterni.
In questo quadro entra anche la protezione dei cristiani perseguitati. La strategia ne parla come di un obiettivo politico e di sicurezza, soprattutto in Africa, affidando al counter terrorism anche la funzione di protezione di un ordine civile, religioso e culturale che l’amministrazione considera parte dell’identità occidentale.
In Asia, l’attenzione è rivolta alle rotte del reclutamento, della radicalizzazione e del finanziamento. Il documento richiama la cattura del presunto responsabile dell’attacco di Abbey Gate, usata come prova della volontà americana di inseguire i responsabili ovunque si trovino. Qui ritorna la stessa formula incontrata nei quadri geopolitici precedenti: gli Stati Uniti cooperano, ma non intendono sostenere da soli il peso della sicurezza altrui.
Il contrasto alle minacce globali
L’ultimo capitolo porta la strategia al livello massimo della minaccia: armi chimiche, biologiche, radiologiche e nucleari. Prevenire un attacco terroristico con armi di distruzione di massa viene definito una missione senza margine d’errore. La Casa Bianca cita Aum Shinrikyo, al Qaeda e Isis per ricordare che le organizzazioni terroristiche hanno sempre cercato strumenti capaci di produrre vittime di massa. Ma aggiorna il problema all’epoca delle tecnologie emergenti, come l’intelligenza artificiale, i veicoli autonomi, la manifattura additiva, la nuova generazione nucleare.
Dentro questa categoria viene inserito anche il fentanyl. Per l’amministrazione Trump, i precursori chimici e le reti che alimentano l’epidemia di overdose negli Stati Uniti sono una minaccia di massa alla popolazione americana. Da qui la decisione di collegare cartelli, sponsor statali, traffici chimici e strumenti antiterrorismo.
Il risultato è una dottrina più concettualmente larga, più ruvida e più selettiva, che fa nell’individuazione delle minacce e nella condivisione del loro contrasto i suoi cardini.
















