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Se, malgrado i tanti sfracelli che stanno investendo ultimamente il mondo pentastellato (processi sommari elettronici che ricordano i tribunali del popolo del 1945 del triangolo della morte; espulsioni; dimissioni; sconfessioni; battaglie di cifre su possibili aggregazioni all’estrema sinistra per garantirsi la medaglietta per una intera legislatura “normale”; insulti a gogò reciproci fra ortodossi e ribelli), le rilevazioni demoscopiche continuano ad evidenziare intenzioni di voto a favore del M5Stelle oscillanti fra un quarto e un quinto dell’elettorato nazionale, vuol dire che quanti sperano di riconquistarsi le simpatie del popolo grillino non hanno ancora compreso le radici di un fenomeno politico non spiegabile con le sole sensazioni epidermiche.

E, infatti, come si rileva dai discorsi che fanno sia gli ortodossi che i ribelli, e dando un senso alla pressione dominante dei Grillo e dei Casaleggio all’interno di un microcosmo di selezionati che complessivamente non supera le 50 mila persone costituenti la rete elettronica grillina, è indispensabile analizzare meglio quali sono le composite ispirazioni di una setta che, pur sottoposta ad un cupio dissolvi, è ancora lì, in piedi, a richiamare attenzione, anche all’estero, per una sua specificità non riconducibile a mera protesta. È, perciò, doveroso chiedersi cosa tenga ancora assieme un agglomerato di popolo che, se diversamente orientato nell’arena politica italiana, sarebbe davvero in dissolvenza.

Il primo punto in evidenza è che il M5S non è, come si sostiene, un movimento di recente conio. Dietro l’esplosione elettorale del 2013 si riscontra una incubazione più remota; risalente addirittura all’epoca del manipulitismo e del giustizialismo. Quando il rifiuto della politica rifluì prevalentemente verso la destra finiana, il nuovo centro berlusconiano, il leghismo, l’estremismo occhettiano che chiamava Cosa il postcomunismo. Grillo era allora già attivo (sarebbe entrato in confidenza con Antonio Di Pietro): spettegolava su Telepiù contro il presidente della repubblica Scalfaro, autoattribuendosi strategie di cambiamento ineguagliabili. Gli altri raccolsero voti; lui iniziò a covare l’idea di proporsi, attraverso la satira antipolitica, come l’attrazione del futuro, l’Aristofane del domani. Sette anni dopo già sghignazzava, sempre in tv, su new economy, multinazionali, globalizzazioni, pontefici, G8, banche. Ricorreva ad un motto non male: «Il mondo si può cambiare da domani mattina. Bisogna crederci».

L’anno dopo (si era nell’estate 2001) diede inizio ad una campagna martellante contro i politici («In parlamento ci sono 54 pregiudicati, neanche a Rebibbia»). Il dipietrismo lo aveva contaminato, e se ne giovava. Quindi arrivò l’incontro fatale con Gianroberto Casaleggio. A Livorno, la città sempreribelle: col granducato di Toscana; coi Savoia che si annettevano i territori liberi con plebisciti fasulli; coi fascisti di Costanzo e Galeazzo Ciano; coi littorialisti «redenti» che spasimavano per Togliatti; col suo atavico anticlericalismo sempre becero, tracotante, offensivo al punto da apparire più burlesco che serio.

Grillo si sentì conquistato e illuminato da Casaleggio. Che lo rintronava con le sue teorie sull’inesorabile dominio di internet su ogni altro media inventato. Lo stordiva col suo ambientalismo antiumano parlandogli di Gaia (cioè la Terra); di denatalità assistita più sistematica di quella propugnata da Marco Pannella ed Emma Bonino; di una rete attraverso cui mobilitare giovani e delusi d’ogni età. Insomma la parte destruens del paese. Da usare come forza di autentica rottura delle strutture portanti di una società malata di vecchiume facilmente eliminabile; com’era già accaduto nella Russia zarista, nella Germania di Weimar, nell’Italia di Mussolini e D’Annunzio che volevano tutto incendiare, per farlo risorgere rinnovato e depurato di un politicantismo decadente.

Quelle idee penetrarono facilmente nelle coscienze deboli, di frustrati e opportunisti, di persone semplici che si compiacevano di potere concorrere alla demolizione del vecchio allineandosi ai dettami di una rete permanente controllata dal duo Grillo-Casaleggio. Grillo ci metteva la faccia, Casaleggio il cervello. E per anni entrambi martellarono col loro blog, il ventitreesimo nelle classifiche dei siti più frequentati nel mondo. Ora il movimento non era più raccogliticcio, si era consolidato, a suo modo indottrinato di una fede unica e indiscutibile.

Ufficialmente il movimento nacque il 4 ottobre 2009 al Teatro Smeraldo di Milano. Ma gli anni dell’incubazione, della preparazione, della selezione dei fedeli erano ormai una quindicina. Ai grillini venne finalmente dato l’ordine di uscire allo scoperto. Di farsi riconoscere come «diversi» da tutti gli altri protestatari di professione. S’impose loro di considerarsi i missionari di una neoreligione globalista. Federica Salvi, una grillina consigliere comunale di Bologna, contravvenendo all’imposizione di non andare mai in tv, lamentò a Ballarò di non sentirsi libera nel M5S, perché privo di democrazia interna e piuttosto simile a Scientology.

Era il 2012 e pareva che anche per il grillismo, come per gli altri movimenti antipartititci e populisti del mondo, fosse giunto il momento del declino. Ma accadde molto poco: più che altro un abbandono individuale o di piccoli gruppi. In realtà sia gli eletti che gli elettori di quel movimento a doppia conduzione esclusiva, che pretende di controllare persino le preferenze sessuali degli adepti, ha creato qualcosa di luciferino. Uno studioso che lo va studiando da tempo, Roberto Del Bosco, in una intervista a Il Foglio dell’1 marzo, sostiene che il M5Stelle ha un «fondamento nichilista», tipico delle sette anticristiane, se non apertamente sataniche. Come aveva intuito la Salvi e come gli adepti più sensibili temono, ma non sanno come esorcizzare.

Il M5S di Grillo come Scientology

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