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Iran, l’allarme nucleare di Carlson scuote la destra americana prima delle midterm

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L’ex volto di Fox News sostiene che Trump sia sotto pressione per autorizzare un attacco nucleare contro l’Iran. Le accuse, non corroborate da riscontri indipendenti, arrivano alla vigilia delle elezioni di midterm e riaprono il confronto sulla guerra all’interno della destra americana

Tucker Carlson sostiene che Donald Trump potrebbe decidere entro pochi giorni se autorizzare un attacco nucleare contro l’Iran. Secondo l’ex anchorman di Fox News, il presidente americano sarebbe sottoposto a forti pressioni da parte del premier israeliano uscente Benjamin Netanyahu per colpire Pickax Mountain, un complesso sotterraneo nell’Iran centrale dove, secondo informazioni attribuite al Mossad, Teheran avrebbe ripreso l’arricchimento dell’uranio. La profondità delle installazioni renderebbe inefficaci gli ordigni convenzionali americani, dunque servirebbe un attacco con bombe atomiche.

È una ricostruzione dalle implicazioni enormi, fondata su informazioni che Carlson attribuisce a interlocutori anonimi e che non trovano conferme indipendenti o alternative. Ma il significato politico dell’intervento, che in queste ore rimbalza online, va oltre la verificabilità delle singole accuse.

Carlson non è un commentatore qualsiasi. Con una ricca e articolata schiera di follower, una vasta audience costruita attraverso interviste e contenuti indipendenti, interlocutori internazionali di vario genere e una posizione sempre più autonoma rispetto alla leadership repubblicana, rappresenta una voce influente nell’ecosistema conservatore americano – e non solo. Il suo messaggio è sostanzialmente una denuncia critica all’interventismo che può raggiungere direttamente una parte dell’elettorato che ha sostenuto Trump anche per la promessa di evitare nuove guerre. Ma è anche un messaggio con implicazioni internazionali.

Conta soprattutto la tempistica. Quello che Carlson dice arriva il 2 novembre, alla vigilia delle elezioni di midterm (il Congresso statunitense verrà rinnovato col voto di domani), mentre la guerra con l’Iran pesa sulle prospettive dell’amministrazione e Washington deve gestire l’esistenziale confronto con Pechino e un tentativo di nuova relazione con Mosca (e Russia e Cina sono i principali interlocutori dell’Iran).

Presentare Trump come un presidente potenzialmente disposto a trascinare gli Stati Uniti in una guerra nucleare significa quanto meno intervenire nel dibattito elettorale con un’accusa difficilmente più grave. L’effetto politico resta incerto. La denuncia potrebbe alimentare il dissenso tra gli elettori contrari a nuovi interventi militari, ma anche rafforzare quanti considerano necessaria una maggiore pressione sull’Iran. Carlson, comunque, sposta il confronto dalla gestione del conflitto alla possibilità di un’escalation atomica.

Nella sua ricostruzione, Netanyahu sarebbe il principale promotore dell’operazione, spinto anche dalla necessità di preservare la propria sopravvivenza politica dopo le recenti elezioni in cui non è riuscito a ottenere una maggioranza per formare un nuovo governo. Carlson descrive inoltre un’amministrazione americana divisa sulle prossime mosse.

Secondo l’anchorman, il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il comandante del Centcom Brad Cooper sarebbero favorevoli alla ripresa di operazioni militari su larga scala. Su posizioni analoghe, sempre secondo Carlson, si troverebbero il segretario di Stato Marco Rubio e il direttore della Cia John Ratcliffe. L’ex giornalista di Fox estende la linea anche ai democratici, sostenendo che Barack Obama avrebbe espresso contrarietà all’accordo con Teheran in preparazione a Doha.

Non equivale ad affermare che queste figure sostengano un attacco nucleare. Carlson attribuisce loro un orientamento contrario alla soluzione negoziale e favorevole alla prosecuzione della pressione militare. Sul versante opposto si collocherebbero il vicepresidente JD Vance e l’inviato specialissimo Steve Witkoff, impegnati a convincere Trump che un’intesa rimane possibile.

Un ulteriore elemento messo sul tavolo riguarda la dottrina nucleare americana. Carlson sostiene che da febbraio Washington ha modificato le proprie linee strategiche anche per facilitare il primo impiego di armi nucleari tattiche, le cosiddette “battlefield nukes”. Anche questa affermazione richiede verifiche documentali, ma introduce una questione strategica: quanto la possibilità di un impiego nucleare limitato possa abbassare la soglia politica dell’escalation.

La dimensione regionale rende il problema ancora più delicato. Per le monarchie del Golfo, una nuova offensiva americana contro l’Iran comporterebbe rischi difficilmente circoscrivibili. Anwar Gargash, super consigliere del presidente emiratino, è stato molto chiaro su questo durante il forum organizzato in Bahrein dal think tank Iiss, il Manama Dialogue: dal punto di vista degli Emirati Arabi Uniti, spiega, “e direi anche dei paesi del Golfo”, non vogliamo davvero vedere un altro giro di confronto nella regione. “Vogliamo vedere una risoluzione diplomatica e politica di questa crisi prolungata”.

La guerra ha già compromesso la sicurezza delle rotte energetiche, mentre l’instabilità di Gaza, il confronto tra Israele e Hamas e la ripresa delle ostilità tra Houthi e Arabia Saudita alimentano ulteriori pressioni sugli equilibri regionali. Un attacco nucleare aggraverebbe queste vulnerabilità, esponendo le economie del Golfo a conseguenze ambientali, commerciali e finanziarie potenzialmente durature. La dipendenza dalle infrastrutture energetiche e dagli impianti di desalinizzazione rende particolarmente sensibile qualsiasi ipotesi di contaminazione radioattiva. Per i partner regionali di Washington, contenere il conflitto risponde dunque a interessi di sicurezza immediati, indipendentemente dalle valutazioni sul programma nucleare iraniano.

Sul piano internazionale, l’eventuale primo impiego americano di un’arma atomica contro l’Iran avrebbe conseguenze sulla credibilità delle restrizioni che hanno finora governato la deterrenza nucleare. Carlson evoca possibili ripercussioni dalla Russia all’Asia (Ucraina e Taiwan sono pensieri consequenziali), prospettando una catena di escalation che resta uno scenario, non un esito inevitabile.

La questione immediata, tuttavia, è forse più politica. Alla vigilia delle midterm, una figura influente della destra americana accusa il presidente repubblicano di avvicinarsi alla decisione militare più estrema. Che la ricostruzione trovi conferme oppure no, Carlson sta cercando di trasformare il rischio nucleare in una questione interna alla coalizione trumpiana. E lo fa nel momento in cui Trump si prepara a misurare nelle urne la tenuta del proprio consenso.


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