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Caro direttore,

da mesi il mio nome appare sulle tue colonne, associato alle ipotesi più improbabili e alle affermazioni più fantasiose sui destini di Fare e della “galassia liberale”. Esaurita la fase alata vedo che ora ti dedichi a pubblicare interventi polemici vergati in casa PLI. L’abitudine consolidata di una certa politica – denigrare il “nemico” di turno anziché confrontarsi con esso su argomentazioni di merito – ha bisogno evidentemente di manifestarsi e, per ragioni che mi sfuggono, tu sembri volerle dar spazio. De gustibus …

Me ne sarei stato zitto, come fatto finora, se non fosse che le missive che hai recentemente deciso di pubblicare offrono l’occasione per chiarire cosa, nel progetto che sta perseguendo, Fare per fermare il declino si differenzi sia dagli autoproclamati liberali – passati tutti, chi prima e chi dopo, chi in una forma chi in un’altra, a servizio di Arcore – che dalla nuova coppia Renzi-Berlusconi.

Sgombriamo intanto il campo dalle facezie che sembrano preoccupare i liberali DOC. Ciò che sembra maggiormente irritarli è il nostro non esserci piegati al diktat del loro segretario nazionale, Stefano De Luca. Il quale – dopo una serie di scortesie “minute” ch’è meglio qui omettere – ha ben pensato di argomentare che se Fare avesse acconsentito alla sua pretesa di chiamare “liberale qualcosa” la federazione dei due micro-partiti noti come PLI e Fare, avremmo vissuto tutti felici e contenti. La “rivoluzione liberale” (che ci sia ognun lo dice come sia nessun lo sa ma, evidentemente, essa include per il nostro una bella patrimoniale…) sarebbe poi venuta per forza del nome e dell’affermata identità del nuovo gruppuscolo così “creato”. Coerentemente con lo spirito dell’intero progetto ci siamo negati ad acconsentire, invitando il PLI a concentrarsi con tutti gli altri sulle cose da fare e, in particolare, a far crescere ICPC (che, grazie ai nostri sforzi, sta nelle ultime settimane dando speranzosi segni di vita). A questa risposta han fatto seguito l’abbandono di In cammino per cambiare (ICPC) da parte del PLI e la raffica di articoli ad personam che ti sei preso la briga di pubblicare. Fa niente, cose che capitano e non me ne preoccupo. Mi preoccupa invece cogliere l’opportunità per chiarire una volta ancora cosa speriamo di poter fare.

Vorremmo anzitutto continuare testardamente a lavorare per costruire il partito che non c’è. L’adesione al progetto ICPC è delimitata da tre semplici paletti: (i) Condivisione dei contenuti programmatici; (ii) Estraneità alle elite politico-burocratiche responsabili del declino italiano; (iii)Volontà di modificare i meccanismi di selezione del personale politico al fine di permettere una rinnovata partecipazione dei cittadini alla vita politica.

Alla luce di questi criteri, specificati nel manifesto, crediamo che imporre ad ICPC una connotazione identitaria – forzando l’introduzione dell’aggettivo “liberale” nel nome e pretendendo che il processo di aggregazione con altre forze venisse diretto esclusivamente da PLI e Fare – sia quanto di più contrario possa esserci alla natura stessa dell’iniziativa. Natura più volte ribadita dal sottoscritto sin dalla sua fase di concepimento durante il Congresso Nazionale di Fare tenutosi nel maggio scorso: aggregare più soggetti possibile, senza nessuna pregiudiziale ideologica, ma dando piuttosto valore alla coerenza dei programmi. Questo, per me, significa non fare il test della purezza ideologica a chi si avvicina ad ICPC, non controllare se è “grande” o “piccolo” (siam tutti minuti rispetto all’obiettivo) e, finalmente, non chiedergli se, per caso, è arrivato alle nostre stesse conclusioni politico-programmatiche venendo da destra o da sinistra, da una tradizione “repubblicana” o “popolare” o “libertaria” o “federalista” o … fai tu, la lista di ideologie più o meno assiomatiche a disposizione è troppo lunga per sperar d’essere completi ed io, che sono un tipo strano, ho appreso qualcosa di utile da ognuna delle elencate e da almeno altre tre o quattro! L’idea, quindi, di chiudere porte e balconi decidendo, a metà gennaio, che già eravamo quanti basta non mi convinceva allora, pre-Italicum, e mi sembra risibile ora, post-Italicum.

Cosa vuoi farci, caro direttore, io son noto per avere una certa stima di me stesso ma ho ancora dei limiti. A De Luca ho sempre detto che no, che l’idea di ICPC era quella di aprire un processo forse velleitario ma certo non ridicolmente arrogante, di aggregazione di forze e persone di estrazioni eterogenee ma unite da comuni propositi. Fa quindi sorridere che proprio dalla penna del PLI esca un’affermazione come: “L’altro grave errore, sempre di Boldrin, è di essersi sentito “superiore” numericamente e qualitativamente rispetto alle altre componenti e questo lo si respirava durante tutti gli incontri di ICPC”. Ora, io ho impiegato mesi a spiegare a tutti che la grandezza relativa di particelle subatomiche della politica è di scarsa rilevanza e che TUTTI i movimenti, e le persone, che aderivano ad ICPC andavano rispettati e trattati alla pari. E che, soprattutto, non era proprio il caso di escludere questo o quello perché non presentavano i quarti di “liberale” nobiltà che De Luca insisteva di voler prima verificare. Appena la smetterò di perder tempo a polemizzare su temi futili, mi dedicherò a lavorare con chi continua a credere che per costruire una forza politica che abbia possibilità di riuscita è necessario che l’aggregazione avvenga con pazienza ed umiltà, e che vada fatta nel tempo discutendo sui programmi e dando a tutti coloro che aderiscono pari dignità. Questo abbiamo fatto durante gli ultimi nove mesi e questo Fare continua a fare.

Vogliamo definirci “liberali” o no, si chiedono poi ossessivamente i tuoi ospiti. Non solo. Secondo loro mi vergognerei persino dell’appellativo “liberale”: “E’ bene ricordare che la parola “liberale” non è mai uscita dalla gola del leader di Fare nemmeno con la forza (come è successo di recente da Nicola Porro a “Virus”)”. La mia reazione a questa noiosissima domanda è sempre stata la stessa: siccome anche Berlusconi e Renzi si definiscono tali, forse è meglio chiarirsi su cosa si debba intendere per liberale. Sul tema ho sia scritto che parlato in pubblico ad-libitum e, cosciente che lo spazio a disposizione sia è limitato, mi perdonerai se rinvio i dubbiosi ai documenti ed i video disponibili, per chi li voglia cercare, in rete. Per noi contano le proposte politiche fatte ed i comportamenti concreti adottati, niente altro. Siam contadini, originariamente, e ci piace pensare che “carta (o video) canta ed il villan dorme”. Nelle varie interviste concesse, così come nei documenti da me scritti e firmati, non solo si fa uso della parola “liberale” – che evidentemente non rinnego né come aggettivo né come appellativo – ma si avanzano proposte politiche spiccatamente liberali. È tale il manifesto di ICPC, firmato anche dal PLI, così come quello di Fare per Fermare il declino. E la mia lettera potrebbe terminare qui perché questi ultimi quattro paragrafi contengono, brevemente riassunte, le cose che davvero contano sul piano politico.

Apprendo, in ultimo, di un dialogo di Fare con Officine per l’Italia o Fratelli d’Italia, il partito che le promuove. Fantasie. Fare non ha aperto alcuna trattativa con questo partito. Ho scritto, in tempi non sospetti, una lettera aperta a Guido Crosetto, persona che complessivamente stimo, dicendogli che il suo posto era altrove, nel partito che non c’è. Condividerne alcuni obiettivi (come il tetto alle pensioni elevate, anche se consideriamo la loro proposta legislativa mal disegnata o l’emendamento presentato di recente alla Camera sull’introduzione di primarie obbligatorie nel disegno dell’Italicum) non è certo il preludio a una fusione tra i due movimenti. Questo per la semplice ragione che l’impianto ideologico e la storia d’una grande parte dei dirigenti di Fratelli d’Italia sono entrambi ortogonali al progetto che Fare persegue. Ma che questo implichi io non debba andare a cercare, anche in Fratelli d’Italia, persone capaci e di buona volontà con cui lavorare per costruire una forza di governo alternativa all’attuale classe politica, mi sembra un’idea veramente balzana.

In fondo “chiediamo così tanto?”, chiosa la penna di turno del PLI. No, chiediamo che prima di avventurarsi in interventi denigratori su cosa per il sottoscritto significhi o meno essere liberale, o su eventuali alleanze di Fare, i liberali DOC si facciano un bell’esame di coscienza e supportino le proprie affermazioni con evidenza empirica riscontrabile. “Altrimenti se non si conoscono i dati, si eccede nelle descrizioni, si diventa per forza dei romantici.”

Ma questa, caro direttore, è di nuovo solo bassa polemica scarsamente interessante. Come quella indecente che tale Leo Soto ha appena pubblicato, sotto forma di lettera, sempre su Formiche.net: estraendo passaggi ad hoc da una conversazione molto più articolata ha costruito il solito scandaletto da cortile. Non mi interessa. Le questioni che contano sono quelle discusse nella parte centrale di questa lettera. Se il tuo giornale vuole essere utile al mondo “liberale” mi permetto, sommessamente, d’invitare a concentrarsi su questa.

Cari saluti

Michele Boldrina nome della Direzione Nazionale di Fare per fermare il declino

 

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