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Grazie all’autorizzazione dell’autore, pubblichiamo il commento di Massimo Mucchetti uscito sul quotidiano l’Unita’ di ieri.

È andata com’era ovvio che andasse: la Fondazione MPS ha bocciato l’aumento di capitale da 3 miliardi proposto dal consiglio di amministrazione presieduto da Alessandro Profumo per gennaio. La ricapitalizzazione, dice la Fondazione, si farà entro il 2014 come esige l’Unione europea, ma più avanti. Con qualche mese di tempo, l’ente senese potrà vendere gran parte della sua partecipazione nella banca, oggi pari al 33,5% per un valore di Borsa che oscilla tra i 700 e gli 800 milioni di euro. Diversamente, con un’emissione azionaria che si stima potesse essere fatta a un terzo delle quotazioni ex ante (a 6 centesimi, per capirci, contro 17), il valore di mercato della partecipazione della Fondazione MPS sarebbe sceso al di sotto della soglia di garanzia di 12 centesimi pattuita con le banche cui la Fondazione medesima deve 340 milioni. A quel punto, le banche creditrici della Fondazione avrebbero potuto escutere il pacchetto azionario di Banca MPS che hanno in pegno dal debitore.

TRE PROBLEMI

Un tale esito sarebbe esiziale per la Fondazione MPS. Di qui la resistenza contro l’operazione proposta da Profumo. Una resistenza che apre tre problemi: a) il ruolo del management e quello dell’azionista che esercita il controllo di fatto; b) il destino delle fondazioni bancarie; c) le responsabilità dello Stato esercitate dal Governo.
Punto a) L’aumento di capitale serve a rimborsare una parte cospicua dei Monti Bond: 3 miliardi su 4. La cosa ha una sua logica: sui Monti Bond la Banca MPS paga il 9% di interessi dopo le imposte. Un salasso mortale. Profumo fa bene a porvi un rimedio, ancorché non totale. E’ dovere del management salvaguardare anzitutto l’azienda, ovvero la compagine azionaria nel suo complesso, i dipendenti, i creditori, i clienti. E tuttavia nelle società per azioni contano i voti connessi a questi titoli. I detentori delle azioni, a loro volta, hanno doveri verso i loro mandanti. Diventa pertanto arduo prescindere dal socio che può controllare l’assemblea.

PROFUMO COME BERNABÈ

La posizione di Alessandro Profumo è paragonabile a quella di Franco Bernabé. L’uno deve fare i conti con la Fondazione MPS, l’altro doveva farli con la holding Telco, che ha il 22,4% di Telecom Italia. Sia la Fondazione sia Telco hanno bilanci ai piedi di Cristo. Sia la Banca MPS sia Telecom andrebbero ricapitalizzate. In entrambi i casi, il mercato da solo non basta. Per Telecom (o per un’eventuale società della rete) si parla della Cassa depositi e prestiti a integrazione del contributo privato. Per la banca senese, lo Stato e’ già azionista sui generis e tale resterebbe, sia pure in misura ridotta, dopo l’aumento di capitale. Al dunque, Telco ha liquidato Bernabé per consentire la risistemazione degli affari tra i suoi soci senza mettere mano al portafoglio. La Fondazione MPS ha stretto alle corde Profumo. I due manager sognano la public company. Auguri. Senza statuti pieni di pillole avvelenate o senza tutoraggi governativi, una public company italiana durerebbe fino a quando il management non la sposasse a qualcun altro ovvero fino a quando non venisse scalata. Nel primo caso non ci sarebbe niente di male se tutto avvenisse in trasparenza, nel secondo caso molto dipenderebbe dalla solidità e dalla competenza dello scalatore.

IL CASO TELCO

Punto b) Gli effetti negativi delle scelte di Telco su Telecom già si vedono e formano addirittura materia d’indagine della magistratura. Che cosa sarà della Banca MPS lo vedremo. Non è detto che sia la stessa cosa: c’è ancora una vigilanza della Banca d’Italia. Per ora va notato come Telco abbia una buona stampa, nonostante per l’ennesima volta beffi gli azionisti di minoranza: osteggiare i disegni di Mediobanca, Generali e Intesa Sanpaolo (che vorrebbero vendere al loro socio spagnolo Telefonica) non è mai consigliabile a chi costruisce il proprio futuro sulle buone relazioni. La Fondazione MPS, invece, e’ considerata la pecora nera in un gregge di pecore che vengono dipinte spesso di grigio. Ma c’è qualcosa che stona in certi cori. Sul piano generale, perché le fondazioni sono state utili a sostenere le banche durante il dopo Lehman senza oneri per lo Stato, quando in altri Paesi che alzano sempre il ditino è scattato il socialismo bancario. Certo, hanno piazzato nei consigli anche personaggi improbabili. Ma sono sempre probabili i membri delle varie consorterie privatistiche che pullulano nei consigli? Chi conosce gli uni e gli altri ci va piano con le pregiudiziali ideologiche. Sul piano particolare, la stonatura si coglie quando alcune banche (Mediobanca e JP Morgan) formano il consorzio di garanzia dell’aumento di capitale che adesso c’è e domani chissà e, al tempo stesso, sono creditrici della Fondazione, e dunque pronte a soffiarle il pacchetto azionario alla metà del valore corrente. E non parliamo delle vendite allo scoperto che si sospetta abbiano preparato l’assemblea di Banca MPS.

NESSUN FUTURO PER LA FONDAZIONE MPS

Detto questo, e cioè dato alle fondazioni quel che va loro riconosciuto, è concesso pure a Siena quanto è giusto, va detto con chiarezza che la Fondazione MPS non ha più un futuro come socio di riferimento della banca. L’ultimo treno, se le indiscrezioni sono corrette, l’ha perso quando ha rifiutato il soccorso che veniva dalla Fondazione Cariplo e da altri enti nonché da un partner privato. La Fondazione MPS ritiene di poter ottenere di più, ancorché non sia noto ne’ come ne’ quando, senza mettere a rischio la banca. L’offerta di Giuseppe Guzzetti aveva a suo fondamento lo scopo di prevenire gli attacchi contro le fondazioni in quanto tali che scatterebbero all’indomani di un fallimento della Fondazione senese. Ma in questo fine, politicamente condivisibile, c’è anche il suo limite, che deriva sia dall’indebolimento patrimoniale degli enti, che non possono più fare da scudo alle grandi banche italiane sia dall’insufficiente rinnovamento dei loro gruppi dirigenti, insufficiente non tanto per l’età quanto per la formazione politico-professionale di molti.

UN PASSO INDIETRO DOVE TUTTO È INIZIATO

Punto c) A questo punto della storia temo che si debba tornare al punto di partenza. E cioè ai Monti Bond. Queste strane obbligazioni, che si pretende siano assimilabili al capitale e come tali conteggiate nel patrimonio di vigilanza, non hanno funzionato come forma di ricapitalizzazione vera della Banca MPS: troppo costose, come abbiamo visto. Ma non hanno funzionato nemmeno come ponte verso un nuovo assetto proprietario.La Fondazione MPS ha poteri legittimi che esercita. Si deve prendere atto che il ministero dell’Economia, pur gradendo o forse sponsorizzando l’iniziativa di Guzzetti, non è stato in grado di costringere la Fondazione MPS ad accettare un’offerta inferiore ai corsi azionari attuali ma superiore alla soglia pattuita con le banche creditrici. E’ giunto il momento di decisioni non convenzionali. È stato dato tutto il tempo al management, alla Fondazione e pure al mercato finanziario che non si è certo mobilitato per l’assemblea. Se il risultato è questo, la scelta più saggia diventa quella di fare oggi quello che sarebbe stato saggio fare anche ieri: nazionalizzare la Banca MPS convertendo i Monti Bond in azioni ai valori di mercato.

LA SCELTA MIGLIORE

Ai fini dei conti aziendali, la conversione totale sarebbe meglio del rimborso parziale sul quale ha lavorato Profumo. Lo Stato avrebbe i due terzi del capitale, e dunque la maggioranza del consiglio di amministrazione; la Fondazione il 10-12% di un capitale più grande e i posti assegnati dallo statuto alle minoranze azionarie. Profumo avrebbe alle spalle i dirigenti di via XX Settembre e il ministro dell’Economia. Che sarebbero interessati a rivendere non appena il management avesse perfezionato l’opera sua. Senza correre i rischio di varare una grande banca a capitale diffuso ma in pieno turn around, e dunque poco costosa e facilmente scalabile. E senza nemmeno correre i rischi dei colpi di testa finali di una fondazione disperata. Certo, se si pensa che l’Italia possa avere un futuro con il suo risparmio in mani estere e con le grandi imprese ridotte a filiali di multinazionali lontane, allora tutto questo discorso cade. Ma bisogna dirlo…

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