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Il generale Khalifa Haftar si è imposto nuovamente agli onori della cronaca internazionale il 18 maggio, quando le sue truppe sono entrate a Tripoli per liberarla dagli islamici e scacciare Al Qaeda dalla Libia.

In realtà non si tratta della sue truppe, essendo quelli entrati a Tripoli in larga misura i resti della celebre 32° brigata – forze speciali un tempo agli ordini di Khamis Gheddafi – né l’operazione ha alcuna finalità di lotta al terrorismo.

L’operazione di Haftar è in realtà l’ultima di una lunga serie di faide locali generate dalla contrapposizione di interessi squisitamente tribali, se non addirittura personali, mascherata ad uso più degli stranieri che non dei libici come azione per la salvezza della Libia dal caos e dal rischio del radicalismo islamico.

Una trappola in cui l’Italia non deve cadere, facendo pressione sulla comunità internazionale per la definizione di una soluzione concreta e sensata al disastro libico. Disastro su cui l’Europa ha enormi responsabilità.

IL GENERALE HAFTAR

Il generale Haftar è un personaggio dalla reputazione alquanto ambigua, soprattutto in Libia. Già comandante delle truppe che segretamente combatterono per ordine di Gheddafi nel Ciad alla fine degli anni Ottanta, venne fatto prigioniero nel 1987 a Wadi Doum e prontamente scaricato dal regime, che aveva sempre negato la presenza di combattenti nella regione.

Con un pugno di fedelissimi cercò quindi di costituire il braccio armato del Fronte Nazionale per la Salvezza della Libia, con il quale operò brevemente dal territorio ciadiano contro le truppe libiche.
A quel punto, alle precedenti accuse di brutalità sui prigionieri ciadiani, si assommarono le accuse libiche di violenze e torture sui militari di Tripoli, attribuendo ad Haftar l’immagine di brutale e spietato combattente. In realtà, sembrerebbe che di combattimenti il generale ribelle ne abbia sostenuti pochi, e con scarsi risultati pratici. Tanto da indurre lo stesso Idriss Deby, subentrato a Hissène Habré alla guida del Ciad nel 1990, a sbarazzarsi del generale e spedirlo in Zaire. Dove si è trattenuto per alcuni anni, prima di essere aiutato dagli Stati Uniti a ritirarsi a vita privata in Virginia.

LA RICOMPARSA

Da quel momento in poi, di Haftar si perdono le tracce sino al 2011, quando ricompare a Bengasi all’inizio delle rivolte, candidandosi alla guida delle costituende forze militari del Consiglio Nazionale Transitorio. La sua scarsa popolarità tra i libici, ed il suo ancor minore peso politico, fecero optare al contrario per la nomina del celebre ed apprezzato generale Abdul Fatah Younis alla guida delle forze militari del CNT. Younis godeva di grande stima in seno alle forze armate, ed ebbe screzi quasi continui con il generale Haftar, mai rassegnatosi all’idea di essere estromesso.
E non in pochi, quindi, formuleranno congetture su Haftar quando il generale Younis venne ucciso in circostanze mai chiarite a Bengasi il 28 luglio del 2011.
Da quel momento, l’ex generale cercherà di consolidare il suo potere attraverso la gestione di una personale milizia armata, generosamente finanziata da sostenitori del Golfo e benevolmente guardata dai militari egiziani. La strategia di Haftar sarà quindi quella di porsi come baluardo contro il consolidamento del ruolo della Fratellanza Musulmana, incontrando in tal modo il favore di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – ed ovviamente dell’Egitto. Con gli occidentali, al contrario, presenterà questa sua linea d’azione come una lotta al fondamentalismo islamico, ben conscio della scarsa conoscenza da parte di americani ed europei delle reali dinamiche politiche libiche, favorendo in tal modo al di fuori del paese la diffusione dell’immagine di un combattente per la democrazia laica e la libertà.
Ed occultando sapientemente al contrario la mera bramosia di potere e l’ambizione politica che lo ha sempre caratterizzato, trasformandolo in uno dei tanti attori del caos libico.

L’AZIONE DEL 18 MAGGIO

Di Haftar si torna a parlare in Europa il 14 febbraio scorso, quando annuncia di essere alla testa di una forza militare intenzionata a riprendere il potere e ristabilire la legalità e la democrazia, combattendo il terrorismo islamico.
In Libia, come ricorda l’analista Karim Mezran, si arriva a considerare il proclama quasi con ironia, definendolo il “Golpe di San Valentino” ed attribuendo scarsa rilevanza all’azione dell’ex generale.
Ma Haftar è questa volta intenzionato a far saltare gli equilibri nella città e in tutto il paese, ed ingaggia una battaglia politica con la Fratellanza Musulmana che ai primi di maggio si trasforma in vero e proprio scontro, lasciando numerosi morti sul terreno e facendo ripiombare il capoluogo della Cirenaica nel caos e nell’ingovernabilità.
Di certo è favorito anche dalle profonde divergenze che interessano il fronte dei movimenti politici e delle milizie di ispirazione confessionale, anch’essi afflitti da faide intestine e da profonde divergenze che ne hanno sistematicamente impedito il consolidamento politico a Tripoli. Come le ultime vicende per l’elezione del Primo Ministro hanno chiaramente dimostrato.

PROFONDE DIVERGENZE

Ed Haftar capitalizza su queste fratture, dichiarando di voler delegittimare il Congresso muovendo alla testa delle sue truppe a Tripoli, provocando la fuga dei parlamentari e il ritorno del caos anche nella capitale.
Quelli che entrano a Tripoli il 18 maggio, tuttavia, sono in larga maggioranza ex militari della 32° brigata – quella un tempo al comando di Khamis Gheddafi – oggi al servizio dell’ex premier Jibril, e temporaneamente alleati di Haftar in quello che a tutti gli effetti è solo un momentaneo matrimonio di interesse per impedire che un candidato vicino alla Fratellanza Musulmana riesca a governare il paese.
L’operazione militare a Tripoli, ancorché sbandierata come un’invasione della Tripolitania, si è ridotta ad un mero movimento di truppe e mezzi blindati dall’area dell’aeroporto – che è controllata da tempo da queste forze – verso il centro della città, dove dopo sporadici scontri si è assistito alla fuga dei membri del Congresso, ed al successivo rientro sulle posizioni originarie da parte delle forze di Jibril. Gli scontri sono stati di modesta entità, ed hanno lasciato sul terreno alcuni morti.
Tornando oggi ad una calma apparente, che potrebbe tuttavia in ogni momento lasciare spazio ad un nuovo incremento della conflittualità, soprattutto se le milizie di Misurata – notoriamente vicine alle formazioni islamiste – dovessero decidere di entrare in azione.

CUI PRODEST?

Chi ha interesse a sostenere questa nuova fase di conflittualità in Libia? Gli interessi vanno suddivisi innanzitutto tra nazionali ed internazionali. Nel primo caso si tratta di una mera guerra di interessi locali e tribali, in alcun modo finalizzati a favorire un processo democratico o una quanto mai improbabile guerra ad Al Qaeda. Quella di Haftar è una delle tante – troppe – fazioni interessata ad assumere il potere in Libia, e il rischio è che gli venga concesso di farlo con la violenza dalla comunità internazionale, grazie al messaggio roboante che ha lanciato agli occidentali: “combatto per la democrazia e contro il terrorismo islamico”. Chi si potrebbe opporre a tanto nobili ideali?
Sul piano internazionale c’è un manifesto interesse invece da parte dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti (o almeno una parte di questi), che contro la Fratellanza Musulmana hanno condotto una vera e propria crociata, e che non vedono di buon occhio un possibile radicamento del movimento in Nord Africa, in Libia e Tunisia.
Anche l’Egitto è chiaramente a favore di qualsiasi azione che impedisca alla Fratellanza Musulmana di radicarsi in Libia, dopo averla pressoché cancellata dalla mappa delle organizzazioni politiche egiziane, con la condanna a morte di un gran numero di suoi ex appartenenti.

LE DIVISIONI IN EUROPA ED USA

Dove si registra il baratro della capacità di gestione è invece in Europa e negli Stati Uniti, dove il quadro politico si divide tra gli strenui sostenitori della incombente minaccia islamica – quale, con precisione, non è dato sapere – e della conseguente necessità di intervento al fianco dei prodi difensori della legalità e della democrazia – e gli imbelli senza alcuna idea sul da farsi che invocano genericamente l’attenzione e l’impegno della comunità internazionale – per fare cosa, anche in questo caso, non è dato sapere.
La realtà sul piano internazionale è quindi quella di un crogiolo di interessi confliggenti, che ha prima fornito ampio contributo ad alimentare una crisi politica e militare evitabile e probabilmente inutile, e poi si è trovata incapace di guidarne il corso, lamentandone tuttavia al pericolosità alle porte di casa.

L’INTERESSE PER IL PETROLIO

L’unico elemento che in realtà genera interesse a nord del Mediterraneo è la capacità di produzione degli idrocarburi, e la conseguente capacità di generare profitti. Di tutto l’indotto del caos generato dal collasso della Libia, come l’emergenza dei flussi migratori dimostra in tutta la sua crudeltà, poco importa in Europa e al di fuori di questa.
Il problema della Libia non è quindi quello di essere “ricostruita”, ma, al contrario, di essere “costruita”, favorendo un processo di coesione nazionale e di dialogo che possa gradualmente inculcare il senso di appartenenza ad un consesso comune. L’esatto contrario di ciò che sino ad oggi è stato fatto dalla comunità internazionale.
Resta quindi l’Italia, da sola, a fare da paladina per un insieme di interessi economici, politici e sociali – ma anche umanitari data la nostra esposizione al fenomeno migratorio – che nessuno tuttavia ascolta grazie al nullo peso politico internazionale del nostro Paese, che viene lasciato a gestire in completa solitudine l’ingrato ruolo di “nazione di frontiera”.

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