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I disordini di piazza e la lezione di Manzoni che la politica dovrebbe rileggere

Di Massimo Panizzi
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Le violenze nelle piazze italiane riaprono una questione che non si risolve soltanto con nuovi decreti. Il disagio sociale esiste, ma non assolve chi sceglie lo scontro. Manzoni, ne “I Promessi sposi”, aveva già raccontato come la rabbia collettiva possa trasformarsi in distruzione. Una lezione che riguarda oggi la politica, la sicurezza e soprattutto la prevenzione

Nel novembre del 1628, nella Milano raccontata da Alessandro Manzoni, una folla inferocita per il prezzo del pane assaltò i forni, distruggendo ciò da cui dipendeva il proprio sostentamento. Quasi quattro secoli dopo quei fatti, le violenze che hanno accompagnato alcune manifestazioni di ottobre a Milano e in altre città italiane ripropongono un interrogativo antico: come impedire che una protesta si trasformi in una furia distruttiva?

Vetrine infrante, negozi danneggiati, scontri con le forze dell’ordine. A pagare sono commercianti, residenti, lavoratori e agenti. Persone spesso estranee alle ragioni della protesta. Poi arriva il consueto copione politico enfatizzato nei talk show: accuse incrociate, richieste di nuove misure di sicurezza, polemiche sulle responsabilità. Si discute molto di come fermare i violenti, molto meno concretamente di come evitare che la violenza esploda.

Eppure è proprio qui che si misura la capacità di uno Stato: non esclusivamente nel ristabilire l’ordine, ma nel prevenire il disordine senza sacrificare la libertà.

Il disagio è reale. La violenza è una scelta

Prima di tutto occorre sgombrare il campo da una generalizzazione: i giovani che partecipano alle manifestazioni non rappresentano un’intera generazione; chi sceglie la violenza è solo una parte di chi scende in piazza. La maggioranza dei ragazzi italiani studia, lavora, cerca un’occupazione, prova a costruirsi un futuro. Spesso affronta difficoltà che la politica conosce bene, ma fatica a risolvere.

Affitti proibitivi, salari insufficienti, precarietà, fuga all’estero dei giovani qualificati, sfiducia nelle istituzioni. Sono problemi concreti, ai quali si aggiunge una questione più profonda: la difficoltà di trovare punti di riferimento, appartenenze e prospettive credibili. Soprattutto pesa il non aver individuato o fatti propri i valori sostanziali di una democrazia, quelli alla base della coesione sociale e che fanno vivere e prosperare una comunità.

Famiglia, scuola, associazioni e comunità educative faticano a svolgere il ruolo di un tempo. Nel frattempo, social network e piattaforme digitali influenzano comportamenti, aspettative e relazioni con una rapidità che, sovente, supera la capacità di intervento (e di comprensione) degli adulti.

Tutto questo, però, non basta a spiegare le manifestazioni di ottobre, che sembrano nate più per imitazione di mobilitazioni radicali viste altrove (soprattutto in Francia), che da rivendicazioni italiane precise: ne hanno ripreso le forme, senza averne gli stessi obiettivi.

Una protesta che mette nello stesso calderone guerra, energia, affitti, scuola e “tutto quello che non va” non ha interlocutori, in assenza dei quali si sfoga su ciò che trova davanti. In ogni caso il disagio non è sufficiente a spiegare la violenza, né può giustificarla.

C’è anche, per molti, il “fascino” dello scontro: l’adrenalina, la forza del gruppo, la sfida all’autorità, oltre alla possibilità eccitante di conquistare visibilità sui social. In questi casi, la violenza rischia di diventare un obiettivo in sé, indipendente dalle ragioni della manifestazione. Capire la rabbia è necessario, assolvere chi spacca una vetrina o aggredisce un agente è un errore.

Manzoni e il primo sasso: quando la folla perde la ragione

Nei capitoli XII e XIII dei Promessi sposi, Manzoni racconta il tumulto di San Martino. La folla è composta da persone diverse: esasperati, curiosi, opportunisti, individui trascinati dagli avvenimenti.

La rivolta nasce da una situazione drammatica. Il pane manca o costa troppo, e le decisioni delle autorità hanno contribuito ad aggravare la crisi. Le ragioni del malcontento sono reali. Ma quando la rabbia si abbatte sui fornai, la protesta finisce per distruggere proprio ciò di cui la popolazione ha bisogno.

È il paradosso della violenza collettiva: si colpisce il bersaglio più vicino, non necessariamente il responsabile del problema. Anche oggi, che cosa c’entra il commerciante che vede distrutta la propria vetrina con le ragioni di una protesta contro il Governo, la guerra o il carovita?

Manzoni ci lascia un secondo avvertimento attraverso Renzo (capitoli XIV e XV). Il giovane non cerca lo scontro, ma si lascia coinvolgere negli avvenimenti, parla imprudentemente e rischia conseguenze gravi. Nella folla ci si sente protetti dal numero e la responsabilità sembra dissolversi nel gruppo. Ma quando il corteo finisce e le persone si disperdono, ciascuno torna a rispondere delle proprie azioni.

Oggi ci sono anche video, telecamere e indagini. Per un ragazzo, un procedimento penale può pesare sul futuro molto più di quanto possa immaginare: non si rende conto che la folla offre l’illusione dell’anonimato, ma il conto, alla fine, arriva al singolo.

Dalle barricate alle chat: il contagio corre sui social

La psicologia delle folle, da Gustave Le Bon in poi, ha cercato di spiegare come l’appartenenza a un gruppo possa modificare i comportamenti individuali. Non tutte le folle diventano violente, naturalmente. Tuttavia, in determinate condizioni il gruppo può attenuare la percezione del rischio e amplificare le emozioni. Oggi a queste dinamiche si aggiunge la velocità della comunicazione digitale.

Una mobilitazione può essere convocata in poche ore, cambiare luogo e percorso, diffondersi attraverso chat e social network, senza una struttura organizzativa riconoscibile. Le immagini degli scontri circolano immediatamente, alimentando attenzione, imitazione e, talvolta, nuove provocazioni. Per alcuni ragazzi, la piazza si trasforma in un palcoscenico: la città diventa lo scenario, la polizia l’avversario e il video da condividere il trofeo.

Non è la tecnologia a generare automaticamente la violenza, ma può moltiplicarne la visibilità e rendere più difficile distinguere una protesta spontanea da un’azione deliberatamente provocatoria. La vera prevenzione, allora, deve cominciare prima della manifestazione. Servono capacità di analisi dei rischi e di coordinamento operativo, nel rispetto delle garanzie di legge. Occorre, però, anche un’educazione digitale che insegni ai ragazzi a riconoscere la manipolazione, a resistere alla pressione del gruppo e di chi inneggia alla rivolta,  e a comprendere le conseguenze delle proprie scelte.

La famiglia e la scuola non possono essere lasciate sole in questo compito. La politica, dal canto suo, non può accorgersi dei giovani solo quando compaiono nelle immagini degli scontri.

La sicurezza non si costruisce soltanto nelle questure

Poliziotti e carabinieri hanno il compito difficile di garantire il diritto di manifestare e, contemporaneamente, proteggere cittadini, attività economiche e patrimonio pubblico.

Meritano rispetto e strumenti – normativi e procedurali – adeguati e tutele. Le modalità dei loro interventi possono e devono essere valutate, come avviene in ogni democrazia. Ma trasformare gli agenti nel bersaglio della polemica politica significa indebolire proprio chi è chiamato a difendere la sicurezza di tutti.

Anche l’Esercito contribuisce da anni alla vigilanza delle città attraverso l’operazione Strade Sicure, con compiti distinti da quelli delle forze di polizia nella gestione dei cortei. Il coordinamento fra istituzioni è essenziale, nel rispetto delle rispettive responsabilità. Una sinergia che, comunque la si veda, ha sempre funzionato.

La risposta dello Stato, però, non può esaurirsi nei dispositivi di sicurezza o nelle sanzioni. L’articolo 17 della Costituzione tutela il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. È un diritto fondamentale, non una concessione dell’autorità. Ma non comprende la facoltà di aggredire persone, intimidire commercianti o distruggere beni. La Costituzione, al riguardo, va considerata nella sua interezza, non estrapolando soltanto l’articolo che fa comodo al momento.

Una diversa cultura delle manifestazioni

Occorre, quindi, pensare ad una cultura della responsabilità nelle manifestazioni, intervenendo, fondamentalmente, su tre aspetti.

Il primo riguarda gli obiettivi. Una protesta può raccogliere rivendicazioni diverse, ma chi la promuove dovrebbe chiarire che cosa chiede e a quali interlocutori si rivolge. Il dissenso acquista forza politica e credibilità quando riesce a trasformarsi in una proposta comprensibile.

Il secondo riguarda i luoghi. Percorsi, accessi e vie di deflusso devono essere valutati con attenzione, attraverso il confronto fra autorità e organizzatori. Proteggere da alcune manifestazioni centri storici, attività economiche e patrimonio culturale, non significa relegare il dissenso in periferia, ma prevenire rischi concreti con misure proporzionate, in nome della sicurezza.

Il terzo riguarda gli organizzatori. Chi convoca una manifestazione dovrebbe sempre ricercare e mantenere contatti con le autorità, predisporre un servizio d’ordine riconoscibile e isolare pubblicamente e preventivamente chi cerca lo scontro. La responsabilità penale resta personale, ma quella politica e organizzativa non può scomparire dietro l’anonimato di una convocazione digitale. Infatti, se manifestare è un diritto, organizzare responsabilmente una protesta è un dovere civile.

Disarmare le parole, prima delle piazze

C’è, infine, una responsabilità che riguarda direttamente la politica, i media e chi occupa posizioni di responsabilità. Dopo ogni episodio di violenza, maggioranza e opposizione sembrano spesso più interessate ad attribuirsi colpe reciproche, che a individuare soluzioni condivise.

Da una parte s’invocano soprattutto misure di ordine pubblico, dall’altra si rischia di leggere ogni scontro come una conseguenza inevitabile del troppo generico “disagio sociale”. Sono due semplificazioni che non aiutano.

La condanna della violenza (e dei violenti) non dovrebbe dipendere dal colore politico di chi la esercita. Il rispetto per le forze dell’ordine, soprattutto, non può cambiare a seconda di chi governa.

Papa Leone XIV ha richiamato, qualche mese fa, la necessità di “disarmare le parole”. È un invito che vale anche per il nostro dibattito pubblico, dove l’avversario viene troppo spesso trasformato in un nemico e ogni episodio diventa un’occasione di scontro elettorale.

Servirebbe, invece, un’intesa su pochi principi essenziali: condanna senza ambiguità della violenza, tutela del diritto di manifestare, rispetto per chi garantisce la sicurezza, collaborazione fra istituzioni e amministrazioni a tutti i livelli e investimenti continuativi su scuola, periferie, opportunità per i giovani ed educazione digitale.

Non è necessario essere d’accordo su tutto. Ma la coesione sociale non può diventare un tema da riscoprire soltanto dopo l’ennesima giornata di disordini.

Infine, non basta chiedere ai giovani il rispetto delle regole se la politica offre quotidianamente esempi di aggressività verbale e delegittimazione reciproca. La credibilità delle istituzioni – ricordiamocelo – comincia dall’esempio di chi le rappresenta.

Il “forno” da difendere

Manzoni aveva capito che, quando la folla ha già preso di mira il forno, è tardi per chiedersi chi abbia acceso la rabbia. Fermare i violenti è necessario. Individuare le responsabilità e proteggere i cittadini è un dovere dello Stato. Ma la vera sfida è impedire che il primo sasso venga lanciato.

Il che implica riconoscere il disagio senza trasformarlo in un alibi, prevenire i rischi senza comprimere le libertà, responsabilizzare chi organizza le manifestazioni e tornare a investire seriamente nell’educazione.

Il forno di Manzoni era il luogo da cui dipendeva il pane di tutti, compreso quello di chi lo stava distruggendo.

Oggi quel forno può essere un negozio, una scuola, una strada, un’istituzione. È ciò che appartiene alla vita comune e che la violenza finisce per colpire. Difendere quel forno non vuol dire mettere a tacere la protesta. Significa impedire che, nel nome di una causa, si distrugga ciò che appartiene a tutti.

È una lezione di quasi quattro secoli fa: la politica farebbe bene a rileggerla e farla propria prima del prossimo sasso.


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