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Volano parole dure, accuse e controaccuse, tra la Russia e gli Usa. La Nato, bontà sua, piazza più aerei da combattimento (F15 e 16) e di sorveglianza (Awacks) in Polonia e dintorni. I media si contendono la verità, mostrando ciascuno la sua. Il confronto Russia-Usa incentrato sui diritti del popolo ucraino è una messinscena che nasconde alcune verità molto scomode.

Prima verità. Con la fine degli Imperi nel 1918, due zone del globo terrestre sono state ‘liberate’ per la ‘corsa all’oro’: 1) l’area trans carpatica che si estende ad est e sud est; 2) l’area trans anatolica che si estende fino al nord ovest dell’India. Sin dagli anni ’30 era chiaro che il controllo delle due masse continentali, ‘cuori’ contesi tra Oriente e Occidente, servivano per il controllo del pianeta. Lo sapeva l’Inghilterra coloniale, ma anche la Russia di Stalin e la Germania di Hitler. Geografi, geopolitici e geostrateghi lo avevano scritto in modo inequivocabile. Preso atto a Yalta (1945) che agli Usa interessava la parte occidentale della penisola europea e l’area del Golfo persico-arabico, con l’appendice in enfiteusi del canale di Suez a britannici e francesi, il conflitto lasciato pendente nel 1918 era stato (malamente) depotenziato raggiungendo una spartizione tra aree di influenza. Con la crisi interna del sistema sovietico – non vi è stata alcuna sconfitta militare dell’Urss – è ripresa la ‘corsa all’oro’. Il primo esercizio di dislocamento di uno stato costituitosi a fatica dopo la fine degli Imperi è stato realizzato dalla caparbia Madelaine Allbright ai danni della Yugoslavia. Esercizio riuscito, con poco sforzo e danni collaterali lasciati agli abitanti e i cui costi sono stati messi in carico ai paesi europei. Il secondo esercizio di dislocazione è stato realizzato con ancor meno sforzo, vendendo una promessa (fasulla) di benessere e libertà realizzatasi alacremente con ‘l’espansionismo dolce’ dell’Ue che ha integrato tutti i ‘vicini’ disorientati nell’era post-sovietica. Per gli americani è stato un grande successo a costo zero – pagavano gli europei – come anticipato nel 1998 nel libro “The grand chessboard” di Zbigniew Brzezinski. In bilico restavano l’Afganistan, la Georgia, l’Ucraina, e qualche altro ‘stan’ caucasico. Con le ‘guerre democratiche’ del 2001, 2008 e 2013 si sta chiudendo il cerchio. Nessuna annessione territoriale – in omaggio al principio ‘sacrale’ westfaliano dell’inviolabilità delle frontiere – ma una ‘dolce’ cooptazione corroborata da ‘aiuti’ economici, finanziari e di formazione democratica, di sicurezza e militare. Però, dopo il periodo delle sbornie yelziniane, la Russia ha ritrovato la forza di rialzarsi e di ripresentarsi sulla ‘scacchiera’ di Brzezinski, utilizzando metodi decisi ma nella sostanza simili a quelli occidentali. La festa per la ‘corsa all’oro’ a costo zero è finita.

Seconda verità. La ‘festa’ tratteggiata da Brzezinski è stata rovinata proprio nel 1998 con i due gravissimi attentati alle ambasciate Usa di Nairobi e di Dar el Salam. Il terrorismo islamico si inseriva così nella ‘scacchiera’, portando i neocons americani (Dem e Rep) a richiedere uno sforzo economico e militare senza precedenti. Il debito pubblico americano è esploso tra il 2001 e il 2011, e la crisi finanziaria americana ha messo in crisi il ‘consenso di Washington’ e la centralità dell’Occidente rappresentata fino ad allora dal dollaro. Intanto, l’Europa che aveva concepito la propria unificazione attorno alla moneta, l’euro, ha dovuto sposare improvvisamente il ‘consenso di Parigi’ – che era nato per spremere con l’aggiustamento strutturale i paesi in via di sviluppo – ed applicarlo a se stessa per sostenere il dollaro e gli Usa. Uno sforzo europeo senza precedenti, che lascia un continente economicamente stagnante e socialmente indebolito. Ma nonostante ciò, e nonostante l’aiuto interessato della Cina a rendere sostenibile il debito pubblico Usa, il modello economico fondato sull’energia facile e a costi bassi non c’è più. Dopo aver tentato la rianimazione attraverso le ‘iniezioni ricostituenti’ – il QE, cioè stampando denaro dal nulla – il malato non si è rialzato. Anche le ricette liberiste – compressione del costo del lavoro e detassazione dei capitali – non sono bastate a rivitalizzare l’economia. Anzi, dopo 30 anni consecutivi di cure, esse hanno portato alla polarizzazione sociale – con la concentrazione della ricchezza che dal basso, dai lavoratori, si è concentrata verso l’alto, cioè verso i ricchi che sono sempre più ricchi – e al crollo della domanda interna. Quindi, non restava che agire sugli altri prezzi di produzione: costo dell’energia e delle transazioni. Non avendo più i mezzi di ‘controllare’ il prezzo dell’energia alla fonte – nei paesi produttori – si è pensato di manipolarli attraverso il ‘fai da te’. È così ritornata in auge una vecchia tecnologia, rimodernata, che risponde al nome di fracking, con cui ogni paese può estrarre gas e petrolio spaccando i depositi di sciste nel proprio sottosuolo. Per intervenire sul costo delle transazioni, è stata riesumata l’idea delle zone di libero scambio – cioè l’abbattimento di ogni tipo di restrizione doganale e regolamentare degli scambi – che richiamano antiche ideologie imperiali. L’Europa è avviata ad applicarle entrambe attraverso la modifica dei parametri di sicurezza ambientale dell’Ue e la firma del ‘Partenariato di libero scambio’ (Ttip) Ue-Usa. Oltre ad una buona campagna marketing promossa dal governo americano, non è un caso che le compagnie Chevron e Shell siano già più che attive nell’estrazione di energia dagli scisti in Regno Unito, Polonia, Ucraina e Romania, e sperano di espandere i propri ‘lavori’ anche a Germania, Francia e Italia, oltre che nel Mediterraneo orientale tra Cipro, Siria e Israele.

Terza verità. L’interconnessione planetaria, il dogma degli anni ’90 del ‘mondo piatto’ incarnato dall’Organizzazione mondiale del commercio, la libertà di movimento dei capitali, la libertà d’informazione facilitata dalla diffusione del Web, sono esperienze in declino, perché si sono rivelate non funzionali agli interessi oligarchici del sistema economico. Il ragionamento è il seguente. La teoria del ‘mondo piatto’ prevedeva che vi fosse un solo egemone in grado di avere un tale vantaggio competitivo sugli altri da controllare i flussi di informazioni, dati, e capitali. Ciò che non si era ben calcolato era che il differenziale di competitività tra l’egemone di allora (gli Usa e l’Occidente) e il resto del mondo si sarebbe ridotto a velocità sempre crescente. Se i fattori della competitività restassero quelli attuali, il differenziale sarebbe annullato in pochi anni (tra 5 e 15). Preso coscienza di questa realtà, ed avendo fallito nei vari tentativi di contenerne il dispiegamento, il rischio di essere relativizzati – il noto tema del declino dell’Occidente – ha spinto a creare rapidamente dei meccanismi di omologazione e concentrazione delle aree le più estese e strategiche possibili attorno all’egemone ancora esistente (unioni doganali, economiche, finanziarie, monetarie). In pratica si consolida il proprio spazio d’influenza e si rinnalzano delle barriere di protezione. Questo lo sta facendo l’Occidente a egemonia americano-britannica-tedesca, ma anche la Russia e la Cina. Le zone di ‘contatto’ tra le aree egemoniche sono quelle contestate e quindi turbolente. Non è un caso che nell’area trans carpatica l’Ucraina sia contesa, e che in quella trans anatolica l’Iran, il Golfo persico-arabico, e in misura minore la Turchia, l’Afganistan e il Pakistan oscillino fortemente tra l’una e l’altra attrazione egemonica. Chiaramente, per queste aree, oltre ad una questione territoriale vale ben di più il controllo delle risorse energetiche e della loro logistica di sfruttamento.

Quarta verità. A fare le spese di questo stato delle cose sarà quasi certamente l’Europa, sia come potenza economica sia come sistema. Infatti, sebbene gli Usa oscillino tra un atteggiamento monocratico e quello delegazionistico, la delegittimazione dell’Ue è plateale. Le crisi aperte in Ucraina, Iran e Siria, sono trattate da Washington direttamente con gli altri interlocutori, lasciando alla baronessa Ashton e agli stati membri dell’Ue un mero ruolo da comprimari. Sulle questioni sino-giapponesi e coreane l’Ue non è neppure consultata. Invece, la Germania ha saputo da sola ritagliarsi un ruolo per delega, sia nelle relazioni con Russia, Cina e Iran, sia riguardo all’insieme del continente europeo strangolato da una politica economica deflazionistica che si realizza attraverso il braccio ‘armato’ della troika (Commissione europea; Banca centrale europea; Fondo monetario internazionale). Per un certo tempo la Germania ha potuto beneficiare della bonanza dell’export indotto dalle maglie larghe del commercio internazionale e dall’integrazione dei mercati finanziari, ma visti i venti che spirano questa fortuna sembra che le sarà presto preclusa. Allora saranno guai per tutti gli europei che si troveranno a dover placare una rabbia ormai palpabile tra le proprie popolazioni. Ma la crisi ucraina serve anche a questo, cioè ad accelerare la dislocazione dell’insieme dell’Ue sotto la sicura egemonia degli Usa e del loro conglomerato finanziario-industriale.

La non-guerra in Ucraina, è guerra economica

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