Intervista al generale Giovanni Nistri, già Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri dal 2018 al 2021. Un racconto vivo che, attraverso la sua autobiografia, ripercorre oltre cinquant’anni di servizio, dagli anni alla Scuola militare Nunziatella di Napoli fino ai vertici dell’Arma. “Ho servito lo Stato. Una vita nell’Arma” diventa così l’occasione per riflettere, in dialogo con Alberto Pagani, su carriera, istituzioni e senso dello Stato
“Ho servito lo Stato. Una vita nell’Arma”, è il titolo dell’autobiografia (pubblicata da Neri Pozza nell’ottobre 2025) del generale Giovanni Nistri, già Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri dal 2018 al 2021, che ripercorre la sua lunga carriera, durata 51 anni, a partire dagli anni presso la Scuola Militare Nunziatella di Napoli fino ai vertici dell’Arma. In questa conversazione per Formiche.net Nistri racconta l’Arma dei carabinieri, i suoi uomini e le sue donne, i suoi valori, talune crisi e quella solitudine che un Comandante “deve” avere.
Quando ti hanno proposto di scrivere una tua biografia eri riluttante a farlo, perché pensavi che la tua esperienza di vita non potesse interessare ad altri che a te ed ai tuoi congiunti. Come ti hanno convinto a scriverla?
Sono tuttora convinto che la mia esperienza di vita non interessi granché a nessuno, anche perché non è stata caratterizzata da imprese di grande impatto mediatico né da un’accurata, paziente costruzione dell’immagine. Chi mi propose di scriverne mi convinse mettendo in mezzo Emma, la mia piccola e per ora unica nipote: “…perché lasciare che la sua nipotina possa trovare notizie solo su Wikipedia e su qualche spezzone di Youtube, qualora, crescendo, le venga il desiderio di conoscere qualcosa di più sul nonno? … Davvero pensa di non avere nulla di interessante da dire?”. In effetti, non avrei desiderato che Emma conoscesse di me solo attraverso il filtro spesso deformante e disinformante del web. E affrontai l’iniziale pagina bianca con un preciso intento: provare a rifuggire da ogni tentazione agiografica, raccontando non tanto me stesso in quanto individuo, bensì descrivendo dall’interno il contesto nel quale sono vissuto per oltre nove lustri, l’Arma dei carabinieri, i suoi uomini e donne, i suoi valori, anche talune crisi. E, naturalmente, il mio punto di vista.
Però hai deciso di devolvere i proventi della vendita del tuo libro in beneficenza. A quale causa?
Sin da subito ho escluso che il libro potesse diventare fonte di qualsiasi provento economico a mio beneficio. Nel ricordare anche episodi luttuosi occorsi ai militari, mi è venuto perciò spontaneo pensare agli orfani. Così, devolvo interamente gli introiti della vendita di mia pertinenza all’Opera Nazionale di Assistenza agli Orfani dei Militari dell’Arma dei carabinieri, ad eccezione di un piccolo contributo elargito all’associazione urbinate “Fuori dal nido”, che promuove l’integrazione sociale, scolastica e lavorativa di soggetti disabili.
Comandare l’Arma significa gestire migliaia di uomini e donne. Qual è la solitudine che prova un Comandante Generale quando deve prendere decisioni che influenzano la vita dei suoi sottoposti e la sicurezza del Paese?
Un Comandante Generale, anzi, chiunque si trovi a ricoprire un incarico di “comando” ai vari livelli, anche nel mondo civile, non è mai completamente solo, perché nella quotidianità può comunque rivolgersi a validi collaboratori per ascoltarne le idee, i pareri, i suggerimenti. Ma si è soli nel momento della decisione, a ogni livello, perché è uno solo che decide. Si è soli perché ci si confronta con la propria coscienza: tanto più si sale nella piramide gerarchica, tanto più la decisione coinvolge numeri sempre più ampi di persone, fino a ricomprendere l’intera Istituzione. Si è soli perché la responsabilità di ogni singola decisione presa ricade (e DEVE ricadere) esclusivamente su chi l’ha assunta: è vero, ci sono i consiglieri che propongono (nelle strutture militari, lo Stato Maggiore), i suggeritori che orientano e le situazioni che vincolano (le influenze informali e trasversali), ma chi decide è uno solo: il “Capo”. Che poi non può, non vuole, non deve “scaricare” la responsabilità su nessun altro: in questa consapevolezza sta la solitudine del Comandante. Onori e oneri.
L’Arma dei Carabinieri è un pilastro dell’identità italiana. Come è cambiato il rapporto tra il cittadino e la “divisa” durante il tuo mandato, specialmente in anni segnati da crisi sociali e sanitarie?
Dal mio primo giorno di servizio a oggi, il rapporto “cittadino-divisa” è cambiato molto, eppure…è sempre lo stesso. È cambiato nel formalismo esteriore, passato dalla reciproca rigidità convenzionale all’approccio quasi confidenziale e in taluni casi dal rispetto timoroso alla spavalda opposizione preconcetta, atteggiamento sempre più frequente soprattutto tra i più giovani. Viceversa, è rimasto immutato nei momenti di difficoltà individuale o collettiva, come se ne è avuta ripetuta dimostrazione, ad esempio, nel periodo pandemico e in ogni catastrofe naturale, oppure nei momenti in cui la fragilità psicologica o materiale espone il singolo a gesti autolesionistici. In tali situazioni, fondamentali nell’esistenza di un individuo o di una comunità, tuttora il carabiniere rimane per il cittadino quello di sempre: una persona normale che fa del proprio servizio non un trantran lavorativo ma una missione di solidarietà civica.
La tutela del patrimonio culturale e dell’ambiente. Tu hai una sensibilità spiccata per questi temi: come si è evoluta la missione dell’Arma oltre la tradizionale attività di prevenzione e repressione dei reati?
L’Italia è stata la prima Nazione a costituire un reparto specializzato nella tutela del patrimonio culturale, nel 1969, addirittura precedendo di un anno la Convenzione UNESCO di Parigi, che invitò gli Stati membri a istituire strutture dedicate. Tale compito, che adempie pienamente al dettato costituzionale, fu affidato all’Arma dei carabinieri sia per le riconosciute competenze organizzative e professionali sia, ritengo, per la peculiare struttura reticolare dell’Arma, presente sull’intero territorio nazionale e, dunque, particolarmente adeguata a contrastare le multiformi minacce al nostro patrimonio culturale, diffusamente esistente in tutta la penisola. Ancora oggi, nel particolare settore l’Arma rappresenta un punto di riferimento info-operativo per l’intera comunità internazionale.
Il tuo cane pensa quando guarda la tv?
Leone, il nostro amato Bichon Frisé, pensa, eccome. Anzi, ritengo che pensi con assai maggiore acume di qualche umano. O, almeno, così a me sembra, scorrendo i testi di qualche canzone d’oggidì. Un esempio? Basta leggere il capitolo “Uomini e donne, carabinieri”, il cui incipit riporta una riflessione fatta da Leone dopo aver ascoltato un brano musicale di successo. (Nell’incipit del capitolo il cane della famiglia Nistri sente un rapper in TV che qualifica i carabinieri come “infami” e “figli di cani”, e pensa: “Che artista scriteriato! Se solo sapesse… se solo avesse mai guardato negli occhi un cane, uno vero, che ama senza condizioni, che veglia senza stipendio, che consola senza parole. A lui, bastano una crocchetta e una carezza… E se solo avesse l’umiltà di leggere nel cuore di un carabiniere, quando si arrampica su un traliccio per salvare un aspirante suicida, quando trema nel buio freddo di un Capodanno per garantire sicurezza a chi si diverte, quando entra in un casolare in fiamme per portar al sicuro un disabile intrappolato… A lui, basta un grazie, ché lo stipendio è quello che è!” n.d.r.)
Nel libro parli spesso di “umiltà del servizio”. In un’epoca dominata dal protagonismo e dall’apparire, come si concilia il prestigio di una carica così alta con la necessità di restare “servitori”?
Sono convinto, come emerge in più passaggi del libro, che il prestigio di una carica non dipenda dal luccichio delle forme, bensì nel riuscire, o quanto meno, nel provare a essere il più possibile coerenti con i valori istituzionali e con il fine ultimo a cui tende la loro osservanza: il servizio a favore della comunità nazionale. Non si dovrebbe rivestire un incarico, soprattutto di vertice, mossi dalla presunzione di esservi stati predestinati per censo intellettuale, abilità superiori, infallibilità acquisita, ma animati dalla coscienza di operare pro-tempore come rappresentanti dello Stato e nell’interesse del bene comune. Nell’agire quotidiano, ho tentato di essere costantemente aderente a questa mia convinzione.
Nel libro emerge il binomio “Uomo e Istituzione”. C’è mai stato un momento in cui il Giovanni Nistri uomo ha vacillato di fronte ai doveri del Generale Nistri?
Certamente sì. Non ricordo i momenti specifici in cui il binomio ha rischiato insanabili dicotomie, ma sarei insincero se non lo ammettessi: del resto, “Siamo uomini, non caporali”, ironizzava Totò. Posso però dire, in tutta coscienza, che ho sempre provato a far convivere in armonia le due facce della medaglia e spero di esserci nel complesso riuscito.
Nelle pagine del libro si leggono anche momenti di amarezza. Come si affrontano mediaticamente e internamente quegli episodi di cronaca che rischiano di offuscare il prestigio secolare dell’Istituzione?
Una Istituzione pubblica ha una sola arma mediatica, la trasparenza. Purtroppo, esistono tante limitazioni normative che condizionano la comunicazione istituzionale, o la rallentano rispetto ai tempi frenetici dei mass media. Perciò, il rischio è quello di dover rincorrere la valanga mediatica e farlo in posizione svantaggiosa, a volte anche per l’inscalfibile pregiudizio dei gestori dell’informazione. Se invece guardiamo ai riflessi interni, il miglior rimedio è la stretta aderenza alla panoplia regolamentare e valoriale dell’Istituzione, da perseguire costantemente con coerenza ed equanimità. E farsi carico delle critiche ricevute, distinguendo quelle fondate da quelle strumentali.
Cosa diresti oggi a un ragazzo o una ragazza di vent’anni che, leggendo il tuo libro, decide di partecipare al concorso per entrare nell’Arma?
Direi a lei/lui: “Non mi interessa se hai scelto l’Arma per vocazione o per necessità, per spavalderia o per superficialità. Mi interessa che tu acquisisca piena consapevolezza della scelta fatta, del ruolo che ne deriva, di ciò che il ruolo richiede, delle correlate aspettative della comunità. Se comprenderai appieno la stringente consequenzialità di tale scelta, saprai svolgere al meglio il tuo lavoro al servizio dello Stato e dei cittadini. E ne sarai gratificato!”
















