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Esattamente un mese fa un sito islamista aveva diffuso le immagini di un grande raduno di combattenti in qualche imprecisata località dello Yemen del sud (se ne parlò anche su Formiche ). Seduti in cerchio, ascoltavano il leader (Nasir al-Wuhayshi il suo nome) che lanciava le solite condanne contro l’Occidente e gli alleati nel Golfo (sottinteso l’Arabia Saudita, a due passi). Tutto sotto gli occhi dei droni americani e delle forze di sicurezza locali, impegnate ormai da anni a contrastare l’impegnativa rivolta di al-Qaeda nelle province meridionali.

Gli americani non la digerirono, e pochi giorni dopo alzarono in volo dalla grande base di Gibuti un Predator, che sganciò un paio di Hellfire su alcuni campi base uccidendo decine di qaedisti. Nemmeno il presidente Abd Rabbo Mansour Hadi l’ha prese bene, e – US-backed – il 29 parile lanciò la più grande offensiva degli ultimi due anni contro i ribelli nelle province di Shabwa e Habylain: «Ormai siamo in guerra con al-Qaeda» ha dichiarato. (Chiarimento: al-Qaeda nella penisola araba, operante in Yemen, si chiama Aqap, ed è uno delle filiali più attive nel mondo, a cui tutti guardano perché si teme per la stabilità della confinante Arabia Saudita).

Guerra difficile, come prevedibile. Le ritorsioni qaediste, sono arrivate fino alla capitale Sana’a, con attentati sempre più fitti e attacchi contro gli stranieri (il 5 maggio è stata uccisa una guardia di sicurezza dell’ambasciata francese).

Mercoledì nella combattutissima area di Shabwa sono stati uccisi in un attacco 10 militari: fra le vittime c’era anche il generale Mohsen Saeed al-Ghazali, consigliere del ministro della Difesa – ma all’attacco è seguito un raid aereo dell’esercito che ha intercettato e colpito il convoglio qaedista, uccidendo 13 ribelli.

Tuttavia negli ultimi giorni, sono arrivati i risultati migliori dell’azione boots on the ground: l’esercito yemenita ha riconquistato le città di al-Mahfad (est della provincia di Abyan) e di Azzan (Shabwa) – che dal 2012 era diventata la vera roccaforte dell’Aqap, dopo che le forze governative avevano espugnato Jaar e Zinjibar (Abyan) nel 2012.

Il 9 maggio è stato ucciso in uno scontro a fuoco un importante leader, Shaif Mohamed Said al-Shabwani, dopo che la sua auto era stata fermata – i quattro compagni che viaggiavano con lui sono stati arrestati. Nello stesso giorno, erano state attaccate le auto che accompagnavano il ministro della Difesa da Habyan a Shabwa.

Sabato, invece, è stato catturato in un’operazione nella provincia di Lahaj, la testa tecnologica dell’organizzazione, l’uomo che confezionava gli ordigni esplosivi: Mohammad Hassan Jaafar, alias Awkal. Contemporaneamente, il ministero degli Interni ha fatto sapere che giovedì sono stati sventati diversi attentati a sedi diplomatiche nella capitale – tra gli obiettivi anche ambasciate straniere -, arrestando diversi combattenti pronti all’azione.

Il presidente ad interim Hadi, deve dimostrare ai paesi donors (Friends of Yemen, tra cui c’è anche l’Italia), che l’unica repubblica del Golfo è in grado di provvedere alla propria sicurezza nazionale. Nell’ultima riunione, che si è tenuta a Londra proprio il 29 aprile, i donatori (a cui si uniscono la Banca Mondiale, che sta presiedendo una commissione per creare riforme economiche, e le Nazioni Unite), hanno deciso la strada delle elezioni entro il 2015. Prima però occorrerà approvare la Costituzione, che da marzo è in fase di stesura sotto il controllo di un’apposita Commissione e che dovrà essere votata con un referendum,  già fissato per il settembre 2014.

@danemblog

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