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Mentre proseguono le attività investigative e gli interrogatori dei presunti appartenenti alla “cupola” che avrebbe pilotato un traffico di tangenti e di relazioni illegali per l’attribuzione di un gran numero di appalti in vista dell’Expo 2015, non accenna a placarsi lo scontro tra magistrati nel Palazzo di Giustizia di Milano.

Fascicoli sottratti senza motivo?

Un conflitto lacerante e privo di precedenti per una Procura che ha tradizionalmente rivendicato la compattezza della sua squadra di pm come una ragione per il prestigio e l’incisività delle proprie inchieste. E che vede contrapposti il capo dell’ufficio Edmondo Bruti Liberati e il procuratore aggiunto Alfredo Robledo, alla guida del pool impegnato nella prevenzione e repressione dei crimini contro la pubblica amministrazione.

Motivo del contendere, giunto sul tavolo del Consiglio superiore della magistratura, è l’accusa rivolta al primo di aver sottratto i fascicoli investigativi più rilevanti dirottandoli al team anti-mafia capeggiato da Ilda Boccassini e alla sezione reati finanziari capitanata da Francesco Greco. Figure che godono entrambe della fiducia di Bruti.

La controversia, che rischia di creare l’ennesimo “palazzo dei veleni” nella storia giudiziaria italiana, risale all’assegnazione alla combattiva pm dell’indagine e del processo relativo al Rubygate. E ha conosciuto un momento di tensione quando Robledo ha accusato il suo superiore di averlo escluso e di avere rallentato le indagini sulle presunte mazzette pagate dai responsabili dell’Ospedale San Raffaele a politici tra cui Roberto Formigoni, oltre a quella sul presidente della Provincia Guido Podestà per la vicenda delle false firme elettorali.

Un crescendo polemico

Ma l’apice del conflitto è stato raggiunto nel corso delle indagini sui fenomeni di corruzione e turbativa d’asta riguardanti la grande esposizione commerciale prevista il prossimo anno nella “capitale economica e morale”. Sovrapposizioni e duplicazioni nell’attività investigativa, profondi dissensi sul ricorso alla custodia cautelare per taluni indagati, rivendicazione della primogenitura dell’inchiesta, accuse incrociate di emarginazione e di scarsa predisposizione collaborativa. Il clima di ostilità che si respira tra i differenti uffici della Procura ha vissuto una nuova pagina di aspre polemiche nella giornata di ieri.

Il conflitto si allarga

È il Corriere della Sera, con un articolo firmato da Virginia Piccolillo, a disegnare un quadro aggiornato dei botta e risposta tra i protagonisti dello scontro. Conflitto che va coinvolgendo altre toghe del Palazzo di Giustizia e giunge ai livelli più alti della magistratura associata.

Replicando alle accuse contenute nel documento trasmesso dal suo vice al CSM, Bruti Liberati spiega come “proprio le iniziative intraprese dal pm Robledo abbiano provocato un reiterato intralcio alle indagini sull’Expo. Ponendo a serio rischio la loro segretezza tramite l’invio di atti del procedimento a Palazzo dei Marescialli”.

Argomentazioni che ancora non hanno trovato risposta nel capo dell’ufficio reati contro la pubblica amministrazione. E che per ora vengono suffragate dalle parole pronunciate da Boccassini di fronte all’organo di autogoverno della magistratura: “Non ho mai compiuto interferenze nelle vicende Ruby ed Expo, riguardo cui già 4 mesi fa richiesi di arrestare le persone sotto indagine per tangenti”. Nonché da quelle dell’altro procuratore aggiunto, Greco: “Nessun ritardo nell’iscrizione di Formigoni per il reato di corruzione in merito all’inchiesta sul San Raffaele”.

Una critica significativa alla gestione della Procura è arrivata però da un pm come Ferdinando Pomarici, a lungo attivo nella ricerca della verità e delle responsabilità per le pagine nere legate al terrorismo degli anni Settanta. Ai suoi occhi è stata “anomalo il conferimento a Boccassini dell’indagine sulla vicenda Ruby, poiché lei non si era mai occupata di questo genere di crimini”.

Consapevole delle contraddizioni riscontrate nell’iniziativa penale promossa su Expo 2015 è il presidente dell’ANM Rodolfo Sabelli, il quale esorta a riflettere su “un modello verticistico di Procura, fondato sul forte accentramento del procuratore capo, prodotto dalla riforma elaborata dall’ex Guardasigilli Roberto Castelli nel 2004”.

Lo scontro sulla polizia giudiziaria

Un ulteriore motivo di tensione, come già riportato da Luca Fazzo sul Giornale alcuni giorni fa, concerne visioni antitetiche tra gli inquirenti sull’utilizzo della polizia giudiziaria per gli accertamenti investigativi. È ancora il Corriere, in un articolo a firma Luigi Ferrarella, a rimarcare la piena fiducia di Bruti Liberati nei confronti degli agenti e militari in servizio permanente presso la Procura.

Un corpo, osserva il capo dell’ufficio, di alta professionalità e capace di conseguire risultati eccellenti nelle inchieste Ruby e Formigoni: “Al contrario Robledo delega abitualmente soltanto la sezione “Tutela dei mercati” della Guardia di Finanza di Milano. Ed è entrando più volte in conflitto con la Squadra mobile della Polizia”. Il riferimento è, tra l’altro, all’assegnazione alle Fiamme Gialle degli accertamenti su presunti falsi verbali redatti dalla Polfer, che a parere di Bruti “viola il bon-ton istituzionali tra le varie forze dell’ordine”.

Un’intervista illuminante

A gettare una luce più ampia sulle “ragioni politiche” profonde all’origine di un conflitto così virulento è l’intervista rilasciata a Leonida Reitano su Formiche.net dal magistrato Guido Salvini, a lungo giudice istruttore e poi Gip nel Tribunale di Milano dove ha affrontato pagine cruciali della storia repubblicana come la strage di Piazza Fontana e la strategia della tensione, i crimini delle Brigate rosse, il rapimento di Abu Omar.

La scelta dei capi e dei procuratori aggiunti della Procura, precisa, presenta un grado elevato di “politicità”. Al Consiglio superiore, cui spetta la nomina, “poco importa che il capo sia un bravo organizzatore o un esperto in indagini. L’importante è fornire continuità ad una linea di politica giudiziaria che dura dall’inizio degli anni Novanta, e garantire intorno ad essa la coesione di un ufficio assai influente sugli equilibri di potere nazionali e locali”. È per tale motivo, rileva, che è stato designato Bruti Liberati: “Persona con una robusta esperienza di dirigente dell’ANM e in Magistratura democratica pur non avendo mai condotto alcuna indagine di rilievo”.

Un mutamento di equilibri nella magistratura associata

La carica è invece preclusa a chi non ha una posizione di spicco in una “corrente” delle toghe. Come Robledo, estraneo ai gruppi “progressisti” e più vicino ai “moderati” di Magistratura indipendente. Una realtà allergica agli orientamenti ideologici, militanti e giustizialisti, gelosa del valore dell’autonomia di giudici e pm da ogni condizionamento compresi quelli provenienti dall’ordine giudiziario.

E che, grazie alla crescente popolarità, punta a raggiungere la maggioranza dei voti togati nelle elezioni di giugno per il nuovo Consiglio superiore. Rovesciando la storica egemonia dei movimenti di sinistra. Forse il conflitto in corso nelle mura del Palazzo di Giustizia di Milano è l’eco o il preludio del terremoto possibile nei rapporti di forza tra le correnti della magistratura.

Ecco il vero oggetto del contendere tra Robledo, Boccassini e Bruti Liberati

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