Secondo il Wsj, Teheran avrebbe ripreso ad assemblare missili balistici utilizzando componenti accumulati prima della guerra e strutture sotterranee. La produzione resta inferiore ai livelli precedenti al conflitto, ma mostra la capacità del programma iraniano di sopravvivere alla campagna di attacchi contro la sua infrastruttura industriale
Secondo quanto riferito dal Wall Street Journal, sulla base delle valutazioni di funzionari statunitensi e mediorientali a conoscenza dell’intelligence raccolta sull’Iran, Teheran avrebbe ripreso la produzione di missili balistici ricorrendo alle scorte di componenti accumulate in precedenza e spostando parte delle attività all’interno di installazioni sotterranee.
La produzione, almeno per il momento, non sarebbe paragonabile a quella precedente all’inizio del conflitto. Gli attacchi statunitensi e israeliani hanno colpito impianti industriali, depositi, sistemi di lancio e infrastrutture necessarie alla fabbricazione dei vettori. Anche il blocco navale ha reso più difficile ottenere dall’estero materiali e componenti indispensabili, in particolare quelli utilizzati per i propellenti solidi. Ma la differenza tra degradare una capacità e cancellarla emerge ora con maggiore chiarezza.
Secondo il quotidiano americano, l’Iran sta assemblando sia vettori a propellente liquido, che devono essere riforniti prima del lancio, sia missili a combustibile solido, più rapidamente impiegabili perché possono essere conservati pronti all’uso. Le informazioni di intelligence indicano attività in diversi complessi sotterranei, tra cui quello di Khojir, uno dei principali poli del programma missilistico iraniano. Parallelamente, Teheran starebbe lavorando alla realizzazione di nuovi siti sotterranei di assemblaggio, nel tentativo di ridurre la vulnerabilità delle proprie linee produttive a ulteriori attacchi.
È un elemento rilevante anche per valutare quanto rimane dell’arsenale iraniano. Un funzionario statunitense citato dal Wall Street Journal sostiene che Teheran disponga di componenti sufficienti per assemblare almeno alcune centinaia di nuovi missili. Prima della guerra, ricorda Jim Lamson, ex analista della Cia e oggi visiting research fellow al King’s College di Londra, l’Iran aveva accumulato testate già completate, cellule dei vettori e sistemi di guida e controllo. La quantità effettivamente producibile dipende quindi non soltanto dagli impianti ancora operativi, ma dalla profondità di quelle scorte. Secondo Lamson, l’ordine di grandezza potrebbe andare dalle centinaia fino, potenzialmente, alle migliaia di missili.
La ripresa sarebbe cominciata a ritmo ridotto già dopo l’intesa preliminare raggiunta a metà giugno con l’amministrazione Trump, quando a Teheran si sarebbe consolidata la convinzione che la tregua non fosse destinata a durare. Durante la pausa nei combattimenti l’Iran ha inoltre riparato strade, accessi e infrastrutture intorno ai complessi militari danneggiati, riaprendo anche ingressi di tunnel precedentemente colpiti dai raid.
Il quadro ridimensiona inevitabilmente alcune delle valutazioni formulate nelle prime fasi della campagna. Ad aprile il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva definito il programma missilistico iraniano “funzionalmente distrutto”, sostenendo che Teheran non avrebbe avuto la capacità industriale necessaria a sostituire i vettori utilizzati o distrutti. Il Pentagono continua a sostenere che fino al 90% della base industriale iraniana legata a droni, missili balistici e capacità navali sia stata distrutta e che la capacità offensiva della Repubblica islamica sia stata fortemente degradata. La nuova intelligence non smentisce necessariamente il danno subito, ma indica che una parte dell’apparato ha conservato margini di rigenerazione.
L’infrastruttura missilistica iraniana è stata costruita per decenni tenendo conto della possibilità di subire campagne aeree contro i propri centri industriali. Dispersione geografica, installazioni sotterranee, scorte di componenti e ridondanza produttiva servono precisamente a consentire al sistema di sopravvivere anche dopo perdite rilevanti.
Nicole Grajewski, studiosa della strategia iraniana a Sciences Po, osserva al Wall Street Journal che la capacità missilistica possiede tempi di rigenerazione più rapidi rispetto al programma nucleare ed è distribuita su un’infrastruttura particolarmente dispersa. È anche per questa ragione che la distruzione degli impianti visibili non coincide necessariamente con la scomparsa della capacità di produrre nuovi vettori, mentre prende spazio la possibilità che Teheran possa sostituire quelli impiegati o distrutti, segnando una distanza di rapporto tra questa capacità di rigenerazione e le scorte occidentali di intercettori.
















