Se la chiusura dello stretto di Hormuz dovesse prolungarsi anche nella seconda metà del 2026 l’industria manifatturiera italiana subirebbe una forte penalizzazione in termini di fatturato. Saranno decisivi mercato interno e l’immancabile export. I risultati dello studio Intesa San Paolo-Prometeia
Se la chiusura dello stretto di Hormuz dovesse prolungarsi anche nella seconda metà del 2026 l’industria manifatturiera italiana subirebbe una forte penalizzazione in termini di fatturato al netto dell’inflazione, atteso contrarsi dell’1,5% nella media del biennio 2026-2027. È quanto emerge dal rapporto sui settori industriali di Intesa Sanpaolo e Prometeia presentato a Milano.
L’impatto sarebbe diffuso a tutti i settori, con effetti meno rilevanti sui produttori di beni di consumo incomprimibili (alimentare e bevande, farmaceutica, largo consumo) e più significativi per i produttori di beni durevoli e d’investimento. Solo meccanica, elettrotecnica ed elettronica potrebbero beneficiare di un rimbalzo più forte nel 2028, tale da controbilanciare interamente quanto perso durante il biennio precedente. Le maggiori tensioni sui costi operativi, chiarisce il rapporto, implicherebbero anche una significativa penalizzazione dei margini unitari, stimati scendere al 7,4% nel 2027 rispetto al 9,7% dello scenario di base, con un recupero solo parziale nell’orizzonte del 2028.
Le previsioni elaborate da Intesa Sanpaolo e Prometeia si basano sull’ipotesi che il conflitto in Medio Oriente abbia una durata contenuta e che nella seconda parte dell’anno il quadro internazionale possa migliorare gradualmente. Tuttavia, le conseguenze della crisi continueranno a farsi sentire, sia per i danni alle infrastrutture energetiche sia per le difficoltà logistiche e produttive che hanno determinato rincari degli input energetici, dei prodotti chimici e di altri beni intermedi diventati più difficili da reperire.
A questo punto, se una mano arriverà, sarà il mercato interno a fornire il sostegno principale all’attività della manifattura italiana nel corso del 2026, soprattutto dal lato degli investimenti, che manterranno un profilo espansivo grazie agli incentivi fiscali e alla fase conclusiva del Pnrr. Nello specifico, rileva lo studio, le componenti più dinamiche saranno gli investimenti in beni strumentali, sostenuti dal nuovo schema incentivante (iper-ammortamento), gli investimenti immateriali e gli investimenti in costruzioni legati alle opere infrastrutturali. Gli investimenti in mezzi di trasporto, invece, sono attesi rallentare il passo, principalmente per via dell’attenuarsi della spinta al rinnovo delle flotte di noleggio a lungo termine e del calo previsto delle immatricolazioni di veicoli pesanti.
Anche l’export continuerà a contribuire ai risultati del manifatturiero, ma con una forza inferiore rispetto alle attese iniziali. La crisi mediorientale, insieme alle persistenti tensioni commerciali internazionali e alla politica tariffaria americana, continuerà infatti a frenare la domanda globale. La capacità di esportare resterà dunque centrale per la competitività del sistema industriale italiano. Secondo le stime del rapporto, entro il 2030 la propensione all’export del manifatturiero sfiorerà il 56%, permettendo un ampliamento del saldo commerciale fino a 125 miliardi di euro, vale a dire 21 miliardi in più rispetto ai livelli pre-pandemia del 2019. Un risultato che dovrebbe essere raggiunto nonostante una domanda mondiale meno dinamica e la crescente concorrenza internazionale, in particolare quella cinese, favorita da prezzi più competitivi.
















