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Pubblichiamo il commento di Federico Guiglia uscito su l’Arena di Verona

La petizione dice così: “Ministro, ritira la firma che vieta d’insegnare in italiano all’Università!”.
Il ministro è Maria Chiara Carrozza, l’Università è il Politecnico di Milano e la petizione è promossa dall’Associazione radicale per l’esperanto, che si batte da tempo e con sensibilità per valorizzare la lingua nazionale, sottoposta a ogni genere di mortificazione. La più grave delle quali è la pretesa, purtroppo in corso, di cancellare l’insegnamento in italiano nei corsi di laurea magistrale e di dottorato di ricerca presso il già citato Ateneo.

IL CASO DEL POLITECNICO
Dall’anno prossimo tutto e solamente in inglese, ha stabilito il Politecnico milanese. Come se la lingua millenaria di Dante fosse uno svantaggio per il futuro lavoro di architetti e ingegneri in Italia e nel mondo. Come se l’italiano non fosse “la lingua ufficiale dello Stato”, secondo quanto stabilisce una norma costituzionale. Come se l’Università pubblica non fosse pagata dagli italiani, che avranno pure il diritto inalienabile di trasmettere ai loro figli la lingua appresa dai loro padri anche al massimo livello di studi.

LA RABBIA DEI DOCENTI
Contro questo tentativo del Politecnico in nome di una malintesa “internazionalizzazione” che in nessun Paese d’Europa s’esprime con la rinuncia alla madrelingua nazionale a beneficio dell’inglese, un centinaio di docenti universitari ha promosso e vinto un ricorso al Tar della Lombardia, sette mesi fa.

INACCETTABILE IMPOVERIMENTO
Ma il Politecnico ha impugnato al Consiglio di Stato tale sentenza. Una sentenza, quella del Tar, che aveva bocciato con motivazioni durissime la decisione accademica non già – attenzione! – di aggiungere corsi e insegnamenti “anche” in inglese, ma di prevederli “al posto” di quelli in italiano. Non un arricchimento, ma un impoverimento. Non universalità, ma provincialismo. Così la lingua nazionale verrebbe cancellata in un alto ambito pubblico che, al contrario, dovrebbe ben conoscerne e riconoscerne il valore agli occhi del mondo.

RADICI DA PRESERVARE
L’argentino Papa Francesco s’è rivolto in italiano, lingua ufficiale della Chiesa, al miliardo e passa di credenti durante il tradizionale saluto “urbi et orbi” in mondovisione. La musica lirica “parla” italiano in ogni continente dov’è rappresentata e ascoltata. Nello sport più popolare del pianeta, il calcio, l’italiano è una delle lingue più diffuse grazie ai tanti stranieri che da anni frequentano la serie A, e ai tifosi d’ogni nazione che guardano le nostre partite in tv: chiedere conferma al nuovo presidente dell’Inter, l’indonesiano Erick Thohir. Proprio il Politecnico di Milano non può ignorare che, da Michelangelo in poi, l’architettura, l’arte e la scienza delle costruzioni siano intrise di storia e di lingua italiane al di là di ogni confine. Gli stranieri vengono qui a studiare il Rinascimento, e in italiano, of course.

LA PETIZIONE AL MINISTRO
Sorprende, allora, che a firmare il ricorso al Consiglio di Stato contro l’importante sentenza salva-italiano del Tar, sia il ministro dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca in persona e pro tempore. Da qui la petizione dei radicali a Maria Chiara Carrozza di “ritirare la firma”. La questione è semplice: può un ministro che ha giurato fedeltà alla Costituzione della Repubblica italiana, e che rappresenta la cultura del nostro Paese e della sua insostituibile lingua italiana, non immaginare l’”effetto che fa” il suo gesto?
Intanto, il Consiglio di Stato ha negato la sospensiva che il Politecnico di Milano reclamava. Dover difendere l’uso dell’italiano in un’Università pubblica d’Italia: che insopportabile tristezza.

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