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Il paradosso Castro nella partita tra Washington e L’Avana. Scrive Vecchioni

Di Domenico Vecchioni
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Il mandato d’arresto contro Raúl Castro riapre il nodo tra giustizia e diplomazia nei rapporti tra Stati Uniti e Cuba. Washington potrebbe aver bisogno della sua influenza per favorire una transizione negoziata, mentre L’Avana valuta aperture economiche senza rinunciare al monopolio politico. Tra canali familiari, interessi militari e obiettivi ancora distanti, resta da capire quale cambiamento le due parti siano disposte ad accettare. L’analisi di Domenico Vecchioni, già ambasciatore d’Italia a Cuba

Il 19 ottobre il procuratore generale della Florida, James Uthmeier, ha annunciato l’emissione di un mandato di arresto contro Raúl Castro, 95 anni, per il suo presunto coinvolgimento nell’abbattimento, il 24 febbraio 1996, di due aerei civili dell’organizzazione umanitaria Hermanos al Rescate, nel quale morirono quattro persone, tre cittadini americani e un cubano, residente permanente negli Stati Uniti. Secondo l’accusa, i due velivoli disarmati furono abbattuti da caccia cubani nello spazio aereo internazionale. Il mandato, firmato dalla giudice Ariana Fajardo Orshan, si aggiunge a un’incriminazione federale già resa pubblica lo scorso maggio.

Ora, a parte i contorni giudiziari della vicenda, ci si può chiedere perché le autorità della Florida abbiano deciso di procedere proprio adesso, trent’anni dopo i fatti, in una fase per giunta delicata e alquanto confusa dei rapporti Stati Uniti-Cuba e quali potrebbero essere gli effetti politici della decisione.

A mio avviso, almeno tre. Soddisfare una richiesta di giustizia avanzata da decenni dalle famiglie delle vittime e da una parte dell’esilio cubano in Florida; aumentare la pressione personale sul simbolo ancora vivente della rivoluzione castrista; segnalare ai dirigenti cubani che Washington dispone di strumenti di pressione anche giudiziari. Senza dimenticare un’altra circostanza: l’annuncio è coinciso con l’inizio del voto anticipato in Florida, dove Uthmeier è candidato alla conferma nella carica di procuratore generale. Una coincidenza che ha alimentato accuse di strumentalizzazione elettorale, respinte dall’interessato. La dimensione politica dell’iniziativa, insomma, non può essere ignorata, pur senza mettere in discussione il diritto delle famiglie delle vittime a chiedere giustizia. Ragionamento, però, che ci porta dritti al “paradosso Raúl Castro”! Se cioè Castro mantiene ancora un’influenza determinante sugli apparati del regime, colpirlo personalmente non rischia di rendere più difficile, anziché più facile, proprio quella transizione negoziata che Washington dichiara di voler favorire?

Il mandato di arresto può dunque essere visto come uno strumento di pressione, ma allo stesso tempo – e qui sta il paradosso – come un ostacolo alla costruzione della fiducia necessaria per avviare veri negoziati. Negoziati di cui si parla spesso, ma dei quali in realtà si sa molto poco. Si sa, comunque, che nei contatti cubano-americani è emerso un personaggio da tenere senz’altro d’occhio: Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote prediletto di Raúl, conosciuto come El Cangrejo. È stato la guardia del corpo e l’uomo di fiducia del nonno. Pur non ricoprendo alcuna carica governativa formale, è considerato vicino al centro effettivo del potere cubano. Nel febbraio 2026 Axios ha riferito di contatti riservati tra Rodríguez Castro e Marco Rubio. A marzo Reuters ha ricostruito il possibile ruolo del nipote nei canali di comunicazione tra Washington e L’Avana. Il fatto più interessante è arrivato lo scorso luglio: in un’intervista a Usa Today, ripresa da Reuters il 6 luglio, Rodríguez Castro ha dichiarato di essere disponibile a negoziare con rappresentanti americani, persino direttamente con Trump.

Dichiarazione significativa per almeno due ragioni. La prima è che un uomo così vicino alla famiglia Castro difficilmente potrebbe esporsi pubblicamente su una questione tanto delicata senza una qualche forma di avallo da parte del vertice politico del Paese. La seconda è che il regime potrebbe voler sondare le intenzioni americane attraverso un canale familiare, più riservato e meno vincolante di quello diplomatico ufficiale. Ma essere favorevoli alla conclusione di un accordo con Washington, non significa necessariamente essere favorevoli alla democratizzazione di Cuba. È ragionevole ipotizzare che all’interno dell’apparato convivano orientamenti differenti: dirigenti convinti che occorra difendere integralmente il sistema marxista-leninista, altri disponibili a liberalizzare l’economia pur mantenendo il monopolio politico del Partito comunista, altri ancora non contrari a concessioni più ampie. Ma esiste davvero una corrente moderata, organizzata e influente, disponibile a concordare una transizione politica con gli americani? E soprattutto, chi sta trattando realmente con Washington? Questo è il problema!

L’altro problema da chiarire è il ruolo dei militari. A Cuba le Forze armate non rappresentano soltanto un apparato di difesa. Attraverso il sistema delle imprese legate ai militari, tra cui il potente gruppo Gaesa, esse controllano settori strategici dell’economia nazionale. Qualsiasi trasformazione del sistema cubano dovrà quindi fare i conti con gli interessi economici e politici dell’apparato militare. Non è affatto escluso, anzi, che gli ambienti più disponibili a un’intesa con Washington siano proprio quelli maggiormente interessati a preservare le proprie posizioni di potere, anche a costo di sacrificare alcuni dogmi economici del castrismo. In altre parole, si potrebbe essere favorevoli a cambiare il sistema economico proprio per evitare di cambiare quello politico. Per fare in qualche modo fronte alla tragica situazione del Paese, il 18 giugno 2026 l’Assemblea nazionale cubana ha approvato un vasto programma di riforme economiche, sostenuto espressamente da Raúl Castro. Le misure prevedono, tra l’altro, un ampliamento delle attività private, nuove possibilità di trasformazione delle imprese statali, aperture al capitale privato nel sistema finanziario e maggiori spazi per l’iniziativa imprenditoriale. A luglio sono state annunciate altre misure attuative, riguardanti anche l’importazione di carburanti e medicinali da parte delle imprese private e l’accesso a settori in precedenza riservati allo Stato. Naturalmente l’approvazione di una riforma non equivale alla sua realizzazione, né garantisce il successo delle misure previste.

Raúl Castro, del resto, lo sa bene: molte delle riforme da lui introdotte a partire dal 2010 hanno prodotto effetti assai modesti sull’economia cubana. Il problema cubano non è mai stato soltanto quello di annunciare le riforme, ma di applicarle fino in fondo, accettandone le inevitabili conseguenze economiche e politiche. La dirigenza cubana, in ogni caso, non sembra pronta ad accettare l’idea di abbandonare il socialismo o il monopolio politico del Partito comunista.

Il regime teme evidentemente che un’apertura politica autentica possa mettere in discussione il monopolio del potere conquistato nel 1959. Bisognerebbe inoltre capire bene quali siano le reali aspettative e i desiderata dell’amministrazione americana. Che cosa si aspetta, in definitiva, Washington? Un semplice cambio al vertice della dirigenza cubana, accompagnato dall’impegno a una svolta geo/strategica favorevole agli Stati Uniti (come in Venezuela)? Oppure vuole la caduta del regime e del sistema comunista, per favorire il ritorno della democrazia liberale nell’isola? La differenza non è da poco. Nel primo caso si tratterebbe di modificare gli equilibri politici e strategici, senza necessariamente smantellare l’intero apparato del regime.

Nel secondo, invece, si chiederebbe alla classe dirigente cubana di contribuire alla propria estromissione dal potere. Il 10 aprile 2026 si è svolto all’Avana un incontro tra funzionari americani e cubani, confermato da entrambe le parti. Washington ha precisato che i colloqui erano supervisionati da Marco Rubio, il Segretario di Stato di origine cubana, espressamente incaricato da Trump di risolvere il “problema” dell’Isola grande. Contatti, però, che non sembrano aver prodotto l’avvio di un’agenda negoziale condivisa. Il 5 ottobre Reuters ha intervistato Lianys Torres Rivera, chargée d’affaires cubana a Washington. La diplomatica ha confermato l’esistenza di canali di comunicazione, comprendenti incontri, telefonate e messaggi, ma ha escluso che fossero in corso negoziati formali. Ha inoltre ribadito che Cuba non intende trattare sul proprio sistema politico, mentre Washington continua a richiedere cambiamenti sostanziali, comprese elezioni libere.

Allo stato attuale, dunque, abbiamo almeno un paio di elementi abbastanza chiari: i contatti esistono, ma non equivalgono ancora a un negoziato strutturato; le posizioni ufficiali restano assai distanti. Il nodo principale è politico, perché la liberalizzazione economica non soddisfa necessariamente le richieste americane di cambiamento del sistema. Persistono, infine, diverse contraddizioni da entrambe le parti. Gli americani, mentre chiedono a Cuba di sviluppare il settore privato, all’inizio di ottobre hanno introdotto nuove restrizioni che interessano anche l’accesso delle imprese private cubane ai servizi bancari americani. I cubani, dal canto loro, si dicono disposti ad aperture economiche che però, senza adeguate garanzie giuridiche e senza un reale ampliamento degli spazi di autonomia, rischiano di non produrre gli effetti sperati. L’Avana rischia insomma di riproporre il consueto copione déjà vu: cambiare qualcosa nell’economia per non cambiare nulla nella politica. Washington, dal canto suo, continua a oscillare tra la tentazione dell’accordo e quella della resa dei conti. Il 26 settembre 2026 il presidente americano ha dichiarato di ritenere possibile un accordo con Cuba senza ricorrere alla forza militare, dopo mesi di dichiarazioni particolarmente dure nei confronti del regime castrista.

A Washington, in effetti, sono ben consapevoli che un eventuale intervento armato comporterebbe problemi enormi: possibili vittime civili, reazioni internazionali, destabilizzazione dell’isola, nuove ondate migratorie verso la Florida e la necessità di gestire il dopo-regime. La storia recente insegna quanto sia più facile rovesciare un governo con la forza che costruire un ordine politico stabile sulle sue macerie. Una transizione negoziata eviterebbe evidentemente alcuni di questi rischi. Ma richiederebbe interlocutori cubani dotati di potere reale e disponibili a concessioni politiche che, almeno pubblicamente, L’Avana continua a rifiutare. C’è infine un altro dato da non trascurare: il 19 ottobre, proprio mentre veniva annunciato il mandato d’arresto contro Raúl Castro, Stati Uniti e Cuba si sono nuovamente scontrati diplomaticamente alle Nazioni Unite, in vista del voto annuale sull’embargo previsto per il 27-28 ottobre.

Ci troviamo così in pieno “paradosso Raúl Castro”. Il fratello minore di Fidel è uno degli uomini che Washington vuole portare davanti alla giustizia, ma è anche, allo stesso tempo, una delle figure che potrebbero rendere possibile un accordo. Per ottenere una trasformazione pacifica del sistema, gli americani potrebbero aver bisogno proprio dell’influenza dell’uomo che stanno cercando di incriminare! E il mandato statale della Florida aggiunge una complicazione. A differenza dei reati federali, un procedimento penale “statale” non può essere cancellato attraverso la grazia presidenziale americana. Se un giorno si arrivasse a discutere di garanzie personali per i dirigenti cubani, la questione giudiziaria potrebbe quindi diventare particolarmente delicata: Trump non potrebbe, da solo, cancellare le conseguenze penali di un’eventuale condanna pronunciata dalla giustizia della Florida. In definitiva, è possibile che gli Stati Uniti stiano privilegiando, almeno in questo momento, una strategia tesa a ottenere un cambiamento profondo a Cuba, combinando pressioni economiche, isolamento politico, contatti con esponenti vicini al potere e minacce militari di vario genere.

A sua volta, una parte della dirigenza cubana potrebbe essere disponibile a sacrificare alcuni dogmi economici pur di conservare il monopolio politico. Il problema è capire se esista uno spazio di compromesso tra queste due strategie. Il destino di Cuba dipenderà da questo singolare compromesso: gli americani dovrebbero accettare di trattare con gli eredi del castrismo, mentre questi ultimi dovrebbero rinunciare almeno a una parte del sistema che intendono salvare. Un compromesso molto difficile, forse contraddittorio come si vede, ma che potrebbe rappresentare l’unica via d’uscita pacifica dalla crisi cubana. Il paradosso è che a renderla possibile, potrebbe essere proprio Raúl Castro, l’uomo che la giustizia americana vorrebbe ora mettere dietro le sbarre. Il popolo cubano intanto sta a guardare, aspetta, spera e soffre da oltre sessant’anni!


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