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Trump perde, l’Europa resta esposta. Le Midterm viste dall’Ecfr

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Belin, Lee e Ruge analizzano la vittoria democratica e i limiti del nuovo Congresso sulla politica estera. Per gli europei si apre uno spazio di interlocuzione, insieme al rischio di una presidenza più imprevedibile nei prossimi due anni

La vittoria democratica alle elezioni di metà mandato restituisce al partito il controllo delle due camere del Congresso e cambia gli equilibri politici a Washington. Per l’Europa, però, le conseguenze potrebbero essere meno rassicuranti di quanto suggerisca la sconfitta di Donald Trump. Il presidente conserva ampi poteri sulla politica estera, mentre i nuovi eletti dovranno rispondere soprattutto alle aspettative interne che ne hanno sostenuto il successo. È il problema che emerge dalle analisi di tre esperte dello European Council on Foreign Relations: Célia Belin, Nevada Joan Lee e Majda Ruge.

Per Ruge, senior policy fellow del programma Stati Uniti dell’Ecfr, il risultato presenta un paradosso. Gli europei avranno un Congresso più amichevole, i cui nuovi membri tuttavia non considerano l’Europa una priorità politica, e un presidente potenzialmente più instabile, con margini di manovra interni ridotti. “Gli europei potrebbero quindi trovarsi in una situazione difficile, mentre il Congresso si concentra sulle questioni interne e Trump si rivolge alla scena internazionale per proiettare potere, rivendicare vittorie e cercare modi per assicurarsi un’eredità in politica estera”.

La portata del successo democratico resta considerevole. Belin, responsabile dell’ufficio di Parigi e senior policy fellow, sottolinea la riconquista del Congresso, le vittorie nelle elezioni per i governatori e nelle competizioni locali, la capacità di prevalere anche in Stati profondamente conservatori come il Kansas. Al centro del voto, osserva, c’è stato il costo della vita. Le ampie riconferme del senatore della Georgia Jon Ossoff e del governatore della Pennsylvania Josh Shapiro rafforzano inoltre figure con possibili ambizioni presidenziali, mentre una nuova generazione entra al Congresso e si prepara a orientare il partito dopo Joe Biden e Nancy Pelosi.

Lee, policy fellow del programma Stati Uniti, invita però a distinguere la bocciatura del presidente dall’adesione alla proposta dei suoi avversari: “Lo tsunami blu è stato più un ripudio di Trump che un sostegno al Partito Democratico, ma dà ai democratici qualcosa che non avevano da molto tempo: speranza”. Il risultato apre dunque una discussione sull’identità del partito e sulle sue priorità. Per i repubblicani, secondo Lee, lascia invece un dilemma: la dipendenza dall’appoggio di Trump nelle primarie rischia di diventare un ostacolo nelle elezioni generali.

Tradurre il voto in risultati legislativi sarà comunque difficile. Belin rileva che Trump, nelle interviste della notte elettorale, ha ricordato di non essere personalmente sulla scheda e rivendicato l’intenzione di usare il veto. Senza accordi con la Casa Bianca o con una parte dei repubblicani per superarlo, i democratici avranno possibilità limitate di approvare le proprie misure. Le aspettative degli elettori, soprattutto sui prezzi, saranno invece elevate.

Sulla politica estera, i vincoli sono ancora più evidenti. Lee ricorda che negli ultimi cinquant’anni il Congresso ha progressivamente ceduto autorità all’esecutivo, un processo accelerato durante la presidenza Trump. Belin sottolinea che il presidente conserverà la capacità di negoziare accordi, avviare azioni militari e ricorrere ampiamente ai dazi invocando ragioni di sicurezza nazionale. Ruge aggiunge che, senza una maggioranza capace di superare il veto, il Congresso democratico difficilmente potrà contenerne le scelte su ritiri di truppe, alleanze e interventi.

Da qui il rischio di un’accelerazione internazionale. Secondo Ruge, un presidente assediato dai democratici e impossibilitato, o poco interessato, a perseguire riforme legislative interne potrebbe investire ancora di più sulla politica estera. Gli ultimi due anni potrebbero quindi essere i più imprevedibili, anche nei rapporti con l’Europa, dove l’amministrazione ritiene di disporre di forti strumenti di pressione. Lee osserva che iniziative unilaterali di grande impatto offrirebbero a Trump un modo per restare al centro dell’attenzione.

Il Congresso avrà tuttavia strumenti per rendere più visibili le sue decisioni. Ruge indica le audizioni e le indagini sulla “diplomazia degli affari” del presidente, dalla Russia e dall’Ucraina ai Balcani occidentali, agli Stati del Golfo e a Gaza. Un maggiore controllo potrebbe chiarire le motivazioni delle scelte, influenzare il dibattito sulla condotta accettabile in politica estera e aumentare i costi reputazionali per investitori e intermediari coinvolti in operazioni commerciali con la Russia. Lee suggerisce agli europei di seguire questi lavori come fonte di informazioni, mantenendo prudenza sulle rassicurazioni democratiche: le possibilità di contenere Trump sono ristrette e il capitale politico necessario potrebbe esaurirsi rapidamente.

Anche il rapporto con le destre europee potrebbe risentire del voto. Belin ritiene che la sconfitta mandi un messaggio agli alleati ideologici dei repubblicani: le politiche migratorie più brutali, gli attacchi ai media indipendenti, l’adesione a un’intelligenza artificiale priva di regole e l’assunzione di rischi militari potrebbero perdere attrattiva elettorale. Ruge prospetta, al tempo stesso, un’intensificazione della retorica contro l’Ue e del sostegno all’estrema destra europea, come prosecuzione delle guerre culturali interne americane.

Per gli europei si apre quindi un lavoro politico che va oltre questa legislatura. Belin ricorda che Ucraina, Groenlandia ed Europa hanno occupato poco spazio nella campagna: occorrerà coinvolgere i nuovi democratici su questi temi. Lee invita a guardare al 2032 e oltre, preparando fin d’ora le capacità necessarie ad affrontare ulteriori cambiamenti alla Casa Bianca. Ruge avverte che persino un futuro presidente democratico più disponibile ad aiutare l’Europa potrebbe non riuscire a ripristinare il precedente accordo sulla sicurezza transatlantica. “L’Europa deve quindi iniziare a contribuire a definire l’agenda post-Trump, anziché aspettare che torni la vecchia relazione transatlantica”.


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