Regole chiare, tempi certi e un quadro prevedibile per chi investe. Federico Villa, presidente del Comitato public affairs di AmCham, racconta il percorso di Future Callin’ e l’agenda che imprese e istituzioni sono chiamate a costruire per rafforzare la competitività e l’attrattività dell’Italia
Dall’autonomia strategica all’Intelligenza artificiale, dalla sostenibilità alla responsabilità aziendale. Il filo che lega le tappe di “Future Callin’ – Dialoghi di Policy”, il percorso promosso dal Comitato public affairs di American chamber of commerce in Italy, è la competitività dell’Italia e la capacità di rendere il Paese più attrattivo, prevedibile e affidabile per chi investe. Dopo gli appuntamenti del 2025 in Toscana, Lombardia e Lazio, ospitati rispettivamente da Lilly, Hpe ed Enel, il confronto ha fatto tappa il 10 luglio a Bari, ospitato da Deloitte, per discutere di incertezze interpretative, oneri della regolamentazione e rischi reputazionali legati alla responsabilità aziendale.
Al tavolo rappresentanti delle imprese e delle istituzioni, tra cui il viceministro alla Giustizia Paolo Sisto, il sottosegretario Marcello Gemmato, i senatori Elena Murelli e Dario Damiani, e il deputato Claudio Michele Stefanazzi.
Il tema della responsabilità aziendale è al centro anche del position paper elaborato dal Comitato public affairs di AmCham, che individua nella stratificazione normativa, nei tempi autorizzativi, nella complessità dei rapporti con l’amministrazione e nei rischi reputazionali alcuni dei fattori che possono frenare la capacità italiana di attrarre investimenti.
Federico Villa, associate vice president Corporate affairs & Patient access di Lilly e presidente del Comitato, ricostruisce il senso del percorso e le proposte destinate a confluire nel white paper conclusivo.
Presidente Villa, che cos’è Future Callin’ e perché nasce?
Future Callin’ – Dialoghi di Policy nasce all’interno del Comitato public affairs di American chamber of commerce in Italy con un obiettivo molto concreto: creare una piattaforma stabile di confronto tra imprese e istituzioni sulle principali sfide di policy che incidono sulla competitività del Paese.
L’idea è partire dall’esperienza delle aziende che ogni giorno investono, innovano, assumono e competono in Italia per trasformare evidenze, criticità e proposte in un’agenda di lavoro utile anche alle istituzioni. Il public affairs, in questa prospettiva, non è soltanto rappresentanza di interessi: è una funzione strategica che aiuta ad anticipare rischi, leggere trasformazioni industriali e individuare opportunità per il sistema Paese.
Il format prevede incontri esterni ospitati presso sedi aziendali o istituzionali, momenti di allineamento del Comitato e un evento conclusivo nel quale presentare un white paper riassuntivo delle sfide e delle proposte di policy emerse nel percorso.
La prima tappa, ospitata da Lilly, è stata dedicata all’autonomia strategica, quali spunti ha offerto il confronto?
È emersa una consapevolezza forte: l’autonomia strategica non deve essere letta come chiusura o autosufficienza, ma come capacità di costruire sinergie più solide con partner affidabili e filiere industriali resilienti.
Il confronto ha posto al centro il ruolo dell’Italia nei settori strategici – tra cui salute, life sciences, energia, tecnologia e industria avanzata – e la necessità di rafforzare la capacità del Paese di attrarre investimenti, ricerca, produzione e innovazione.
Uno dei messaggi emersi è che il Paese dispone di asset importanti, ma deve lavorare su semplificazione, tempi autorizzativi e prevedibilità delle regole se vuole competere con altre giurisdizioni europee e internazionali.
La tappa più recente è stata dedicata alla responsabilità aziendale. Che dimensione ricopre questo tema oggi?
È un tema cruciale perché le aziende sono chiamate – giustamente – a standard sempre più elevati di compliance, governance, sostenibilità, trasparenza e controllo delle filiere. Tuttavia, quando questi standard si inseriscono in un quadro normativo stratificato, disarmonico e poco prevedibile, il rischio è che la responsabilità diventi un costo competitivo anziché una leva di qualità e attrattività.
La responsabilità aziendale deve essere valorizzata, non trasformata in un labirinto regolatorio. Le imprese chiedono regole chiare, controlli rigorosi ma proporzionati, tempi certi e un sistema che distingua la condotta virtuosa dall’errore tecnico o dall’incertezza interpretativa.
AmCham ha elaborato un position paper a riguardo, quali sono le principali sfide che mette in evidenza?
Il position paper del Comitato public affairs identifica una serie di ostacoli che incidono sulla capacità dell’Italia di attrarre investimenti internazionali. Tra questi: la disarmonizzazione legislativa, la complessità del rapporto con l’amministrazione fiscale, la responsabilità in solido nelle catene di approvvigionamento, il doppio binario penale-fiscale, i tempi autorizzativi, il rischio reputazionale nell’era digitale, il peso delle autorità di regolazione e l’incertezza del quadro normativo europeo.
Il punto non è ridurre le tutele o abbassare gli standard. Al contrario: l’obiettivo è rendere le tutele più efficaci, più proporzionate e più coerenti. Un sistema complesso ma prevedibile può essere gestito. Un sistema complesso e imprevedibile, invece, diventa un fattore che orienta le decisioni di investimento verso altri Paesi.
Nel documento si sottolinea che l’Italia ha caratteristiche strutturali molto forti – posizione geografica, capitale umano, tessuto industriale maturo, infrastrutture – ma che alcuni ostacoli normativi e procedurali riducono la piena espressione di questo potenziale.
Ha parlato di rischio reputazionale, cosa significa concretamente?
Oggi la reputazione aziendale si muove molto più velocemente dei procedimenti amministrativi o giudiziari. Nell’era della trasparenza digitale, una notizia relativa a un’indagine o a una contestazione può produrre effetti immediati su relazioni commerciali, rating Esg, analisi finanziarie e percezione del mercato, anche prima che vi sia un accertamento oggettivo della responsabilità.
Questo non significa mettere in discussione la trasparenza, che è un valore positivo. Significa però riconoscere che lo scollamento tra i tempi della giustizia e i tempi del mercato può produrre costi reputazionali significativi e talvolta irreversibili.
Per questo servono procedimenti più rapidi, proporzionati e capaci di distinguere tra errori tecnici, incertezze interpretative e condotte fraudolente. È anche così che si restituisce alla responsabilità aziendale il suo significato più autentico.
La tappa di Bari arriva mentre si sta per aprire il confronto sulla prossima legge di Bilancio. Quali segnali chiedete alle istituzioni?
Il dibattito sulla prossima Legge di Bilancio può diventare un’occasione importante non solo per allocare risorse, ma anche per affrontare alcuni nodi strutturali che incidono su competitività, investimenti e crescita.
Il messaggio che vogliamo portare alle istituzioni è chiaro: la Legge di Bilancio dovrebbe essere letta anche come uno strumento del governo per introdurre misure di semplificazione, certezza procedurale e proporzionalità regolatoria nei settori ad alto potenziale. Chiediamo alle istituzioni di utilizzare questa finestra normative per dare segnali concreti: ridurre gli oneri non necessari, rafforzare il dialogo preventivo tra imprese e amministrazioni, rendere più certi gli iter autorizzativi e valorizzare gli investimenti nei settori che possono generare crescita qualificata.
Chiederemo innanzitutto un cambio di metodo: meno stratificazione normativa e più prevedibilità. Le imprese non chiedono assenza di regole; chiedono regole chiare, proporzionate e applicate con tempi certi.
In particolare, porteremo all’attenzione delle istituzioni alcune priorità: semplificazione degli iter autorizzativi, rafforzamento degli strumenti di dialogo preventivo con l’amministrazione, maggiore coordinamento tra livelli normativi nazionali ed europei, proporzionalità degli oneri di compliance, maggiore certezza del diritto per chi investe e opera in buona fede, valorizzazione delle riforme già avviate.
I settori nei quali una riduzione degli ostacoli avrebbe un potenziale particolarmente significativo sono tecnologia e telecomunicazioni, energia e transizione verde, farmaceutico, medtech e innovazione sanitaria, logistica e trasporti, manifatturiero avanzato.
Dopo aver elencato le sfide, il punto diventa quanto esse pesino concretamente nelle decisioni di investimento. Quanto conta oggi la qualità del quadro regolatorio nella competizione tra Paesi? E che ruolo può avere l’Italia?
L’Italia parte da una base industriale molto forte. Ha competenze, capitale umano, capacità produttiva, filiere di eccellenza e una posizione geografica strategica. Il punto è fare in modo che questi vantaggi non vengano neutralizzati da complessità procedurali e incertezze regolatorie.
La scelta di dove investire non è mai neutrale. Le multinazionali confrontano giurisdizioni diverse valutando tempi, regole, prevedibilità dell’enforcement, stabilità del quadro normativo, proporzionalità degli oneri, capacità amministrativa e valorizzazione del prodotto fabbricato in Italia nel mercato nazionale. Se il costo complessivo di operare in Italia diventa troppo alto o troppo incerto, il rischio è che gli investimenti si spostino altrove.
Il punto non è competere abbassando gli standard, ma competere rendendo il sistema più efficiente. L’Italia può diventare un mercato estremamente attrattivo se riesce a trasformare la regolazione da fattore di costo a fattore di fiducia.
Come confluiranno le proposte emerse lungo il percorso nell’appuntamento conclusivo?
Sarà il momento in cui presenteremo in Senato una sintesi organica del lavoro svolto: un’agenda di policy costruita a partire dalle evidenze emerse nei diversi incontri e dal contributo delle aziende del Comitato public affairs di AmCham.
Il percorso Future Callin’ è stato pensato fin dall’inizio per concludersi con una manifestazione pubblica in una sede istituzionale, durante la quale presentare a governo e parlamento un white paper riassuntivo dei vari incontri.
L’annuncio sarà quindi la consegna di una proposta strutturata: non un elenco generico di richieste, ma una piattaforma di lavoro orientata a rendere l’Italia più attrattiva per gli investimenti internazionali, più veloce nei processi autorizzativi, più chiara nelle regole e più capace di valorizzare le imprese che scelgono di investire nel Paese.
Qual è il messaggio che vorrebbe lasciare alle istituzioni?
Il messaggio è semplice: rendere l’Italia più attrattiva non significa ridurre le responsabilità delle imprese, ma costruire un contesto in cui essere responsabili significhi poter investire con fiducia.
Le imprese sono pronte a fare la loro parte: investire, innovare, creare occupazione qualificata, contribuire alla crescita dei territori e rafforzare la competitività del Paese. Ma per farlo hanno bisogno di un quadro normativo e procedurale all’altezza del potenziale italiano: chiaro, proporzionato, prevedibile.
L’auspicio è che l’attenzione del governo sia rivolta in particolare alle realtà che generano forte valore aggiunto per l’intero ecosistema economico e sociale nazionale.
E qual è il messaggio per le imprese?
Alle imprese direi che questo è il momento di trasformare l’esperienza quotidiana in proposta. Future Callin’ nasce proprio per raccogliere il punto di vista di chi opera nei settori strategici, individuare criticità comuni e portarle alle istituzioni in modo costruttivo.
La responsabilità aziendale non è solo compliance. È capacità di contribuire alla crescita del Paese, di portare competenze, investimenti e innovazione, e di farlo dentro un dialogo serio con le istituzioni. Se imprese e istituzioni lavorano insieme su obiettivi concreti – semplificazione, certezza del diritto, attrattività degli investimenti, innovazione – l’Italia può davvero giocare un ruolo da protagonista nei settori industriali del futuro.
















