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L’INPS presenta due problematiche di natura finanziaria ed altrettante a livello sociale/macroeconomico.
La prima riguarda il periodo di passaggio dal vecchio sistema all’attuale, detto “contributivo”, introdotto quasi vent’anni fa, ma non ancora a regime: lo sarà quando non ci saranno più pensioni erogate col vecchio regime.

Quindi, oggi, l’INPS paga milioni di pensioni per cui erano stati versati sufficienti contributi durante il vecchio regime (che si basava, però, sul principio che gli occupati pagassero per i ritirati), ma anche per le “pensioni baby”, le categorie speciali (elettrici, postali, ferrovieri i cui nuovi assunti non versano più alla gestione specifica, ma al calderone dei dipendenti), le pensioni d’oro. Un discorso aggiuntivo riguarda i lavoratori pubblici ex Inpdap di cui si volle, ai tempi del governo Monti, l’assorbimento dentro l’INPS in modo affrettato e non chiaro: la vera ragione del disavanzo dei pubblici risiede nel fatto che da molti anni né si applicano i nuovi contratti (che avrebbero dato maggior gettito), né si sostituiscono i lavoratori andati in pensione. Si crede, insomma, che, tagliando i dipendenti pubblici o le loro paghe (compresi buoni pasto e straordinari) lo Stato risparmi: invece succede il contrario, perché si riducono le entrate sia previdenziali, sia tributarie in quanto l’azione è sempre deflattiva o recessiva e comporta – alla fine – l’esigenza di aumentare la pressione fiscale invece di ridurla.

Si può intervenire retroattivamente su tali situazioni e anche sulle pensioni baby, le categorie speciali e le pensioni d’oro, ma per non fare peggio – ed è stata la specialità degli ultimi governi – occorre avere attenzione a non compiere azioni controproducenti, vale a dire deflattive e recessive: ad esempio, si potrebbero ridurre le pensioni d’oro oltre i 10.000 euro mensili perché è un po’ prima di tale trattamento che le rispettive famiglie accentuano la tendenza al risparmio e non contribuiscono più adeguatamente al sostegno dei consumi (che ci accompagnerebbe fuori dalla cosiddetta crisi). Ridurre le altre pensioni, come si è già accennato, peggiorerebbe la situazione, non ostante le apparenze.

La seconda problematica attiene alle componenti non previdenziali (assistenzialismo improprio) nascoste nelle pieghe dei trattamenti di molte categorie; ma bisogna sempre considerare che singole gestioni in disavanzo sono tali perché si devono pagare le pensioni maturate, mentre i nuovi assunti versano al calderone generale; si tratta, infatti, di un problema finanziario (di liquidità) non strutturale, perché – a regime – il contributivo è in equilibrio per ragioni matematiche (anche se dovremmo approfondire cosa succederebbe a fronte di continue riduzioni annuali del PIL nominale).

Lo Stato consente il recupero di quanto l’INPS eroga alle imprese ed alle famiglie in assistenza vera e propria (Casse integrative, mobilità, invalidità, ecc.).
Il vero problema è, invece, sociale e non finanziario: se le future pensioni saranno inferiori a quelle di povertà – non per colpa del contributivo, ma per l’esiguità dei versamenti dovuta a retribuzioni troppo basse e a consistenti periodi di disoccupazione – si deve riaprire il discorso sui redditi di cittadinanza: ma non c’è spazio per questo senza rinegoziare i Trattati europei o ripristinare la sovranità monetaria dentro l’euro o fuori di esso.

Infine, c’è il problema sociale e macroeconomico della coerenza tra i vari aspetti delle politiche di Bilancio e di stabilità: peggiorare la situazione dei dipendenti pubblici (e, più in generale, quella di tutti i lavoratori anche autonomi) allontana la ripresa e finisce per comportare la insostenibilità o dei tagli della spesa o della pressione fiscale. Anche il cosiddetto taglio del cuneo fiscale non ha senso se si debbono ripristinare le risorse mancanti con altre tasse o altri tagli che deprimono la domanda.
È utile trovare gli sprechi per eliminarli, ma bisogna aver consapevolezza del fatto che se la nostra spesa pubblica corrente (al netto degli interessi) sul PIL è più bassa di quella degli altri Paesi europei pochi milioni di euro di risparmi non serviranno a compensare i molti miliardi di buchi dovuti alle perduranti errate politiche economiche: se la coperta è corta occorre che qualcuno si alzi dal letargo, apra l’armadio e prenda la coperta più grande.

Antonino Galloni

Sindaco dell’INPS dal 2010 e dell’Inpdap dal 2002; dal 1990 direttore generale al Ministero del Lavoro alla Cooperazione, Osservatorio sul Mercato del Lavoro, Politiche per l’Occupazione Giovanile e Cassa Integrazione Straordinaria nelle grandi imprese.

Perché l'Inps sta per scoppiare

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