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La corsa tecnologica che vede competere Washington e Pechino non sarà decisa dalla qualità, ma dalla quantità. O meglio, dall’ampiezza dell’adozione delle nuove tecnologie piuttosto che dal loro mero sviluppo. A dirlo è Jefferey Ding, Assistant Professor in Political Science alla George Washington University e autore del saggio “Technology and the Rise of Great Powers: How Diffusion Shapes Economic Competition”. In un articolo pubblicato sulla rivista Foreign Affairs, intitolato molto significativamente “The Innovation Fallacy”, il politologo denota come i leader cinesi e americani “nella loro ossessione di conquistare il futuro […] si preoccupano di dominare le innovazioni tecnologiche critiche in settori nuovi e in rapida crescita, ritenendo che l’equilibrio globale del potere economico penda verso gli Stati che sono i pionieri delle innovazioni più importanti”.

Ma l’innovazione da sola non basta: è la diffusione delle nuove tecnologie a segnare il corso della Storia. La capacità di un Paese di adottare tecnologie su scala è particolarmente importante, spiega Ding, per tecnologie come l’elettricità e l’intelligenza artificiale, progressi fondamentali che aumentano la produttività solo quando molti settori dell’economia iniziano a utilizzarle. Dal punto di vista della competizione internazionale, conta meno quale Paese introduce per primo un’innovazione importante e più quali Paesi adottano e diffondono tali innovazioni.

A sostegno della sua tesi, Ding riporta i dati relativi alle grandi rivoluzioni industriali della storia umana, le stesse che il leader cinese Xi Jinping ha impiegato negli scorsi anni per rimarcare la necessità che sia la Repubblica Popolare ad uscire vincitrice nel confronto tecnologico con gli Usa. Ma se per il segretario cinese i principali beneficiari delle rivoluzioni tecnologiche sono stati quei Paesi che le hanno incubate, il professore della Georgetown evidenzia come in realtà i grandi vantaggi siano stati portati da un’adozione estensiva delle stesse, garantita da un sistema educativo che permettesse l’adattamento ai nuovi paradigmi scientifici e la diffusione trasversali a settori e fasce sociali degli strumenti per valorizzarli. Tanto la Gran Bretagna quanto gli Stati Uniti nella prima e nella seconda rivoluzione industriale sono stati capaci di portar avanti questo processo di adattamento, emergendo sul piano globale.

Cosa è necessario fare dunque per gestire la meglio la quarta rivoluzione industriale che stiamo vivendo in questo momento? “Oggi”, nota Ding, “si trascura il vero fattore determinante di questa competizione: la capacità di un Paese di diffondere i progressi dell’IA in un’ampia gamma di settori, in un processo graduale che probabilmente si svilupperà nell’arco di decenni”. E anche se al momento gli Stati Uniti possono sembrare in vantaggio nella corsa all’IA, questa potrebbe rivelarsi soltanto una mera illusione. Gli Usa dovrebbero dare priorità al miglioramento e al mantenimento della velocità con cui l’IA viene incorporata in un’ampia gamma di processi produttivi, oltre che all’ ampliamento del bacino di talenti formati per interagire con questa tecnologia; puntare su investimenti nei centri di tecnologia applicata, che colmano il divario tra le operazioni di ricerca di base e le esigenze industriali fornendo servizi di test e conducendo attività di ricerca e sviluppo applicate, e sui servizi sul campo come il Manufacturing Extension Partnership, che ospita specialisti esperti che aiutano le imprese a incorporare le nuove tecnologie e a diversificare i loro mercati.

“Quando alcuni dei principali pensatori dell’epoca dichiarano che la rivoluzione dell’IA sarà più significativa delle precedenti rivoluzioni industriali, è facile farsi prendere dall’entusiasmo. Molte persone in ogni generazione finiscono per credere che la loro vita coincida con un periodo storico di importanza unica. Ma il momento attuale potrebbe non essere così inedito. Le precedenti rivoluzioni industriali suggeriscono che il vero successo nell’era dell’IA sarà raggiunto da quei Paesi che posizioneranno al meglio le loro popolazioni e le loro industrie per abbracciare le nuove tecnologie, non semplicemente per inventarle”, conclude Ding.

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