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La fine del comunismo ha avuto un riflesso immediato sulla caduta dei salari complessivi, per l’intera economia (e non solo per la sola industria): in vent’anni, dal 1992 al 2011, in Germania la loro quota è calata vistosamente, passando dal 56,5% al 51,2%. In Francia, è invece cresciuta, passando dal 52,1% al 53,5%. In Italia è stata limata dal 44,8% al 42,3%.

Gli industriali tedeschi si sono ripresi molto rapidamente quanto avevano dovuto concedere per anni ai loro operai, per paura del comunismo. Finita la paura del comunismo, sono finiti gli alti salari. Non solo in Germania, ma in tutto il mondo.

Il fatto che negli Usa le famiglie si siano dovute indebitare pesantemente perché la quota dei salari sul RNL è calata di continuo a vantaggio della remunerazione del capitale, è coerente con queste dinamiche.
Che tutto ciò dipenda da fattori esterni, come ad esempio dalla concorrenza cinese, è altrettanto vero. Ma ciò non cambia il dato di partenza, anzi concorre a spiegarlo.

La caduta del Muro, per di più, ha immesso sul mercato del lavoro tedesco milioni di persone che si sono dovute accontentare di salari molto più bassi di quelli corrisposti nel lander occidentali. I Lander orientali in Germania sono l’equivalente del Mezzogiorno in Italia, ma con una enorme differenza: la Riunificazione tedesca è nata sulle ceneri del comunismo, mentre la politica meridionalistica italiana negli anni sessanta e settanta si attuava in un contesto di crescente forza dell’opposizione comunista.

In Italia, l’unità della classe operaia fu creata con i contratti nazionali di lavoro, abolendo definitivamente nel 1963 le “gabbie salariali”. In Germania, ancora oggi, la paga oraria nei Lander orientali è più bassa rispetto a quelli occidentali, riflettendo la minore produttività ma anche la maggiore offerta di lavoro. La differenza può arrivare, a seconda dei lavori anche a tre euro l’ora.

Come se non bastasse, sono 7,5 milioni i tedeschi impiegati con i minijob, lavoro a tempo parziale, a 450 euro mensili esentasse, e che usufruiscono dell’alloggio sociale gratuito.
Solo dopo le elezioni del settembre 2013, sulla base del contratto di coalizione, è stata decisa finalmente la introduzione di un salario minimo orario valido in tutta la
Germania pari ad 8,5 euro a partire dal 2015, con l’eccezione del settore agricolo che si adeguerà solo nel 2017. Riguarderà un terzo della forza lavoro dei lander orientali ed un quarto di quella impiegata nel lander occidentali.

L’euro ha tenuto aperti i mercati alla Germania: nel periodo 2001-2013 l’attivo della bilancia dei pagamenti correnti è stato in media di 160 miliardi di dollari l’anno. Considerando i primi cinque Paesi europei in termini di dimensioni, solo la Germania ha registrato un tale risultato positivo, con una media annua del 4,2% nel periodo 2001-2008 che è cresciuta addirittura al 6,3% nel periodo 2009-2013.

L’accumulazione del surplus è stata impressionante, pari ad oltre 1.000 miliardi di dollari in ciascuno di questi due periodi che coprono un arco di tempo di 22 anni, per un totale di 2.091 miliardi di dollari. La posizione finanziaria netta verso l’estero della Germania, a fine 2012, era attiva per 1.461 miliardi di dollari (pari al 41,8% del PNL) con asset all’estero per 9.573 miliardi di dollari (pari al 274% del PNL).

Gli investimenti di portafoglio all’estero sono passati dai 791,6 miliardi di dollari del 2001 ai 2.624,8 miliardi del 2007, ai 2.760 miliardi del 2012. Il limitatissimo incremento negli investimenti di portafoglio tra il 2007 ed il 2012, che non riflette il persistente del saldo attivo della bilancia dei pagamenti correnti, è il chiaro sintomo di una maggiore prudenza negli impieghi oltre frontiera.
Sono altresì evidenti, nei dati riferiti a ciascun Paese, i conferimenti ed i repentini ritiri di fondi dai Paesi a rischio, da Cipro alla Grecia, dall’Ungheria all’Islanda, dal Portogallo alla Spagna.

Il consistente aumento degli impieghi in Francia, che ha sempre registrato forti disavanzi commerciali con la Germania, è invece sintomatico della necessità politica di sostenere finanziariamente l’alleato politico nell’asse rigorista, finalizzato alla adozione del Fiscal Compact, e
di compensare l’avanzo commerciale.

Così la caduta del Muro di Berlino ha cancellato la classe operaia

La fine del comunismo ha avuto un riflesso immediato sulla caduta dei salari complessivi, per l’intera economia (e non solo per la sola industria): in vent’anni, dal 1992 al 2011, in Germania la loro quota è calata vistosamente, passando dal 56,5% al 51,2%. In Francia, è invece cresciuta, passando dal 52,1% al 53,5%. In Italia è stata limata dal 44,8%…

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