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L’Italia guidi il dialogo Ue-Golfo. Salini (Ppe) spiega come

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“Il rapporto tra Mediterraneo, Africa e Medio Oriente è il modo migliore per ridare un compito nell’Occidente e all’Europa, con l’Italia guida. La forma delle relazioni muscolari non produrrà nessun vero passo avanti sulla crisi dello Stretto. Continuare a pensare di poter avere un ruolo da protagonista nel mondo, non occupandosi di politica estera e di difesa, è un’illusione enorme per l’Ue”. Conversazione con l’eurodeputato popolare

“Il dialogo con il Golfo? Non si può pensare che sia sempre l’eterno consulente esterno Tony Blair, sotto traccia, a occuparsi di tenere insieme i puntini di questi tentativi molto interessanti. Serve piuttosto qualcuno che abbia la collocazione storica e geografica importante accanto al carattere politico. Mi auguro sia l’Italia”. Lo dice a Formiche.net l’eurodeputato del Ppe Massimiliano Salini, membro della delegazione all’Assemblea parlamentare dell’Unione per il Mediterraneo secondo cui Roma è la naturale regista del nuovo foro di collaborazione e confronto tra Mediterraneo e Golfo, il Vertice Gcc-Med, proposto da Giorgia Meloni a Navarino in occasione del vertice di sabato scorso. “Le direzioni di marcia di cui si è parlato in Grecia in questi giorni concorrono a recuperare proprio questo possibile protagonismo, in cui l’Italia avrebbe un ruolo centrale. Ciò è dimostrato dalla decisione degli organizzatori dell’evento di offrire alla presidente del Consiglio italiana una delle relazioni di apertura, senza dimenticare che l’economia italiana è smisuratamente l’economia più importante tra tutti i Paesi che si affacciano al Mediterraneo”.

Ue e Golfo, quale il contributo dell’Italia?

La partita dell’Italia sul Medio Oriente è sempre stata una partita molto particolare e con un metodo che storicamente è sempre stato una peculiarità della politica estera italiana. Noi abbiamo una oggettiva capacità di relazione con il Medio Oriente, anche con gli interlocutori più critici, compreso il mondo sciita. Noi abbiamo sempre avuto una solidissima capacità di relazioni con l’Iran, di cui eravamo uno dei partner commerciali privilegiati e siamo altresì capaci di dialogare, a partire dai tempi di Mattei, con i più odiati tra gli interlocutori possibili e tra questi anche molti dei protagonisti delle azioni più anti occidentali che si siano consumate nei decenni. Tale capacità diplomatica che l’Italia aveva costruito nel tempo, lentamente è stata sostituita da una posizione che è una sorta di minimo comune denominatore di tutte le posizioni dell’Alleanza atlantica, interpretata per lo più dagli Stati Uniti, ma con risultati non soddisfacenti.

In quale misura?

La poca lungimiranza dal punto di vista della politica estera di tale approccio occidentale Atlantico sullo scacchiere mediorientale sta mostrando, proprio in questo periodo, il suo punto più basso e la sua inadeguatezza (non solo a risolvere i problemi): il nodo centrale delle relazioni tra Israele e palestinesi, fermi restando i due elementi indiscutibili. Primo, il fatto assolutamente meritorio di aver quantomeno rallentato Hamas, Hezbollah e quindi aver in gran parte sottodimensionato la forza del terrorismo islamico anti-occidentale, in particolare su Gaza, anche se poi su Gaza si sta mantenendo una tragedia latente umana del tutto inaccettabile. Secondo, la capacità di ridimensionamento dell’atroce forza della Repubblica islamica ma con una prospettiva che è talmente incerta da rischiare di mettere totalmente a repentaglio anche le conquiste fatte fino ad ora.

L’Italia che ruolo potrà avere?

Compiere qualche passetto di lato e recuperare la propria strutturale capacità di dialogo con quei mondi, perché quel che sta accadendo con evidenza è che la forma delle relazioni muscolari non produrrà nessun vero passo avanti sulla crisi dello Stretto di Hormuz, ma solo una capacità negoziale sotto l’egida dell’Onu produrrà risultati. Ovvero che, attraverso la rinnovata capacità di protagonismo dell’area del Mediterraneo, veda l’Italia tornare ad essere interlocutore privilegiato per tutti gli altri interlocutori mediorientali compreso l’Iran.

Da Navarino la presidente del Consiglio ha lanciato un sasso nello stagno: avvicinare al Mediterraneo quei Paesi, anche per impedire che ci possa essere un “altro” tipo di dialogo con la Cina. In che modo?

L’Italia ha tutto l’interesse a favorire un prospettiva come questa, perché innanzitutto è una prospettiva coerente con quel che accade nella realtà: il Mediterraneo è il bacino di riferimento per accedere all’Europa e all’Occidente per tutto il Medio Oriente, quindi è uno spazio privilegiato come porta di accesso ai mercati tra i più interessanti che il mondo offre. Ci sono due modi per arrivare nel Mediterraneo, uno è quello tradizionale per quanto riguarda in particolare i Paesi affacciati sul Golfo Persico e Arabico, attraverso il Mar Rosso e il Canale di Suez, oppure attraverso la circumnavigazione dell’Africa. Ma poi ve n’è un altro, dove si stanno sviluppando investimenti importanti, soprattutto su Israele, per infrastrutture in particolare legate al trasporto di idrocarburi.

Perché l’accesso diretto al Mediterraneo attraverso i porti israeliani è un elemento geo economico rilevante?

Perché il Mediterraneo sta affrontando una fase di indebolimento del proprio ruolo e del proprio protagonismo a causa della riduzione del passaggio di merci dal Golfo al Canale di Suez, dopo i blocchi operati dagli yemeniti e seguito degli attacchi israeliani a Gaza. Ma in precedenza c’era stato l’attacco ricevuto da Hamas il 7 ottobre e l’escalation nota che ha coinvolto anche questa azione terroristica degli yemeniti. Inoltre c’è anche la proliferazione a nord di nuove rotte che arrivano all’Europa attraversando l’Artico. Questo dato ha nel tempo tolto centralità al Mediterraneo. Le direzioni di marcia di cui si è parlato in Grecia in questi giorni concorrono a recuperare proprio questo possibile protagonismo, in cui l’Italia avrebbe un ruolo centrale. Ciò è dimostrato dalla decisione degli organizzatori dell’evento di offrire alla presidente del Consiglio italiana una delle relazioni di apertura, senza dimenticare che l’economia italiana è smisuratamente l’economia più importante tra tutti i Paesi che si affacciano al Mediterraneo, da nord a sud. Per cui questa è una nuova azione che fa riferimento al cosiddetto Mediterraneo allargato che peraltro è fatta oggetto anche di una novità che arriva dalla Commissione europea, che è proprio il Patto per il Mediterraneo.

La premier più volte ha parlato di “policrisi” e dell’esigenza di una nuova cooperazione strategica fondata non soltanto sulla gestione delle emergenze, ma sulla condivisione di una visione di lungo periodo. Quali gli errori che l’Ue deve evitare, come quello commesso con la Cina e le materie prime del green deal?

L’errore che l’Europa non deve commettere è quello di concepirsi ancora come un luogo che può permettersi il lusso di riuscire ad essere protagonista nel mondo per il semplice fatto di essere il mercato interno più vivace e più evoluto. Ma tale forza del vecchio continente nel tempo si è decisamente ridimensionata. Continuare a pensare di poter avere un ruolo da protagonista nel mondo, non occupandosi di politica estera e di difesa, è un’illusione enorme. Non possiamo immaginare di contenere il progressivo decadimento della nostra presenza sullo scacchiere internazionale se non ristruttureremo la governance dell’Unione europea, fino a una modifica dei trattati, con l’obiettivo di avere una politica estera e di difesa comune. Un altro errore da non commettere è pensare di poter avere una forza politica non tutelando la propria peculiarità economica, ovvero la manifattura, ma non avendo noi quasi nulla in termini di materie prime. Calzante è il caso del green deal come vero e proprio inciampo che tale non è fino in fondo perché in Europa (e non altrove) è stata inventata la sostenibilità. Il punto è che oggi noi abbiamo sviluppato una tendenza molto capricciosa, che sembra portare il nostro continente a trasformarsi da produttore a consumatore, senza considerare che certe politiche sviluppate in ambito economico e ambientale stanno spostando le produzioni fuori dall’Europa.

Con quali conseguenze?

Senza quelle produzioni non fatte in Europa, non solo il mondo è più sporco perché produrre acciaio in Cina o in Turchia, non è come produrlo in Europa dal punto di vista dell’impatto ambientale, ma ha fatto smettere di avere anche il caposaldo del proprio protagonismo economico. Il risultato è un pieno fallimento dal punto di vista della strategia politica. Per cui dovremmo come primo punto recuperare un nuovo e possibile protagonismo. Il secondo punto è decidere da dove si parte, ovvero quale sarà il nuovo orizzonte. Fatti i primi due passaggi, resta il grande investimento da fare senza indugi sul Mediterraneo, cioè sull’idea che il rapporto tra Mediterraneo e Africa da un lato, e tra Mediterraneo e Medio Oriente dall’altro sia il modo migliore per ridare un compito all’Occidente e all’Europa. Anche perché se l’Europa non si appresta ad assolvere questa questa funzione di presidio del Mediterraneo come punto di partenza di nuovi equilibri politici, lo faranno Turchia e Russia già molto attive nel Mediterraneo, basti pensare al modo in cui si sono mosse sulla Libia, come dimostrano gli investimenti nel porto di Misurata.

Un partenariato strutturato presuppone anche una fiducia reciproca: come valuta la proposta Meloni di costituzione di un nuovo foro di collaborazione e confronto tra Mediterraneo e Golfo – un Vertice Gcc-Med? Che caratteristiche dovrà avere chi dovrà guidarla?

Vedo un collo di bottiglia. Il punto è chi guiderà questa partita? Chi all’interno dell’Occidente è in grado di svolgere un ruolo di questo tipo? Chi sarà in grado di investire in maniera corposa su un progetto di questo tipo facendo in modo che non si tratti di un semplice tavolo in più in cui incontrarsi e discutere, ma che diventi un soggetto protagonista, capace di assumersi la responsabilità di obiettivi politici importanti e rischiosi come quelli connessi alla alla risoluzione dell’attuale crisi nello stretto? Per tutte queste ragioni, io credo che la proposta debba accompagnarsi ad un progetto che preveda l’Italia come possibile testa pensante in questa partita, perché non si può pensare che sia sempre l’eterno consulente Tony Blair, sotto traccia, ad occuparsi di tenere insieme i puntini di questi tentativi molto interessanti. Piuttosto ci vuole qualcuno che abbia la giusta collocazione storica e geografica, accanto al carattere politico. Spero che l’Italia lo faccia.


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