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La reazione della Russia alla deposizione popolare del presidente ucraino Viktor Yanukovich è stata ritenuta sconsiderata da molti media occidentali.

Ma la lettura di quanto è avvenuto e avviene a Kiev e in Crimea sarebbe – secondo osservatori italiani e internazionali – ben più complessa se letta con la lente dei timori del Cremlino, preoccupato di subire un progressivo accerchiamento da parte dell’Alleanza atlantica.

LE RADICI DELLA CRISI
La crisi ucraina – scrive Edward W. Walker sul Los Angeles Times – affonda le sue radici nelle decisioni prese dagli Stati Uniti e dai loro alleati all’inizio degli Anni ’90.
Allora – argomenta il professore di Scienze politiche ed esperto di Eurasia all’università di Berkeley – si elaborò un piano che prevedevala progressiva espansione della Nato ad Est“, e che portò nel giro di poco più di un decennio all’adesione di Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia (1999), Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Slovenia (2004), Albania e Croatia (2009).
Non c’è alcun dubbio – continua Walker – che l’allargamento della Nato abbia “portato molti vantaggi” ai nuovi Stati membri dell’Alleanza. Ma ha anche “contribuito notevolmente alla lotta geopolitica acuta tra la Russia e l’Occidente, che è giunta all’apice in Ucraina“, perché i russi – rileva l’accademico – hanno concluso che l’espansione della Nato “sia stata diretta in primo luogo a contenere la Russia militarmente e politicamente“.

IL RUOLO DELLA NATO
Il ruolo dell’Alleanza Atlantica potrebbe andare addirittura al di là della semplice espansione promossa con la garanzia di sicurezza e stabilità, come suggerisce sul suo blog Marcello Foa, già caporedattore esteri e inviato speciale del Giornale, oggi manager e docente.
Per il direttore generale di TImedia, c’è l’ombra della Nato dietro le “rivoluzioni pacifiste” (compresa quella “arancione” del 2004) che hanno coinvolto Balcani ed Est Europa. “Il metodo – spiega – funziona così: proteste di piazza in apparenza spontanee sono in realtà pianificate con cura e guidate per il tramite di Organizzazioni non governative, Associazioni umanitarie e partiti politici; in un crescendo di operazioni pubbliche amplificate dai media internazionali e con appoggi all’interno delle istituzioni, in particolare dell’esercito, che finiscono per provocare la caduta del “tiranno”“. Nel recente caso ucraino, prosegue Foa, emerge “un’ulteriore, sorprendente variante. La protesta, da pacifica, diventa almeno in parte violenta. Per opera… di milizie paramilitari neonaziste, ben istruite e ben armate“.

COME USCIRE DAL PANTANO
Ad indicare una possibile via d’uscita da questa crisi è uno scambio di missive tra il giurista e storico Antonio Padoa-Schioppa e l’ambasciatore Sergio Romanopubblicato oggi dal Corriere della Sera.
L’ex diplomatico, di servizio proprio alla Nato e successivamente a Mosca nell’allora Unione sovietica, concorda con Padoa-Schioppa (e al pari di Walker sul L.A. Times) la necessità di una riforma dell’Alleanza Atlantica, che tolga alla Russia il “complesso dell’accerchiamento” e crei le basi per un’Unione europea politica e indipendente dagli Usa.
È probabile che Putin – scrive l’ambasciatore – abbia visto nel trattato d’associazione offerto a Kiev dall’Ue il primo atto di una vicenda destinata a concludersi, prima o dopo, con l’ingresso del Paese nell’Alleanza Atlantica. Se l’Unione Europea avesse potuto dimostrare che la sua politica non era quella degli Stati Uniti e se avesse dato prova della propria indipendenza creando il proprio strumento militare, sarebbe stato molto più facile fare comprendere a Mosca che il trattato d’associazione avrebbe giovato all’Ucraina e, in ultima analisi, persino alla Russia. Finché il vertice della Nato continuerà ad affermare che le porte dell’organizzazione sono aperte a chiunque ne condivida valori e principi – conclude -, la Russia, dal canto suo, continuerà a pensare che queste dichiarazioni sono la prosecuzione della Guerra fredda con altri mezzi“.

Perché dietro la crisi ucraina c'è la paura russa della Nato

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