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Promosso con riserva. È questo il giudizio sul Documento economico e finanziario del governo Renzi espresso dal senatore del gruppo Per l’Italia Luigi Marino, componente della Commissione Bilancio di Palazzo Madama. L’ex presidente di Confcooperative, che del DEF è stato nominato relatore, condivide la traiettoria prospettata dall’esecutivo sul fronte della riduzione della spesa pubblica e del calo del prelievo impositivo.

Marino avrebbe però preferito un taglio più rilevante delle tasse per i redditi familiari. E avrebbe privilegiato un intervento più radicale sul versante dell’Irap per valorizzare l’offerta produttiva. Misure, spiega in una conversazione con Formiche.net, che però richiedono la “bacchetta magica” da parte dei responsabili della spending review. Ecco l’intervista a Marino nell’ambito di una serie di approfondimenti sul Def e sulle prospettive del sistema fiscale, anche in relazione alle accise, su cui ha scritto per Formiche.net il professor Mario Spallone.

Senatore Marino, come giudica il Def messo a punto dall’esecutivo?

È un documento in piena sintonia con il quadro economico europeo. E risponde all’obiettivo di consolidare l’uscita dalla crisi con un calendario vincolante per il governo e la pubblica amministrazione. Il testo punta a tradurre in pratica, in tempi ravvicinati, una serie di progetti riformatori per rendere competitivo l’apparato produttivo nazionale. Nella cornice di una riduzione strutturale della spesa prefigurata dal Commissario Carlo Cottarelli. E nell’orizzonte di una profonda revisione della fiscalità che parte dal taglio del cuneo fiscale.

Ma i provvedimenti fiscali non sono troppo blandi per la ripresa economica?

Il governo ha compiuto una forte opzione a favore delle famiglie e a supporto della domanda. Mentre è tutta da valutare la strategia relativa alla riduzione del 10 per cento dell’IRAP. Certo, avrei preferito un taglio di 100 euro sull’IRPEF dei redditi medio-bassi. E avrei salutato con gioia l’eliminazione dell’imposta sulle attività produttive, perché ritengo prioritario lavorare sul fronte dell’offerta economica.

Erano obiettivi impraticabili?

Avrebbero richiesto la bacchetta magica rispetto agli interventi ambiziosi approntati sul versante del taglio della spesa pubblica. Ricordo che negli ultimi anni le uscite primarie sono calate notevolmente, grazie a manovre finanziarie che tra l’estate 2011 e il 2013 hanno prodotto entrate per 67 miliardi di euro. Azioni che hanno favorito il rientro dell’Italia nel vincolo del 3 per cento nel rapporto tra deficit e Prodotto interno lordo. Nel 2014 la spesa verrà tagliata per 4,5 miliardi, che arriveranno a 32 nel 2016. Inoltre è stata decisa l’alienazione di partecipazioni statali in industrie importanti e la vendita di parte del patrimonio pubblico per una stima prudenziale pari allo 0,7 per cento del Pil. Oltre un certo limite, saremmo costretti a ridurre il carburante per le macchine della Polizia.

Ritiene auspicabile sforare il vincolo comunitario nel rapporto deficit-PIL?

È preferibile restare per un tempo ragionevole entro il limite del 2,6 per cento del disavanzo pubblico. Perché mantenendo il trend virtuoso il nostro paese sarà premiato dai mercati. Meglio evitare di utilizzare il margine disponibile dello 0,4 per cento come copertura finanziaria per politiche espansive. Non dobbiamo dimenticare, infatti, gli interessi per 82 miliardi di euro che ogni anno l’Italia deve pagare sul passivo di bilancio: una cifra pari al 5,1 del PIL. Il passo da compiere a livello comunitario è semmai lo scorporo di precisi investimenti produttivi dai parametri di stabilità.

È possibile riformare Equitalia passando dai blitz eclatanti a sofisticati controlli incrociati dei dati dei contribuenti?

Non voglio partecipare al derby tra sostenitori dell’intelligence fiscale e fautori del ruolo ispettivo sul campo dell’Agenzia delle entrate. Al contrario di quanto avviene per i controlli sul rispetto del Codice della strada in cui si tende a sostituire la presenza fisica con l’elettronica, nel terreno tributario deve esistere un giusto equilibrio. È un campo che attiene alla libertà e alla vita reale delle persone, e richiede un’ampia gamma di interventi incrociati: sui redditi, sui conti bancari, sugli scontrini commerciali. Tenendo sempre in considerazione il fenomeno di un’evasione intollerabile, che ostacola ogni strategia di investimenti e crescita.

Condivide l’aumento della tassazione per le banche e del prelievo sulle rendite finanziarie?

Prendo atto di ciò che ha stabilito il governo e mi atterrò alle scelte della maggioranza. Rilevo che un’imposizione del 21 per cento su azioni e obbligazioni rappresenta già una cifra significativa. Portandola al 26 andiamo oltre gli standard europei. Spero che a pagarne il prezzo non siano le aziende, più che mai bisognose di attingere al mercato di capitali. Perché la scarsa capitalizzazione, capacità innovativa e dimensione costituiscono l’anello debole del nostro tessuto imprenditoriale.

Lei si opporrà a un eventuale aumento delle accise su tabacchi, sigarette elettroniche, giochi?

Resto nettamente contrario a interventi del genere, come per le rendite finanziarie. Per quanto concerne il gioco, nel nostro Paese abbiamo abbandonato una visione proibizionista per abbracciare la più larga tolleranza, con l’apertura di locali vicino a scuole e ritrovi per ragazzi. È un fenomeno rivelatosi utile per i bilanci di piccole aziende e grandi società, ma che ha preso troppo la mano. Ritengo necessario intervenire. Non sul fronte fiscale, bensì individuando poche aree dedicate al gioco e rigorosamente controllate come avviene negli Usa. Altrimenti cadremo in un paradosso.

Quale?

Dalle mie parti vicino Bologna vi è un detto: “L’oca la puoi spennare, ma se poi la uccidi puoi farci il paté e soltanto una volta”. È stato dimostrato come il ricorso all’inasprimento delle accise per accrescere le entrate abbia fiaccato la domanda e i consumi. Con il risultato di contrarre il gettito erariale.

Sarà possibile ridurre le tasse indirette sui carburanti?

Per ora vi è l’impegno assunto dal governo di ridurre del 10 per cento il costo dell’energia per le imprese. Un intervento ancora generico che dobbiamo studiare e valutare.

Perché dico no all’aumento delle accise

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