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Altro che mal d’Africa. La visita di Enrico Letta nei Paesi del Golfo arabo ha reso evidente la forza economica e finanziaria di paesi come Qatar e Kuwait. La possibilità di crescenti investimenti in Italia ha così finito per alimentare una speranza ed una paura entrambi esagerati. Gli emiri non sono ricchi sfaccendati pronti a spendere senza preoccuparsi del rendimento. Tutt’altro. Pensare che i soldi arabi possano risolvere i problemi della nostra economia è una pura illusione. Allo stesso modo, chi propone di alzare barricate contro questi investimenti agitando lo spettro dell’islamizzazione della nostra società, solleva una questione molto parziale.

Guardiamo l’esempio di Ethiad con Alitalia. Difficile in questo caso parlare di svendita. Piuttosto, la nostra compagnia di bandiera ha colto l’opportunità di un consolidamento finanziario e industriale che ha anche effetti positivi per l’hub di Fiumicino ed Adr. Insomma, una notizia. Facciamo ora un esempio diverso. Circola insistentemente la notizia di un interessamento cinese per la nostra società delle reti energetiche. Si tratta di una questione che attiene infrastrutture strategiche e che meriterebbe una prudenza maggiore. Più in generale, ciò che è importante è la distinzione fra i capitali che arrivano in Italia per fare shopping e portare via tecnologie e know how e quelli che invece hanno l’obiettivo dello sviluppo economico e la valorizzazione dei nostri asset.

Fra la svendita dei gioielli di famiglia e la valorizzazione del proprio patrimonio industriale c’è di mezzo l’interesse nazionale. Guardiamo al merito degli investimenti stranieri e non (solo) alla loro origine. E magari proviamo anche a rileggere le ultime relazioni dell’intelligence italiana: scopriremo che a volte “pecunia olet”.

Alitalia, Snam e Terna, meglio soci cinesi o arabi?

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