Stesso mare, destini diversi. Colpita dalla nuova offensiva sui porti, l’Ucraina ha poche alternative per il suo grano e torna a guardare a Erdogan. La Russia guarda al Caspio e Murmansk, da dove passa una delle arterie commerciali che stanno più a cuore al Cremlino
Una delle frasi più celebri tra quelle pronunciate da Cristoforo Colombo rimane a tutt’oggi “Buscare el levante para el poniente”, espressione con cui il marinaio genovese indicava il suo progetto “azzardato”, per usare un eufemismo, di arrivare nelle Indie passando dalla direzione opposta rispetto alla Via della Seta, storico percorso seguito nei secoli tanto dai mercanti che garantivano l’afflusso di merci da e verso il Catai (l’odierna Cina). Ma con l’affermarsi dell’impero ottomano come dominatore del Vicino oriente, lo sfruttamento di questa rotta plurisecolare per i mercanti del Vecchio Continente era divenuto molto più complesso, a causa di dazi, limitazioni e scarse garanzie di sicurezza. Colombo tentò quindi di “aggirare” letteralmente il problema. Noi oggi sappiamo che Colombo nelle Indie non ci arrivò mai, ma il risultato ottenuto non fu certo meno importante.
Nelle scorse settimane Mosca ha deciso di cessare di esportare la sua produzione cerealicola attraverso la rotta del Mar Nero, per via della crescente attività dei droni di Kyiv, che hanno reso troppo rischioso il mare racchiuso dallo stretto dei Dardanelli. Uno sviluppo decisamente rilevante per la Federazione Russa, se si considera che essa è la principale esportatrice mondiale di grano. Non che l’Ucraina, altro grandissimo produttore ed esportatore di queste materie prime, se la passi molto meglio, anzi. Sin dalla fine dell’accordo sul grano nel luglio del 2023, per Kyiv è diventato sempre più complesso trasportare via nave il proprio raccolto cerealicolo verso i Paesi consumatori. Fino a poco tempo fa gli ucraini erano infatti riusciti a creare una sorta di safe zone attorno ai porti di Chornomorsk, Odesa e Pivdennyi, un rinnovato sforzo offensivo di Mosca ha portato ad una nuova contrazione del transito commerciale. E il ricorso alla “rotta del Danubio” e al trasporto su gomma non permette neanche lontanamente di esportare le stesse quantità di prodotto. Non stupisce, dunque, che Zelensky abbia cercato una sponda nella Turchia di Recep Tayyip Erdogan, che già aveva avuto un ruolo cruciale nel raggiungimento del primo “accordo sul grano”, per cercare una nuova soluzione diplomatica alla questione.
Ma se per l’Ucraina le alternative a questa rotta sono poche o nulle, non si può dire lo stesso per la Russia, che infatti ha cercato delle possibili alternative. Una di queste prevede la navigazione fluviale lungo il corso del Don e del Volga fino al Mar Caspio, da dove le merci proseguono verso il territorio dell’alleato iraniano. Un’altra opzione, invece, è la Northern Sea Route. I preparativi per un primo viaggio di prova sono iniziati lo scorso mercoledì nel porto artico di Murmansk, dove un cargo ha iniziato a caricare 29.500 tonnellate di grano destinato alla regione nordafricana adattando le infrastrutture portuali normalmente utilizzate per i fertilizzanti al trasporto di cereali.
Certo, è impossibile pensare che il ricorso alla “rotta artica” per l’esportazione di grano e affini, coltivati principalmente nelle regioni meridionali della Federazione, rappresenti una soluzione efficiente, soprattutto per i costi, come dichiara al Financial Times il presidente dell’Unione russa dei cereali Arkady Zlochevsky: “Il problema principale non è semplicemente se siamo in grado di reindirizzare un determinato volume, è che la logistica costerà molto di più rispetto alle spedizioni attraverso il bacino di Azov-Mar Nero, e qualcuno dovrà coprire tale differenza”.
Ma guardando alla prospettiva di medio/lungo periodo, la situazione sembra assumere contorni diversi. L’attuale situazione di anti-economicità potrebbe infatti moderarsi, almeno parzialmente, attraverso lo sviluppo di canali e infrastrutture logistiche in grado di ammortizzare costi e tempi del trasporto di grano verso i porti del nord, e da questi verso quelli degli utilizzatori finali. E la necessità di utilizzare, almeno nell’immediato, la Northern Sea Route potrebbe reindirizzare verso questa rotta nuovi investimenti privati e non, per la gioia del Cremlino, che non nasconde certo di avere grandi aspettative per la “rotta artica”, e che quindi sarebbe più che felice di spendere capitale politico per permetterne un accrescimento. Uno sviluppo che non sarebbe affatto limitato all’orizzonte temporale del conflitto in Ucraina.















