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Vi racconto la New York di Mamdani, il laboratorio politico che guarda oltre Trump. Parla Maggi

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Da Giuliani a Mamdani, New York racconta 25 anni di trasformazioni dopo l’11 settembre. Glauco Maggi, coautore del libro con Maria Teresa Cometto, analizza la metamorfosi della Grande Mela: dalla sicurezza alla rivoluzione tecnologica, fino all’ascesa della sinistra socialista e al ruolo, tutt’altro che marginale, di Donald Trump nel nuovo equilibrio politico americano

New York non cambia pelle: cambia velocità. È questa, forse, la chiave per leggere il quarto di secolo trascorso dall’11 settembre, un arco temporale nel quale la città ha attraversato terrorismo, crisi finanziarie, emergenze sociali e una profonda trasformazione politica. Dall’ordine muscolare di Rudy Giuliani al pragmatismo di Michael Bloomberg, dalla stagione ideologica di Bill de Blasio fino all’ascesa di Zohran Mamdani, la Grande Mela sembra oggi approdata a un nuovo punto di equilibrio, almeno provvisorio. Ma sarebbe un errore leggere questa traiettoria come una semplice virata a sinistra. Nel libro Da Giuliani a Mamdani. New York 25 anni dopo l’11 settembre, scritto da Maria Teresa Cometto e Glauco Maggi, la città viene raccontata attraverso le sue metamorfosi, ma soprattutto attraverso la capacità quasi inesauribile di reagire alle crisi e reinventarsi. New York oggi è meno Wall Street e più tecnologia, più ricca di istituzioni culturali e più sicura, ma anche più costosa e attraversata da fratture politiche profonde. Mamdani, in questo senso, non è soltanto l’esito di una nuova stagione democratica: è anche il prodotto di una città che ha imparato a trasformare il conflitto in partecipazione. Di questo e del rapporto tra la nuova sinistra newyorkese e Donald Trump parliamo con uno degli autori, Glauco Maggi.

Mamdani è davvero il simbolo di una New York diventata socialista?

Mamdani è il frutto di un’evoluzione della capacità organizzativa e dell’entusiasmo di militanza di una fascia della città molto ben definita: giovani, bianchi, acculturati, spesso laureati, ma insoddisfatti del lavoro che fanno e delle prospettive che hanno. È una componente che ha anche una precisa geografia, soprattutto Brooklyn e Manhattan. La novità è che non siamo più soltanto davanti a persone che vengono convinte a registrarsi al voto. Qui c’è un passaggio ulteriore: dalla registrazione alla militanza, fino all’iscrizione politica.

Quanto pesa, in questo processo, la matrice socialista di Mamdani?

Ha avuto un ruolo importante perché ha importato una forma di militanza che ricorda, per certi aspetti, quella marxista e dei gruppi extraparlamentari italiani. Capacità di organizzarsi nelle lotte di quartiere, di costruire una rete, di trasformare il consenso in partecipazione. Mamdani è anche l’espressione di questo fenomeno. Ed è un fenomeno nuovo soprattutto per la sua dimensione.

È una trasformazione dell’anima di New York?

Non credo. Il filo rosso a New York non esiste. La città ha sempre avuto una straordinaria capacità di alternare amministrazioni molto diverse senza che questo significhi necessariamente una trasformazione radicale dell’identità collettiva. Basti pensare a Giuliani. Per ripulire la città dal crimine, lo votarono anche molti democratici. Oggi Giuliani appare come una sorta di pazzo trumpiano, ma all’epoca fu eletto come repubblicano associato al Partito liberale, che allora a New York aveva un peso significativo. E veniva dal sindacalismo di sinistra.

Poi arrivò Bloomberg. Un’altra rivoluzione?

Bloomberg è stato un sindaco socialmente molto avanzato. Arrivava dopo una città ferita dall’11 settembre, alla ricerca della propria anima. I newyorkesi lo vollero e lo elessero tre volte. Anche dopo due mandati riuscì a tornare in campo, cavalcando la crisi del 2008. È stato, sotto molti aspetti, il sindaco perfetto per quella fase storica: pragmatico, capace di governare una metropoli complessa e di accompagnarla fuori da una delle sue crisi più profonde.

E oggi cosa racconta l’ascesa di Mamdani?

Racconta soprattutto la capacità della sinistra socialista democratica di fare proselitismo e raccogliere consenso. Ma bisogna aggiungere un elemento decisivo: l’opposizione crescente a Trump a livello nazionale. I democratici newyorkesi hanno beneficiato enormemente di questo clima. Trump, paradossalmente, è diventato un asset per i democratici.

In che senso?

Nel senso che Trump è uno spaventapubblico che rafforza il fronte democratico. Gli errori che ha commesso sono stati devastanti e hanno prodotto una reazione che va oltre le singole questioni. Ma non credo che questo significhi che Trump abbia spostato l’anima di New York. Piuttosto, ha contribuito a consolidare un orientamento che era già presente.

Trump è dunque destinato a diventare un fattore di debolezza per i repubblicani?

Trump è un’anatra zoppa, ormai fuori dallo stagno. Pensare che possa uscire bene dalle midterm è molto complicato. I democratici, a loro volta, sono divisi: c’è chi pensa all’impeachment, chi ritiene che sia una carta da non giocare e chi pensa che possa diventare addirittura un’arma nelle mani dei repubblicani. La partita è tutt’altro che semplice.

Mamdani è anche il prodotto delle tensioni tra progressismo e comunità ebraica?

Bisogna stare molto attenti a non trasformare una dinamica politica in una lettura identitaria. New York non è una città antisemita. E la reazione dell’opinione pubblica su alcune vicende lo dimostra chiaramente. Penso, per esempio, al caso Galliano: aveva fatto e detto cose apertamente antisemite e anti-ebraiche. Era una figura molto quotata nel mondo della moda, tanto da essere difeso anche da personalità di primo piano. Doveva essere celebrato al Met, ma la ribellione dell’opinione pubblica ha fatto saltare quell’operazione. È un segnale importante.

Che cosa resta, allora, della New York dell’11 settembre?

Resta soprattutto la sua capacità di rialzarsi. Nel libro raccontiamo proprio questo: una città che quando cade reagisce, si trasforma, cambia pelle. Dopo l’11 settembre pensavamo che New York andasse ricostruita e che anche noi dovessimo restare. A distanza di 25 anni possiamo dire che quella promessa è stata mantenuta. Abbiamo visto terremoti finanziari, uragani, attentati, crisi della criminalità, bolle speculative e profonde trasformazioni sociali. Ma il dato più impressionante è che New York continua a reinventarsi.

Oggi è ancora la capitale finanziaria del mondo?

È sicuramente ancora una capitale globale, ma il suo baricentro economico si è spostato. Oggi è meno Wall Street e più Tech City. New York è diventata il secondo centro high-tech più importante al mondo dopo la Silicon Valley, davanti a Londra, Boston e Pechino, con un ecosistema valutato oltre 620 miliardi di dollari. È una trasformazione enorme e dice molto della capacità della città di non restare prigioniera della propria storia.

Da Giuliani a Mamdani, dunque, più che una rivoluzione c’è una metamorfosi?

Esattamente. New York non ha un’identità politica immutabile. Ha una capacità straordinaria di reagire alle crisi e di adattarsi. Giuliani, Bloomberg, de Blasio, Adams e oggi Mamdani rappresentano risposte diverse a momenti diversi. Il punto non è stabilire quale sia la vera New York. La vera New York è proprio questa capacità di essere, contemporaneamente, dura e grintosa, glamour e magica. Uno yin e yang permanente. Ed è forse questa la ragione per cui, 25 anni dopo l’11 settembre, la città continua a essere accesa dalle sue mille luci.


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