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Meloni nel mirino di Trump. L’analisi di un’escalation politica

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Il perenne gioco d’azzardo del Presidente degli Stati Uniti stravolge tutti i limiti della decenza e degli equilibri internazionali, ma il più delle volte non è fine a se stesso ed ha un obiettivo preciso: mettere alla prova collaboratori, capi dipartimento, ministri e alleati. Per sostituirli con altri ritenuti totalmente obbedienti. L’analisi di Gianfranco D’Anna

“The President wants to demolish miss Meloni”, Donald vuole demolire Giorgia, é il gelido commento che trapela dalla Casa Bianca.

La minacciosa scritta “serve un ordine restrittivo“ indirizzata alla Premier e pubblicata dal tycoon sui social alla vigilia del vertice Nato di Ankara, conferma la precisa strategia politica della sistematica escalation di rozzi e assurdi attacchi personali diretti di Trump contro Giorgia Meloni.

Una dinamica spiegabile solo in parte con la difesa di Papa Leone XIV dagli attacchi del Presidente americano e dal mancato consenso al transito dalla base di Sigonella dei bombardieri Usa diretti in Iran.

Oltre che torvo, il nuovo attacco alla Premier ha infatti una specifica valenza intimidatoria che va attentamente decrittata. Non è solo l’ennesimo episodio di uno scomposto scontro mediatico, ma il sintomo di un déjà vu nei rapporti Usa-Italia.

Per Palazzo Chigi quella che ormai rappresenta una vera e propria aggressione, apparentemente solo mediatica, comporta una sfida complessa e particolarmente delicata.

Alla rivendicazione della centralità dell’Italia, in un contesto internazionale nel quale gli Stati Uniti, fulcro della Nato e principale alleato, sembra considerare il trattato atlantico non come un impegno paritario, ma come una subalternità da ostentare, si aggiunge l’esigenza di un chiarimento per salvaguardare la dignità e la sicurezza nazionale del Paese ed il rispetto personale della Premier.

Nessuno nasconde infatti che l’ennesimo colpo di maglio trumpiano possa essere finalizzato a quello che a Washington definiscono regime change e all’avvento sulla scena politica internazionale di Roberto Vannacci.

Ad allarmare i palazzi delle istituzioni non sono le evidenti sintonie fra il tycoon ed il Generale, ma i precedenti, che risalgono a Bettino Craxi e al Presidente Ronald Reagan, di un’analoga tensione fra Casa Bianca e Palazzo Chigi.

In vista delle elezioni politiche dell’anno prossimo, il muro contro muro e il riferimento ad un “ordine restrittivo”, che in Italia equivale a un ordine d’arresto, fa evocare il tumultuoso dopo Sigonella del 1985.

Storicamente infatti, dopo l’apparente riappacificazione fra Craxi e Reagan, i partiti di governo ed il leader socialista in particolare, vennero investiti da una bufera giudiziaria, passata alla storia come mani pulite, che dietro le quinte evidenziava manine estere e che azzerò l’intera classe dirigente aprendo la strada all’avvento di Bossi e Berlusconi.

L’uomo nuovo su cui punterebbe Trump sarebbe il Generale Vannacci. L’attuale amministrazione americana é molto interessata alla specificità militare della leadership emergente che evidenzia posizioni politiche più trumpiane di Trump.

Pronto ad allearsi ad Alternative fur Deutschland, il partito neonazista tedesco più volte applaudito dal Vice Presidente Usa DJ Vance, estimatore conclamato di Putin, da lui personalmente conosciuto quando era addetto militare a Mosca, l’eurodeputato fondatore di Futuro Nazionale rappresenta il prototipo ideale del leader europeo preferito da Trump.

Fondato da pochi mesi, il partito del Generale ha già superato nei sondaggi la Lega e insidia Forza Italia, e per catalizzare i consensi nell’area di centrodestra si accinge a centrifugare l’elettorato di Fratelli d’Italia.

“Per guidare gli altri cammina alle loro spalle” é la massima del filosofo Lao Tse scritta su un post it sulla cartina dell’Italia che campeggia in una stanza che conta a Washington.


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