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Prima il programma, poi il leader (e le primarie). L’Ucraina? Troveremo la quadra. Parla Alfieri 

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Dopo la foto di famiglia del campo largo alla festa di Avs, il senatore Pd Alessandro Alfieri indica la rotta: prima un programma condiviso, poi la leadership. Dalla sicurezza alla sanità, dal lavoro alla transizione energetica, fino alla politica estera, l’obiettivo è allargare il perimetro dell’alternativa. Sullo sfondo il voto in Sassonia, che secondo il dem insegna a sinistra a non ignorare paure e fragilità sociali

Ieri sera il centrosinistra ha avuto la sua fotografia. Una di quelle immagini che, per un momento, sembrano raccontare più della politica stessa: tutti insieme sullo stesso palco, quasi a disegnare con i corpi il perimetro di un campo largo che ancora non ha trovato una forma definitiva. Ma ogni fotografia, per sua natura, congela un istante. E dietro quell’immagine restano le domande: chi manca, quale programma tenere insieme, chi dovrà guidare la corsa e, soprattutto, a quali elettori parlare. Sullo sfondo, intanto, arriva il vento freddo della Sassonia. Il voto tedesco racconta una destra che cresce là dove si sedimentano paura, insicurezza e senso di abbandono. È un campanello d’allarme che attraversa i confini e arriva fino alla politica italiana: perché quando le paure non trovano una risposta, finiscono per trovare un padrone. Il senatore dem Alessandro Alfieri parte proprio da qui. Dalla necessità di non negare quelle paure, ma di attraversarle. E dalla convinzione che prima di scegliere il volto della coalizione serva costruire la casa: un programma capace di tenere insieme lavoro e sicurezza, sanità e transizione, diritti sociali e politica estera. La fotografia di ieri, insomma, può essere un punto di partenza. Ma adesso bisogna trasformarla in una storia politica.

Senatore Alfieri, ieri alla festa di Avs è andata in scena una fotografia che riuniva praticamente tutti i leader del campo largo. È il punto di partenza per costruire l’alternativa alla destra?

Quella fotografia racconta uno zoccolo duro che esiste ed è pronto a costruire un’alternativa. Ma proprio perché vogliamo essere competitivi, dobbiamo allargare quel nucleo. E non penso soltanto alle sigle parlamentari che ieri non erano presenti. Penso soprattutto ai tanti cittadini che non si riconoscono pienamente nei singoli partiti, ma che hanno il desiderio di costruire un’alternativa alla destra. La sfida è trasformare quel momento in un processo più largo. Ieri abbiamo visto un nucleo: adesso dobbiamo allargarlo.

Eppure il tema della leadership resta sul tavolo. Non rischiate di costruire una coalizione senza sapere chi dovrà guidarla?

Io rovescerei il ragionamento. Prima della leadership dobbiamo costruire una cornice programmatica, lavorando sui punti che possiamo mettere in comune. La leadership dovrà essere l’interprete di quella piattaforma. Poi decideremo con quale strumento individuarla. La strada più probabile sono le primarie, ma non devono diventare un’ordalia. Se ci saranno, dovranno servire a rafforzare la coalizione, non a spaccarla. Chiunque vincerà dovrà essere sostenuto da tutti.

Da dove partire, allora, per trovare questa sintesi?

Dall’agenda economica e sociale. Non partiamo da zero. Ci sono temi sui quali le forze del centrosinistra hanno già lavorato insieme: dal salario minimo alla necessità di aumentare stipendi e salari, soprattutto per chi ha redditi più bassi ed è stato colpito maggiormente dall’inflazione. Poi c’è la sanità pubblica, con la battaglia contro le liste d’attesa. E c’è il caro carburante. Sono questioni concrete, che incidono sulla vita quotidiana delle persone.

La transizione energetica può diventare un altro terreno di convergenza?

Sì, ma dobbiamo avere l’intelligenza di accompagnarla. Investire sulle rinnovabili significa costruire infrastrutture e sviluppo, ma anche aiutare i redditi più bassi a sostenere il costo della transizione. Non possiamo chiedere sacrifici a chi è già in difficoltà senza offrirgli una prospettiva. È proprio sul terreno sociale che si costruisce la credibilità di una politica progressista.

C’è però un tema sul quale la sinistra sembra ancora in difficoltà: la sicurezza.

È un tema centrale. E su questo ci giochiamo una parte importante del voto dei più fragili. Non possiamo lasciare che la sicurezza diventi una prerogativa della destra. I nostri amministratori locali lo sanno bene, perché sono loro a confrontarsi ogni giorno con il disagio, il degrado, la paura. Anche qui bisogna trovare una sintesi. Se vogliamo rappresentare i ceti popolari, dobbiamo essere capaci di garantire diritti sociali e sicurezza insieme.

Il voto in Sassonia sembra raccontare proprio questo: una domanda di protezione che la destra radicale riesce a intercettare. Che lezione deve trarre il centrosinistra italiano?

La prima è molto semplice: negare le paure e le ansie delle persone è un errore. Se non le riconosci, rischi di lasciare campo libero ai populisti. Bisogna guardarle in faccia, comprenderle e rassicurare gli elettori. Il voto di protesta mette insieme preoccupazioni sul futuro, fragilità economica e ansie dei ceti che si sentono ai margini. C’è anche la paura della concorrenza degli ultimi, che finisce per colpire proprio i soggetti più fragili.

Quindi il problema non è soltanto intercettare il disagio, ma dare una direzione diversa?

Esattamente. Dobbiamo proporre una direzione diversa, fondata sullo sviluppo sostenibile e sulla crescita, ma dobbiamo anche raccontarla. Non basta avere buone ricette: bisogna far capire alle persone dove le porteranno. E contemporaneamente affrontare il tema della sicurezza. Se vogliamo tornare a parlare ai ceti popolari, dobbiamo smettere di avere paura delle loro paure.

Sul piano della politica estera, però, le distanze nella coalizione sembrano più difficili da ricomporre, soprattutto sull’Ucraina.

Credo che anche qui, se si lavora nel merito, una sintesi sia possibile. Il punto per noi è chiaro: sostenere l’Ucraina significa anche sostenere la sicurezza europea. Questo non significa che non possano esserci sensibilità differenti. Ma la politica dovrebbe essere capace di costruire una posizione comune partendo dai contenuti, non dalle appartenenze.

C’è poi un altro fronte che potrebbe condizionare le prossime campagne elettorali: le interferenze straniere. Quanto è concreto il rischio e quali le contromisure per fronteggiare il fenomeno?

È un rischio reale e lo abbiamo già visto. Gli attacchi possono assumere una forma ibrida e manifestarsi sia nel dominio cyber sia in quello cognitivo. Penso all’utilizzo dei mezzi di comunicazione e dei social network per orientare il dibattito pubblico, condizionare l’opinione degli elettori e, in alcuni casi, influenzare le politiche dei partiti. È un tema del quale stiamo discutendo anche sul piano parlamentare. Dobbiamo rendere le nostre campagne elettorali meno permeabili alle influenze straniere.

Chiudiamo con la legge elettorale.  Come si muoverà il Pd su questo versante?

Faremo battaglia fino all’ultimo per denunciare le storture di questa legge. I cittadini devono poter scegliere i propri rappresentanti. I candidati devono essere scelti tutti dagli elettori, attraverso preferenze vere. Non possiamo continuare con un sistema che, di fatto, sottrae ai cittadini una parte fondamentale della scelta. Questa legge è una presa in giro degli italiani.


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