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Crimine e terrore, la saldatura pericolosa che ridisegna le minacce alla sicurezza globale

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La sicurezza non si misura solo con i reati visibili. Dietro degrado, spaccio e microcriminalità agisce una rete globale che lega mafie, narcotraffico, tratta di esseri umani, finanza opaca e terrorismo. Una minaccia ibrida che impone strategie integrate oltre i confini tradizionali. L’analisi di Alberto Pagani

Il dibattito politico e mediatico sulla sicurezza resta in larga misura prigioniero di un effetto tunnel, di una visione a imbuto che restringe il campo percettivo fino a fargli perdere la profondità del contesto. È un errore di interpretazione noto anche come fallacia del dettaglio, o errore di focalizzazione: un fenomeno cognitivo per cui un elemento saliente, immediatamente visibile, finisce per soverchiare l’importanza del quadro complessivo, impedendo una corretta decodifica della realtà.

Applicato alla sicurezza, questo meccanismo produce un effetto preciso: l’opinione pubblica, e con essa larga parte del discorso politico, si concentra sul dettaglio della criminalità che si vede — il degrado urbano, lo spaccio al minuto, l’immigrazione clandestina, i reati predatori di strada. È una reazione comprensibile, persino fisiologica, perché è ciò che il cittadino comune incontra direttamente nella propria quotidianità ed è ciò che lo disturba con più immediatezza. Ma la politica, a differenza del cittadino, ha il compito e la responsabilità di scendere sotto la superficie, di interpretare quei fenomeni non come problemi a sé stanti bensì come sintomi terminali di mali più gravi e più profondi. Se gli effetti non vengono ricondotti alle cause — e se le cause non vengono a loro volta contrastate — gli effetti sono destinati a rigenerarsi indefinitamente, in un ciclo che nessuna repressione del sintomo può interrompere davvero.

Vasi comunicanti, non compartimenti stagni

Il degrado percepito nelle periferie, la piazza di spaccio sotto casa, la microcriminalità diffusa sono, in altre parole, la punta emersa di un’infrastruttura economica sommersa assai più vasta e sofisticata. Droga, armi, sfruttamento della prostituzione, immigrazione illegale, truffe su larga scala e gioco d’azzardo illecito non sono compartimenti stagni, ma vasi comunicanti che si alimentano a vicenda e che, a monte, si intrecciano stabilmente con le grandi organizzazioni terroristiche legate a potenze statali ostili. La Siria di Bashar al-Assad, alleata di Teheran, è stata per anni uno dei maggiori produttori mondiali di anfetamine di sintesi, con proventi che finanziavano direttamente l’apparato di potere del regime; Hezbollah, a sua volta legato all’Iran, ha costruito una rete strutturata di importazione e traffico di cocaina sudamericana attraverso il Venezuela, integrando la logistica del narcotraffico nella propria macchina finanziaria e militare. Con la caduta di alcuni di questi assetti e la pressione sanzionatoria internazionale, quei circuiti si sono interrotti, ma non sono scomparsi: si stanno riorganizzando, e sono le organizzazioni criminali e le mafie transnazionali, con la loro capacità logistica e la loro capillarità territoriale, a candidarsi come protagoniste di questa riorganizzazione, occupando gli spazi lasciati vuoti dagli attori statali indeboliti.

Basta guardare da vicino la filiera italiana per misurare la distanza tra il sintomo che si vede e la causa che resta invisibile.

Le mafie italiane: dal controllo del territorio al riciclaggio

Le mafie storiche — ‘ndrangheta, camorra, cosa nostra e le organizzazioni pugliesi — hanno da tempo abbandonato il controllo predatorio del solo territorio d’origine per specializzarsi nella funzione più redditizia e meno esposta dell’intera filiera criminale: il riciclaggio del denaro sporco generato dal narcotraffico internazionale. Sono questi capitali, reimmessi nell’economia legale attraverso l’edilizia, la ristorazione, la grande distribuzione e la finanza, a infettare silenziosamente il tessuto produttivo sano, alterando la concorrenza, drogando i prezzi e sottraendo credito alle imprese oneste, molto più di quanto non facciano lo spaccio di strada o il degrado urbano che catturano l’attenzione mediatica.

Allo stesso tempo, la tratta di esseri umani lungo le rotte migratorie irregolari alimenta un mercato del lavoro coatto e della prostituzione che fornisce alle organizzazioni criminali manovalanza di strada a costo pressoché nullo, ricattabile e sostituibile: è un ingranaggio che tiene insieme, in un unico sistema, sfruttamento predatorio locale e reti internazionali di trafficanti. Le mafie storiche italiane non agiscono più da sole in questo comparto, ma si intersecano stabilmente con organizzazioni criminali straniere strutturate: la mafia nigeriana, radicata nella gestione della prostituzione e nel piccolo spaccio in molte città italiane, e le organizzazioni criminali dei Paesi dell’Est europeo, specializzate nella tratta a fini di sfruttamento sessuale e nella criminalità predatoria organizzata. È dentro questo reticolo di alleanze e sub-appalti criminali, e non nel singolo reato che occupa le cronache, che va cercata la vera dimensione del problema.

Senza una visione d’insieme capace di tenere insieme questi piani — narcotraffico, riciclaggio, tratta, criminalità organizzata straniera, terrorismo internazionale — non si produce sicurezza; si fa propaganda.

Una minaccia strutturale, non un’anomalia marginale

Il caso siriano e quello libanese non sono eccezioni isolate, ma la manifestazione più netta di una tendenza strutturale che la comunità internazionale fatica ancora a riconoscere fino in fondo. Per un quarto di secolo terrorismo e criminalità organizzata sono stati trattati come fenomeni distinti, con architetture normative e apparati investigativi separati — il primo letto attraverso la lente ideologica e securitaria, il secondo attraverso quella economica e patrimoniale. È una separazione che la realtà operativa ha ormai svuotato di significato.

Le organizzazioni jihadiste, i gruppi armati non statali e persino alcuni apparati statali ostili hanno progressivamente adottato i metodi, le rotte e in molti casi gli stessi partner operativi della criminalità organizzata transnazionale, dando vita a un ecosistema ibrido in cui il confine tra ideologia e affari si è fatto evanescente.

Il continuum crimine-terrore

La letteratura specialistica descrive da tempo questo fenomeno come un continuum piuttosto che come una dicotomia: da un lato organizzazioni puramente criminali, mosse dal profitto; dall’altro gruppi puramente ideologici, mossi dalla causa politica o religiosa. Nella realtà operativa, però, la maggior parte delle organizzazioni si colloca in una zona grigia intermedia, dove le due logiche convivono e si rafforzano a vicenda.

Un gruppo terroristico che gestisce direttamente un traffico di stupefacenti per autofinanziarsi non cessa di essere un’entità politica, così come un cartello che stringe alleanze tattiche con una cellula jihadista per garantirsi protezione territoriale non diventa improvvisamente un’organizzazione ideologica. Ciò che conta, ai fini dell’analisi strategica, è la convergenza funzionale: entrambe le tipologie di attori hanno bisogno di logistica clandestina, di canali finanziari opachi, di complicità territoriali e di reti di riciclaggio, e su questo terreno comune le sinergie diventano non solo possibili ma convenienti.

Dalle maglie contraffatte al traffico di stupefacenti

La storia recente offre casi paradigmatici di questa saldatura. L’attentato al World Trade Center del 1993 fu in parte finanziato attraverso la vendita di magliette contraffatte, mentre l’attacco alla redazione di Charlie Hebdo nel 2015 vide tra le fonti di finanziamento anche il commercio di calzature contraffatte: episodi che dimostrano come la micro-criminalità commerciale, apparentemente marginale, possa alimentare direttamente la macchina del terrore.

Su scala ben più ampia si colloca il traffico di stupefacenti, dove il nesso tra insorgenza armata e narcotraffico è ormai un dato strutturale in numerose aree di crisi, dal Sahel all’Afghanistan, dai Balcani all’America Latina. In molti contesti i gruppi armati non si limitano a tassare le rotte della droga che attraversano i territori sotto il loro controllo, ma partecipano direttamente alla produzione e all’esportazione, replicando know-how e infrastrutture logistiche mutuati dalla criminalità organizzata tradizionale.

A questo si affianca il contrabbando di armi, di sigarette, di petrolio e di beni culturali, settori nei quali le reti terroristiche condividono fornitori, corrieri e rotte con organizzazioni criminali che nulla hanno a che vedere con l’estremismo ideologico. La convenienza reciproca è evidente: il crimine organizzato offre competenze logistiche consolidate, capillarità territoriale e capacità di riciclaggio, mentre i gruppi terroristici possono garantire protezione armata su territori contesi, controllo di rotte strategiche e, in alcuni casi, corridoi geografici altrimenti inaccessibili.

Hawala e finanza informale: il sistema nervoso della zona grigia

Se il crimine e il terrore condividono i mercati fisici, condividono ancora di più le infrastrutture finanziarie informali che permettono di far viaggiare valore senza lasciare tracce bancarie. Il sistema hawala, nato lungo le antiche rotte commerciali asiatiche e mediorientali, si fonda su reti di fiducia tra cambiavalute geograficamente distanti, capaci di trasferire valore transfrontaliero regolando i saldi interni tramite fatturazioni fittizie o contrabbando di oro e beni fisici, senza alcun movimento elettronico tracciabile. Un sistema di per sé neutro, utilizzato quotidianamente da milioni di migranti per inviare rimesse alle famiglie, ma che risulta straordinariamente permeabile all’uso improprio da parte di reti criminali e terroristiche, spesso senza che gli stessi operatori hawaladar ne siano pienamente consapevoli.

A questa rete informale si affianca lo sfruttamento sistematico della beneficenza religiosa, in particolare della zakat islamica, che consente di occultare fondi illeciti nel “rumore di fondo” di milioni di micro-donazioni legittime. Organizzazioni collegate a formazioni come Hamas o Hezbollah hanno costruito, attorno a questo meccanismo, vere e proprie infrastrutture civili parallele — scuole, cliniche, centri di distribuzione alimentare — che assolvono la duplice funzione di copertura finanziaria e di radicamento del consenso sociale, alimentando al contempo i circuiti del reclutamento.

Il crimine organizzato, dal canto suo, ricorre sempre più spesso a strutture societarie di comodo e a schemi di riciclaggio basati sul commercio, i cosiddetti trade-based money laundering, che permettono di occultare flussi illeciti dentro operazioni di import-export apparentemente lecite: le stesse tecniche, in molti casi, vengono replicate o addirittura condivise con le reti del finanziamento del terrorismo.

La protezione degli Stati sponsor

Un elemento che distingue nettamente il fenomeno contemporaneo rispetto al passato è la presenza di attori statali che, per calcolo geopolitico, tollerano o addirittura facilitano questa saldatura. L’Iran rappresenta il caso più evidente: attraverso la Forza Quds delle Guardie Rivoluzionarie e una rete di istituti bancari sanzionati, Teheran ha integrato stabilmente i circuiti della finanza informale e del contrabbando nelle proprie strategie di aggiramento delle sanzioni internazionali, offrendo ai propri proxy regionali — da Hezbollah agli Houthi — protezione politica e logistica per attività che spaziano dal narcotraffico al riciclaggio su scala industriale.

Il Qatar, pur restando formalmente inserito nel sistema di alleanze occidentali, continua a essere oggetto di contenziosi legali negli Stati Uniti per il presunto sostegno, tramite il proprio sistema bancario e la rete di enti caritatevoli, a infrastrutture politiche riconducibili a organizzazioni estremiste. Gli Emirati Arabi Uniti, e in particolare Dubai, funzionano da tempo come hub finanziario globale per società di comodo e capitali di origine opaca, sebbene la pressione geopolitica successiva agli Accordi di Abramo abbia progressivamente spinto Abu Dhabi verso una maggiore stretta sui conti sospetti.

Questa dimensione statale trasforma il nesso crimine-terrore da fenomeno puramente criminale a questione di sicurezza nazionale per l’intero sistema occidentale, perché introduce nell’equazione attori dotati di sovranità, di apparati diplomatici e di capacità di ritorsione che nessuna organizzazione criminale tradizionale possiede.

La frontiera digitale: criptovalute e algoritmi

L’ultimo tassello di questa architettura ibrida è rappresentato dalla transizione verso gli asset digitali. Dal 2019 in avanti, Hamas, la Jihad islamica palestinese, Hezbollah e lo stesso apparato iraniano hanno progressivamente istituzionalizzato l’uso delle criptovalute, passando dai Bitcoin iniziali alle stablecoin ancorate al dollaro e basate su reti a basso costo di transazione, che garantiscono velocità di movimento e minore tracciabilità rispetto ai canali bancari tradizionali. Il caso iraniano è emblematico: nel 2025 il mercato interno delle criptovalute ha raggiunto un volume stimato di quasi dieci miliardi di dollari, concentrato su piattaforme di scambio locali che permettono di convertire risorse energetiche colpite da sanzioni in liquidità digitale spendibile sui mercati globali.

Parallelamente, l’adozione di strumenti di intelligenza artificiale per il frazionamento automatizzato dei capitali — la pratica nota come smurfing, applicata ora su scala algoritmica — consente di simulare profili di spesa perfettamente legittimi, eludendo i sistemi di controllo basati su liste di sorveglianza e saturando di falsi positivi le strutture di compliance bancaria. È una evoluzione che riduce drasticamente il costo operativo dell’occultamento finanziario, mettendo a disposizione sia delle reti criminali sia di quelle terroristiche strumenti un tempo riservati ad attori statali sofisticati.

L’esposizione italiana ed europea

Per l’Italia e per l’Europa, storicamente più abituate a leggere la criminalità organizzata attraverso la lente delle mafie autoctone e il terrorismo attraverso quella della radicalizzazione interna, questa convergenza impone un aggiornamento culturale prima ancora che operativo. Le rotte mediterranee del contrabbando di carburante, delle sigarette e dei migranti attraversano gli stessi corridoi geografici sfruttati da reti hawala collegate a soggetti sanzionati, mentre i porti del Nord Europa restano snodi privilegiati per il traffico di cocaina gestito da cartelli sudamericani in cooperazione, in alcuni casi documentati, con intermediari legati a network mediorientali.

La presenza consolidata di comunità diasporiche, per loro natura ricettacolo neutro di rimesse legittime, rende l’intero continente strutturalmente esposto all’infiltrazione di flussi opachi difficili da isolare senza compromettere l’integrità di un sistema di trasferimento del valore su cui si fonda l’economia informale di intere comunità. Le riforme normative italiane in materia di guerra cognitiva e sicurezza economica, unite al rafforzamento delle unità di informazione finanziaria a livello europeo, vanno lette in questa chiave: non come risposta a un rischio ipotetico, ma come adeguamento a una minaccia già strutturalmente radicata nei flussi commerciali e finanziari che attraversano il continente.

Implicazioni per le politiche di contrasto

La conclusione che si impone, per chi osserva questo fenomeno da una prospettiva di sicurezza nazionale ed europea, è che il finanziamento del terrorismo non può più essere trattato come un capitolo a sé stante rispetto al contrasto alla criminalità organizzata. Le due filiere condividono fornitori, rotte, tecnologie e, sempre più spesso, la medesima protezione statale.

Un approccio efficace richiede quindi una sorveglianza integrata che superi la separazione istituzionale tra autorità antiriciclaggio, agenzie antidroga e apparati di intelligence antiterrorismo, estendendo il perimetro di controllo oltre il settore bancario tradizionale fino al FinTech, al gioco d’azzardo online e alle piattaforme di scambio di asset digitali. Richiede inoltre una cooperazione internazionale capace di colpire non soltanto le organizzazioni operative, ma anche gli Stati che ne garantiscono protezione e copertura, poiché è proprio in questa saldatura tra crimine, terrore e sovranità ostile che si annida oggi la minaccia più difficile da neutralizzare per le democrazie occidentali.

Se le mafie e le organizzazioni terroristiche proxy di Stati canaglia collaborano tra loro su scala transnazionale, condividendo rotte, capitali e complicità politiche, nessuna risposta compartimentata per giurisdizione, per reato o per apparato può risultare all’altezza della minaccia. Serve una visione globale e integrata, capace di leggere insieme ciò che oggi viene ancora analizzato per compartimenti separati, e serve soprattutto una collaborazione stretta e continuativa tra le forze di polizia e i servizi di intelligence dei diversi Paesi, senza la quale ogni contrasto nazionale resta condannato a inseguire il sintomo locale mentre la regia resta altrove, protetta e intatta.


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