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La strategia del caos e le vulnerabilità europee, perché serve uno Scudo democratico. Parla Lombardo

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Dai falsi allarmi bomba sugli aerei agli attacchi informatici alle infrastrutture della distribuzione alimentare, la guerra ibrida è ormai una minaccia concreta per la sicurezza europea. Il senatore di Azione, Marco Lombardo primo firmatario insieme del disegno di legge sullo Scudo democratico, spiega perché l’Italia debba dotarsi di strumenti preventivi contro le ingerenze straniere. Al centro, la difesa del processo democratico, la responsabilità delle piattaforme digitali e la necessità di una strategia condivisa a livello europeo

La guerra ibrida non si dichiara: si insinua. Può fermare un aereo con una mail anonima, colpire infrastrutture strategiche attraverso un attacco informatico, avvelenare il dibattito pubblico con campagne di disinformazione e interferenze straniere. Non serve conquistare territori: basta destabilizzare un Paese, alimentare sfiducia e mettere sotto pressione le sue istituzioni.

La sequenza degli ultimi giorni, tra attacchi hacker filorussi e una raffica di falsi allarmi bomba negli aeroporti europei, restituisce la misura di una minaccia sempre meno teorica. Una “strategia del caos”, come l’ha definita il ministro della Difesa Guido Crosetto, che chiama in causa non soltanto la sicurezza, ma la tenuta stessa delle democrazie.

È in questo scenario che si inserisce lo Scudo democratico, la proposta di legge presentata ormai 17 mesi fa da Marco Lombardo e Carlo Calenda per proteggere le libertà costituzionali e l’integrità dei processi democratici dalle ingerenze straniere. Un percorso che il Senato sta approfondendo in Commissione Affari costituzionali attraverso un ciclo di audizioni, proseguito anche ieri con l’intervento del costituzionalista Alessandro Sterpa.

Ma come si difende una democrazia senza finire per limitarne le libertà? E quali strumenti servono per anticipare le minacce, anziché inseguirle quando hanno già prodotto i loro effetti? Lo abbiamo chiesto proprio al promotore della proposta.

Senatore Lombardo, partiamo dall’attualità. In queste ore assistiamo a una sequenza di episodi che sembra uscita da un manuale di guerra ibrida: gli attacchi ai frigoriferi dei supermercati, i falsi allarmi bomba sugli aerei, le minacce che attraversano le frontiere. Siamo già dentro una guerra che non abbiamo ancora imparato a riconoscere?

Siamo dentro una guerra ibrida che da tempo ha superato la dimensione teorica. Il problema è che continuiamo a interpretare questi episodi come fatti isolati, mentre dovremmo imparare a leggerli come possibili manifestazioni di una strategia più ampia. Non sto dicendo che ogni singolo allarme bomba o ogni attacco informatico abbia necessariamente la stessa matrice o la stessa regia: questo spetta agli investigatori accertarlo. Ma il dato politico e strategico è evidente. Esistono attori ostili che utilizzano strumenti diversi per colpire le nostre vulnerabilità, generare insicurezza e minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

Il ministro Crosetto ha parlato di una “strategia del caos”. Il ministro Tajani ha riconosciuto che siamo di fronte a una guerra ibrida, assicurando che sono state attivate le contromisure. Che cosa ci raccontano questi episodi?

Ci raccontano che la sicurezza nazionale non può più essere interpretata soltanto attraverso le categorie tradizionali. Un falso allarme bomba su un aereo può sembrare un episodio circoscritto, ma costringe ad attivare procedure di emergenza, mobilitare forze di sicurezza, deviare voli, generare disagi e paura. Un attacco ai sistemi di refrigerazione può sembrare una bravata informatica, ma quando interessa infrastrutture distribuite in più Paesi europei pone un problema di sicurezza economica e di resilienza delle catene di approvvigionamento. L’obiettivo di queste operazioni può essere proprio quello di produrre un effetto sproporzionato rispetto alle risorse impiegate: con un’email si può mettere sotto pressione un aeroporto, con un attacco informatico si può creare un problema a un’intera filiera. È una forma di aggressione a basso costo e ad alto impatto.

Il punto, dunque, non è soltanto chiudere una falla informatica o individuare l’autore di una minaccia. È comprendere il disegno complessivo?

Esattamente. La guerra ibrida lavora sulla combinazione di strumenti militari e non militari, sulla disinformazione, sulle operazioni cibernetiche, sulla manipolazione delle informazioni e sulle interferenze nei processi decisionali ed elettorali. Non sempre l’obiettivo è provocare un danno materiale immediato. A volte è sufficiente alimentare la percezione che lo Stato non sia in grado di proteggere i propri cittadini. Ecco perché dobbiamo spostare il baricentro dalla risposta emergenziale alla prevenzione. Non possiamo aspettare che il danno si manifesti per cominciare a interrogarci su come difenderci.

È in questo scenario che si inserisce lo Scudo democratico, la proposta di legge che ha presentato insieme a Carlo Calenda. Che cosa manca oggi all’Italia per proteggersi dalle ingerenze straniere?

Manca innanzitutto una consapevolezza condivisa della portata del fenomeno. Abbiamo strumenti di intelligence, organismi di sicurezza, competenze nella cybersicurezza, ma dobbiamo costruire una capacità di protezione che riguardi anche l’integrità del processo democratico. La nostra proposta, il disegno di legge 1473, nasce proprio da questa esigenza: tutelare la libertà del voto e la partecipazione alle competizioni elettorali dalle ingerenze straniere che, attraverso la produzione e la diffusione di informazioni false o distorte, puntano a condizionare il libero convincimento dei cittadini. Non si tratta di stabilire quale opinione sia giusta e quale sbagliata. Si tratta di individuare e contrastare operazioni organizzate di manipolazione, soprattutto quando sono sostenute da flussi finanziari opachi e da soggetti riconducibili a potenze straniere.

Ieri, 5 novembre, si è svolta una nuova tornata di audizioni in Commissione Affari costituzionali. Sono stati ascoltati Michele Mezza, Alessandro Sterpa e Danilo Della Valle. Qual è il contributo che questa fase di approfondimento sta portando al provvedimento?

È un passaggio importante perché stiamo cercando di affrontare il problema da prospettive differenti: quella delle culture digitali e dell’informazione, quella giuridico-costituzionale e quella europea. Le audizioni servono proprio a evitare che lo Scudo democratico diventi una risposta astratta o una semplice dichiarazione di principio. Dobbiamo capire quali siano gli strumenti concretamente utilizzabili, quali competenze debbano essere coinvolte e come costruire un sistema che sia efficace senza compromettere le libertà fondamentali. Il confronto con studiosi e rappresentanti delle istituzioni europee è indispensabile anche per evitare di immaginare una risposta esclusivamente nazionale a una minaccia che, per sua natura, non conosce confini.

Uno degli esempi più citati di guerra ibrida è quello della Romania, dove le interferenze digitali hanno avuto un ruolo nella vicenda elettorale. Che cosa dovrebbe insegnarci quel caso?

Che non possiamo permetterci di intervenire soltanto quando il processo democratico è già stato compromesso. In Romania abbiamo visto quanto possano essere incisive le campagne di influenza attraverso le piattaforme digitali. Anche la Moldova ha rappresentato un laboratorio molto significativo: in occasione del referendum sull’adesione all’Unione europea sono emerse operazioni di condizionamento del consenso e flussi finanziari di dimensioni considerevoli. Dobbiamo studiare questi casi, ricostruire i meccanismi utilizzati e dotarci di strumenti per riconoscere tempestivamente le interferenze. Il punto è proprio questo: la difesa della democrazia deve diventare preventiva.

La proposta prevede anche un coinvolgimento delle piattaforme digitali. Quali responsabilità dovrebbero assumersi?

Le piattaforme non possono considerarsi semplici spettatrici di quello che accade nei loro ambienti digitali. Sono luoghi nei quali si forma una parte rilevante dell’opinione pubblica e del libero convincimento degli elettori. Per questo la nostra proposta guarda anche alla creazione di comitati di analisi e monitoraggio, capaci di individuare flussi informativi anomali, campagne coordinate e possibili finanziamenti illeciti. Serve trasparenza. Bisogna seguire il denaro, ricostruire le reti di diffusione dei contenuti e capire quando dietro migliaia di profili apparentemente spontanei si nasconda un’operazione organizzata. Non possiamo aspettare la fine della partita per accorgerci che qualcuno ha barato.

Lo Scudo democratico italiano dovrebbe dialogare con quello europeo. È sufficiente una legge nazionale?

No, perché sarebbe una risposta parziale a un problema transnazionale. La Commissione europea ha cominciato a lavorare su questo terreno, e il riferimento allo Scudo europeo per la democrazia va nella direzione giusta. Dobbiamo costruire un sistema di cooperazione tra Stati membri, condividere informazioni, competenze e strumenti di analisi. Le operazioni di influenza non si fermano alle frontiere nazionali e possono sfruttare le differenze tra gli ordinamenti per individuare il punto più debole. La dimensione europea è quindi imprescindibile. E credo che questo lavoro debba coinvolgere anche i Paesi candidati all’ingresso nell’Unione, perché rappresentano spesso il primo terreno sul quale vengono sperimentate queste strategie.

C’è poi un aspetto che riguarda direttamente i cittadini. Come si costruiscono gli anticorpi culturali contro la disinformazione?

Attraverso l’educazione digitale e la consapevolezza. In Svezia, per esempio, esiste un’agenzia per la difesa psicologica e nelle scuole si lavora sulla capacità di riconoscere i contenuti manipolati e quelli generati dagli algoritmi. È un modello interessante. Dobbiamo investire sull’alfabetizzazione digitale, sulla qualità dell’informazione e sul pluralismo dei media. Una democrazia è più vulnerabile quando i cittadini non dispongono degli strumenti per distinguere un’informazione attendibile da un’operazione di propaganda. Ma attenzione: non possiamo delegare tutto alla capacità individuale di discernimento. Servono istituzioni attrezzate, giornalismo indipendente e piattaforme responsabili.

Guardando all’Italia, qual è il rischio maggiore?

Il rischio è che continuiamo a considerare questi temi una materia per addetti ai lavori, confinata nelle sedi dell’intelligence o nelle commissioni parlamentari competenti. In realtà riguarda la vita quotidiana delle persone e la qualità delle nostre istituzioni. Siamo particolarmente esposti quando il dibattito politico è polarizzato e manca una consapevolezza comune delle minacce. Lo dico chiaramente: l’Italia rischia di essere il ventre molle delle ingerenze straniere se non affronta il problema con la necessaria determinazione. Abbiamo davanti anche un appuntamento elettorale importante nel 2027. Dovremmo arrivarci con un patto condiviso per proteggere la democrazia liberale, non con una discussione paralizzata dalle convenienze delle coalizioni.

La guerra ibrida, insomma, dovrebbe diventare un terreno sul quale maggioranza e opposizione riescono a trovare un’intesa?

Assolutamente sì. La difesa dell’integrità dei processi democratici non può essere una battaglia di parte. In Francia, ad esempio, esponenti di diversi schieramenti hanno cominciato a ragionare sulla necessità di un patto per proteggere la democrazia liberale dalle interferenze straniere. In Italia dobbiamo fare altrettanto. Non possiamo permettere che la questione diventi l’ennesimo terreno di scontro tra maggioranza e opposizione. La democrazia non appartiene a una coalizione, ma a tutti i cittadini. E se non siamo capaci di proteggerne le regole fondamentali, rischiamo di accorgerci troppo tardi che qualcuno le ha già compromesse.


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