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I signori dell’IA possono fermare l’IA? Ecco perché la risposta riguarda tutti noi. Scrive Palmieri

Di Antonio Palmieri
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Dobbiamo trasformare il ciclo dell’allarmismo, nel ciclo della consapevolezza e della responsabilità, ciascuno per quello che può fare, laddove si trova. Come ricorda il Papa nella Magnifica Humanitas, “nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere.”. Diamoci da fare. La riflessione di Antonio Palmieri, cofondatore e presidente della Fondazione Pensiero Solido

Davvero i signori dell’IA hanno capito che solo loro – e chi con loro lavora – possono evitare i possibili guai provocati dall’intelligenza artificiale stessa o da un suo uso distorto da parte di noi esseri umani?

Il dibattito di questi giorni lo farebbe pensare. In passato – ci tornerò più avanti – alcuni di loro avevano chiesto di essere regolati. Ora, passare da “fermateci” a “ci fermiamo”, passare dal voi al noi, è un cambio di postura interessante. Del resto, se davvero non c’è tempo da perdere, solo loro possono fermare il conto alla rovescia verso la catastrofe, perché solo chi sviluppa questi sistemi può intervenire prontamente ed efficacemente per impedirne gli effetti distorti.

Vedremo nelle prossime settimane se e quali fatti i signori dell’IA faranno seguire a questi giorni di appelli e di discussioni.

Nel frattempo, aggiungo due altri temi di riflessione. Primo. Possiamo lasciare solo nelle mani dei signori dell’IA, soggetti privati che perseguono legittimamente un interesse economico, decidere limiti, rischi accettabili e ampiezza di sviluppo di questa rivoluzionaria tecnologia? Questo compito non spetta forse alla politica?

Sarebbe auspicabile un intervento della politica, ma il tema impone un accordo solido e verificabile a livello globale. È possibile, sic stantibus rebus? L’AI Act dell’Europa è un tentativo basato proprio sul limitare i rischi, ma zoppica, tra rinvii ed esitazioni. In Cina c’è l’AI di Stato (stato scritto con la s maiuscola non a caso) e non vi è altro da aggiungere. Donald Trump finora (avverbio d’obbligo quando si parla dell’attuale presidente degli Stati Uniti) è per la deregolamentazione assoluta, in nome di quella che possiamo definire con un sorriso a mezza bocca “AI American first”.

Nel breve periodo, dunque, la competizione geopolitica non lascia molte speranze che la politica possa intervenire presto e bene.

Seconda questione. In un post Linkedin Giovanni Tridente ha ricostruito con precisione quello che lui chiama “il ciclo dell’allarmismo”. È dal marzo 2023 che, a turno, uno dei signori dell’IA periodicamente esce con una profezia allarmante, chiedendo di fermare o di rallentare la corsa dell’intelligenza artificiale, chiedendo alla politica di intervenire. Risultato? Qualche giorno di polemica e di dibattito e poi i signori dell’intelligenza artificiale tornano a rastrellare finanziamenti, a far progredire i modelli, a battersi gli uni contro gli altri.

Che questo modo di procedere sia parte della loro strategia di comunicazione è un sospetto legittimo. Come ho scritto nel mio libro “Non è colpa dell’algoritmo! Idee per usare bene la nostra libertà nell’era digitale” a proposito di questo loro periodico atteggiamento, il loro modo di comunicare ricalca quello usato da Trump: annunci e contro annunci, in una sequenza che ci lascia storditi.

Alla fine, allora, che fare? Tocca a noi – cittadini, professionisti, istituzioni culturali, media – costruire una consapevolezza diffusa, fatta di domande, verifiche, educazione, pressioni pubbliche e richieste di trasparenza.

Lo chiamo un lavoro di manutenzione civile. Dobbiamo sostenere chi, nelle università e nei centri di ricerca, nelle imprese italiane ed europee, nelle istituzioni scolastiche, accademiche e nel terzo settore lavora per rendere l’IA comprensibile e verificabile. Dobbiamo trasformare il ciclo dell’allarmismo, nel ciclo della consapevolezza e della responsabilità, ciascuno per quello che può fare, laddove si trova.

Come ricorda il Papa nella Magnifica Humanitas, “nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere.”. Diamoci da fare.


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