Se Washington è stata la prima a capire che l’autonomia dalle forniture cinesi passa inevitabilmente per il Paese della samba, ora l’Europa sembra accodarsi e affacciarsi anch’essa alle immense riserve del Brasile
Dopo gli Stati Uniti, l’Europa. Nel grande gioco delle terre rare, la chiave di volta per l’autonomia dalla Cina è il Brasile. Paese che per quantità di risorse disponibili nel sottosuolo è secondo, per l’appunto, solo al Dragone. Gli Stati Uniti ci hanno messo gli occhi da tempo, sempre più convinti nella necessità di fare a meno di Pechino e della sua rete di forniture, inclusa l’infrastruttura per la raffinazione. Ora però anche l’Europa ci sta facendo un pensierino, abbracciando la strategia americana. D’altronde, non è certo un mistero, gli Stati Uniti sono un pezzo avanti al Vecchio continente, con la propria tela di accordi già ben articolata. Tanto che la nuova frontiera, per Washington, sono i magneti, su cui gli Usa puntano a creare un’industria a circuito chiuso, che nasce e finisce in terra americana.
Lo stesso potrebbe, o quantomeno vorrebbe, fare l’Europa. Il primo passo è però capire dove e con chi si possono stringere accordi. Il commissario europeo per i partenariati internazionali Jozef Sikela ha provato in tal senso a sminare il terreno. Visitando, in questi giorni, il centro di ricerca e lavorazione delle terre rare della società mineraria australiana Viridis Mining and Minerals a Pocos de Caldas, non molto lontano dall’Amazzonia. Sikela ha affermato che l’approccio europeo è sempre più in linea con l’impegno del Brasile ad esportare minerali lavorati di maggior valore anziché materie prime. “Ciò che è estremamente importante è che anche il Brasile si allontani da un modello di business a basso margine, in modo che il valore venga creato qui nel Paese”, ha affermato il commissario.
Più nel merito, il progetto minerario Viridis nel Minas Gerais è in grado di lavorare 100 chilogrammi di minerale all’ora e di produrre fino a 2,92 kg di carbonato misto di terre rare all’anno. Viridis prevede di investire 360 milioni di dollari in un impianto commerciale in grado di produrre 15 mila tonnellate di terre rare all’anno a partire dal 2028. Sikela ha in tal senso menzionato una lettera d’intenti non vincolante firmata questo mese tra la stessa Viridis e l’azienda chimica belga Solvay per la fornitura di terre rare, che potrebbe evolversi in una partnership più ampia comprendente il supporto tecnologico per i processi.
Insomma, anche per l’Europa c’è una sponda carioca. Certo, l’accelerazione intrapresa dagli Stati Uniti in materie di terre rare rimane ancora fuori dalla portata di Bruxelles. Pochi giorni fa la Camera dei Rappresentanti americana ha presentato una nuova proposta di legge volta a stimolare la crescita dell’industria nazionale dei magneti. Il disegno di legge, voluto dai membri John Moolenaar del Michigan e Ro Khanna della California, introduce incentivi finanziari lungo tutta la filiera dei magneti, dalla produzione di ossidi di terre rare alla fabbricazione di magneti destinati all’impiego in ambito militare. L’Europa è ancora indietro, ma cominciare a guardare al Brasile è un primo passo.
















