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Governo Meloni, non solo longevità. L’analisi di D’Anna

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Tutti a festeggiare il traguardo raggiunto, come se fosse l’epilogo di una politica e nessuno a vagliare le concrete prospettive di una inedita capacità di governare. Una responsabilità che presuppone di non disperdere l’esperienza e la competenza acquisite. L’analisi di Gianfranco D’Anna

Un record storico e una scommessa politica. Un’intera legislatura a Palazzo Chigi e la prospettiva di raddoppiarne la permanenza. L’inedito balzo in avanti che Giorgia Meloni fa compiere alla stabilità governativa dell’Italia non è disgiunta infatti da una visione politica di lungo respiro. Lo evidenziano i bilanci del più longevo governo della Repubblica, dopo i 68 esecutivi e i 31 presidenti del Consiglio alternatisi dal 1948. Bilanci che si intrecciano con scenari di continuità di premiership non necessariamente ancorati alla maggioranza uscente.

L’assetto iniziale dei partiti di centrodestra è notevolmente cambiato. Parafrasando Andreotti si potrebbe concludere che il potere logora chi non ha le capacità per esercitarlo. Orfana di Silvio Berlusconi, scomparso nel giugno del 2023 dopo avere accettato con molte riserve mentali l’esordio a Palazzo Chigi di Giorgia Meloni, Forza Italia attraversa una doppia crisi d’identità e finalità e stenta ad adeguarsi alla tumultuosa evoluzione della politica ed alla vitale necessità di rinnovare totalmente il parterre di parlamentari scelti dal Cavaliere e rispondenti alla logica del partito azienda. Marina e Pier Silvio Berlusconi lo hanno capito benissimo e, fra notevoli resistenze, stanno tentando di dare vita ad un moderno e autentico movimento liberal democratico.

Stravolta dalle continue emorragie elettorali della ultradecennale leadership di Matteo Salvini, la Lega annaspa sempre più vicina alla fatale soglia del 3%. Organizzativamente molto distinti e distanti rispetto a Fratelli d’Italia e al suo progressivo allargamento della base elettorale, Forza Italia e Lega sommate assieme sono già state surclassate dall’exploit dell’emergente formazione nazional popolare del Generale Roberto Vannacci, un mix fra tutti i più nefasti ismi della storia europea.

Perché allora farsi pesantemente condizionare da partiti che oscillano intorno al 5% quando si può tentare di realizzare una nuova maggioranza politica trasversale e innovativa? é l’interrogativo che tutti i giornalisti parlamentari e gli editoralisti immaginano si stia ponendo Giorgia Meloni.

Ogni cosa a suo tempo, potrebbero impersonalmente replicare a Palazzo Chigi e a via della Scrofa. Chiaro il riferimento all’attesa del diradarsi autunnale delle nebbie addensatesi sulla Lega e Forza Italia e all’esito delle contrapposizioni interne, anche nello schieramento di centro sinistra, che potrebbero determinare scissioni e smottamenti di parlamentari.

Con un partito come Fratelli d’Italia o con un’altra denominazione, una forza politica trasformata nell’immagine riflessa della premier ed un corollario di piccoli partiti non in grado di puntare i piedi per ottenere più seggi delle loro effettive forze o di reclamare ministeri chiave, Giorgia Meloni potrebbe presentarsi alle elezioni politiche dell’anno prossimo garantendo agli elettori un governo Meloni al 100%, in grado di assommare esclusivamente le qualità positive dell’esecutivo uscente, depurato dalle inefficienze e dagli errori che hanno caratterizzato alcuni ministeri.

Nettamente positivo, in particolare per il notevole calo della disoccupazione, il netto aumento dell’occupazione e l’abbattimento da 234 a 82 punti dello spread, il bilancio del governo di legislatura presenta per i vari ministri pagelle di successi e di clamorose incompiute. Tutti i migliori voti vengono attribuiti soprattutto alla premier, ai sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari, e ai ministri Guido Crosetto, Matteo Piantedosi e Giancarlo Giorgetti. Mentre il resto della compagine ministeriale sfiora e spesso si mantiene lontano dalla sufficienza, compresi – sostengono i critici più severi – i vicepremier Antonio Tajani, segretario di Forza Italia, e Matteo Salvini, leader della Lega.

Meriti e demeriti strettamente personali, destinati ad accelerare la metamorfosi politica di un governo identificato dall’opinione pubblica esclusivamente nella premier. Una metamorfosi di novità nella continuità, che Giorgia Meloni si prefigge di trasformare da idee di buon governo in fatti reali e da prospettive in concretezze.


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