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L’impegno americano verso la promozione globale della democrazia politica è entrato in un “anno sabbatico”? E’ un’ipotesi che circola ai massimi livelli della diplomazia Usa, creando allarme specie nei campioni dell’interventismo umanitario e della “responsabilità alla protezione”, come l’ambasciatrice al Palazzo di Vetro Samantha Power.

Ma, secondo il presidente del Center for New American Security (Cnas) Richard Fontaine “La promozione dei diritti umani e della democrazia è parte integrante della grandezza americana, ed è intrinsecamente legata a come veniamo visti nel mondo”. Rinunciarvi, dunque, sarebbe un errore anche dal punto di vista degli interessi “realisti”.

Di più, dice Fontaine, su questa piattaforma di trasformazione sociale globale gli Usa devono impegnarsi con alleati come Europa, India, Giappone e Indonesia, e in questa chiave affrontare la sistemazione dei dossier siriano, egiziano e cinese, dove le questioni militari (armi chimiche, Sinai, e difesa aerea) dovranno avere la stessa priorità della regolazione dei diritti umani, secondo valori universali e non solamente americani.

L’intenzione è lodevole ma il fatto che il think tank ricolleghi la sua mission a Ronald Reagan e al suo Discorso di Westminster dell’8 giugno 1982 (quando il presidente californiano diede un impulso alla democratizzazione nell’Est europeo come linea politica comune euroatlantica) dice molte cose. Innanzitutto, è davvero difficile (forse esercizio impossibile) applicare le lenti destra/sinistra alla politica estera americana. L’interventismo liberale può piacere per vari motivi (non sempre chiarissimi) alla sinistra europea, ma affonda le radici nell’eccezionalismo e dunque nell’idea imperiale Usa. In secondo luogo, il suo sfondo geopolitico è una realtà di potere “piatto” in cui gli egemoni producono legge e ordine, perché hanno una responsabilità economica ed etica, dunque mettendo capo ad un multilateralismo egemonico più che un multipolarismo paritario, che era nelle corde dell’Unione europea e della stessa sinistra che, a partire dagli anni Novanta, prese in carico l’eredità gollista. Una visione, quella illustrata da Fontaine, vicinissima poi al concetto di “poliziotto globale”. Terzo, queste discussioni ci dicono che l’insufficiente interventismo sta diventando un punto debole di Obama proprio laddove stava la maggiore forza del presidente nero almeno nel primo mandato, fino alla Libia, ovvero in politica estera.

Una maggioranza di americani per la prima volta dall’inizio delle rilevazioni del Pew Research CenterAmerican Place in the world” ritiene che gli Stati Uniti debbano occuparsi di più dei loro interessi e lasciare che il resto del mondo “se la cavi”. Al tempo stesso l’80% dei repubblicani, il 74% degli indipendenti e il 46% dei democratici afferma che gli Usa sono meno rispettati nel mondo oggi di quanto lo fossero 10 anni fa. Paradossale, perché il 2003 è l’anno dell’Iraq e delle manifestazioni oceaniche europee contro l’intervento unilaterale di Bush. Evidentemente, la nostalgia di quei tempi, ufficialmente esecrati dall’élite segnala dalle parti di Washington una pressione montante su Obama (oltre a chiarire che l’opinione pubblica americana dà ben poco peso alle perplessità europee). Lo dimostra il fatto che tra i membri del Council on Foreign Relations, think tank centrale nel policy-making internazionale Usa, il 62% ritenga che Washington sia meno importante oggi di quanto non lo fosse 10 anni fa, e il 44% si dichiari deluso dalla politica estera obamiana.

Infine, significativo che Fontaine non citi tra i dossier da “riaprire” quello iraniano. Evidentemente il consenso su un progetto ancora in fieri chiede riservatezza e prudenza.

La politica estera ora è il tallone d'Achille di Obama

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