Stiamo esagerando? Certo, è una faccenda di gusti ma, in fondo, se si vuol dare un senso al riferimento europeo a cui è intestato il festival, si dovrebbe anche trarre un filo di continuità capace di far rispecchiare i popoli – quest’anno oltre che europei anche australiani – in un sound che porti un po’ più in alto il livello qualitativo. La rubrica di Pino Pisicchio
Francamente non sappiamo se la flebile voce delle istituzioni europee possa trovare un riscatto in chiave musicale dallo strombazzamento, tutto lustrini ed effetti speciali, dell’Eurofestival che più passa il tempo più somiglia alla succursale Ue di Sanremo senza, però, riscattarsi col comico di turno.
A seguire la pista musicale, però, saremmo decisamente propensi a considerare difficile che la poca armonia politica circolante a Bruxelles possa trovare un riequilibrio nella musica dell’Eurovision Song Contest.
Le cui sonorità potrebbero fare da soundtrack di un film dal titolo “La grande bruttezza”. Stiamo esagerando? Certo, è una faccenda di gusti ma, in fondo, se si vuol dare un senso al riferimento europeo a cui è intestato il festival, si dovrebbe anche trarre un filo di continuità capace di far rispecchiare i popoli- quest’anno oltre che europei anche australiani-in un sound che lo riconosca e magari porti un po’ più in alto il livello qualitativo.
Invece c’è l’esplosione di cento sonorità identitarie, appiattite da qualche programma di AI sul ritmo dance, rubacchiando qua e là nel cesto delle hit anglo-americane e latinos.
Il risultato è disarmante. Dominano, nella trama musicale, lo “schlangher”, che in tedesco significa canzonetta sempliciotta che poggia solo su qualche nota e su un arrangiamento molto pop, in auge nel Nord e Centro Europa, e, nella confezione della performance, il “camp”, che poi sarebbe il traboccare del kitsch nelle posture, nei testi, nel vestirsi, o nel suo contrario.
Perché l’unico elemento che ha fatto gradevole mostra di sé, più degli effetti speciali, è stata la presenza dominante di avvenenti e discinte giovani donne, per lo più versate nell’arte del ballo piuttosto che in quella del canto. Il che, peraltro, non commentiamo lasciando le dovute sottolineature a chi vorrà cogliere quello sbaffo (che ci sta, eccome) sulla questione di genere.
Non facciamo troppo gli schizzinosi, per carità: sappiamo che in tre minuti di canzoncina si deve impressionare chi ascolta con effetti speciali e refrain facili, che entrano nella testa come un tormentino, pensando, peraltro, che il format del programma è televisivo e che pertanto quel che conta è impressionare innanzitutto l’occhio, lasciando l’orecchio nella periferia, e che quando sarà superato il livello visivo quello uditivo deve essere un suono passepartout, perché ad ascoltare sono tanti e con palati diversi, per cui più basica è la canzoncina meglio è.
In questo contest è facile inciampare nella retorica più bolsa dei caratteri nazionali, con i quadretti che rappresentano, per esempio, l’Italiano mandolino e ‘ammore, salutando il perfetto combaciamento tra l’idealtipo dell’italiano medio e la canzone di Sal da Vinci tanto amata da Aldo Cazzullo.
Solo Toto Cotugno seppe essere più esplicito vincendo a Zagabria nel 1990 dopo aver venduto milioni di dischi dappertutto nel mondo con l’Italiano sublimazione dell’idea che ogni essere vivente coltiva, appunto, dell’italianità.
Eurovision Song Contest: allora tutto chiaro, per carità. Magari ciò che non è altrettanto chiara è l’enfasi che ci viene messa dentro, quasi che da quel palco debba muoversi la palingenesi musicale di un continente, cui seguirà ineluttabilmente la palingenesi politica.
L’unica cosa di cui potremo disporre, invece sarà Bangaranga, offertaci da una ragazza bulgara, Dara, tonica e graziosa ballerina. Una canzoncina di 2,58 minuti in puro stile elettrodance.














