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Torna a soffiare lo spirito del Concilio sulla penisola iberica. La Commissione episcopale spagnola (l’organo della conferenza episcopale incaricato di promuovere e coordinare la pastorale liturgica) ha chiesto di fare passi avanti per “attualizzare la liturgia” e accostare ancora di più i fedeli al sacramento dell’Eucaristia.

L’occasione era data dal Cinquantesimo anniversario della promulgazione della costituzione Sacrosanctum Concilium sulla sacra liturgia, promulgata da Paolo VI il 4 dicembre 1963. Tanti sono i passi compiuti in questi cinquant’anni, ha spiegato il segretario della commissione episcopale sulla liturgia, Juan Maria Canals, ma tanto rimane ancora da fare: “Il passo più importante è stato l’introduzione della lingua volgare al posto del latino nelle celebrazioni. E’ stata questa la chiave che ha consentito alla gente di comprendere ciò che stava celebrando nell’eucaristia e che ha aiutato ad aumentare la partecipazione dei fedeli”.

“Bisogna aiutare i fedeli ad accostarsi sempre di più all’Eucaristia”

Molto altro è stato fatto, in questi cinquant’anni, aggiunge Canals: dalla riforma dei libri liturgici alla “interculturalità” che ha consentito di “ritoccare e adattare qualche elemento affinché il Vangelo sia compreso da più persone”. Ma molto rimane ancora da fare, perché “il numero dei fedeli che partecipano alle messe sta diminuendo e questo on è solo colpa della liturgia, ma anche della società contemporanea”. La questione, dunque, viene posta sul tavolo: “Nel prossimo mezzo secolo il lavoro dovrà puntare sulla formazione di un sentire teologico, biblico e spirituale” con l’obiettivo di far sì che i fedeli si accostino all’eucaristia e conoscano Cristo attraverso la liturgia. La presa di posizione dell’organo della conferenza episcopale spagnola rientra in uno spettro più ampio di appelli in favore di una rivisitazione della liturgia pronunciati nelle settimane e nei mesi seguiti all’elezione di Francesco.

Il cardinale Kasper: “Rimane ancora molto da fare”

Dopo le parole dell’ex maestro delle cerimonie, mons. Piero Marini, che si è detto affetto da “una nostalgia per lo spirito del Concilio”, erano arrivate le dichiarazioni del cardinale tedesco Walter Kasper. Il teologo tedesco, considerato uno dei pochi a poter tener testa al “collega” Joseph Ratzinger,  scriveva sull’Osservatore Romano del 18 ottobre che “l’attuazione della costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium, alla base della riforma liturgica adottata dalla chiesa cattolica, presenta un bilancio largamente positivo ma bisogna riconoscere che resta ancora molto da fare per consentire ai fedeli di entrare veramente nel mistero eucaristico”. In particolare, si leggeva sul giornale della Santa Sede, “la chiesa cattolica non è un museo di archeologia. Essa è l’antica fontana del villaggio che dà l’acqua alle generazioni d’oggi, come la diede a quelle del passato”. E’ questa una citazione dell’omelia che Giovanni XXIII tenne nel novembre 1960. Ed è a queste parole che Kasper si è riferito quando ha parlato di “liturgia non come luogo di spettacolo ma come sorgente a cui abbeverarsi”. Ma alla “democratizzazione” della liturgia – “da qui l’idea fondamentale della partecipazione dei fedeli, non più spettatori ma attori, non più oggetti ma soggetti”, si legge nel pezzo dell’Osservatore Romano – non può fermarsi ora.

Il rischio di scontrarsi con i tradizionalisti

I settori più conservatori e tradizionalisti guardano con sospetto alle mosse di Francesco: il latino sempre meno usato nelle celebrazioni papali (oggi per l’ordinazione episcopale in San Pietro di mons. Speich e mons. Godler sarà usato l’italiano), il gregoriano quasi scomparso, i paramenti più semplici rispetto al lento e paziente recupero benedettiano. La Sacrosanctum Concilium è il nervo scoperto dei conservatori che avevano trovato consolazione nel Summorum Pontificum di Benedetto XVI che nel 2007 aveva autorizzato la celebrazione della messa tridentina secondo il messale del 1962 promulgato da Giovanni XXIII. Andare a toccare la liturgia, magari teorizzando la riforma della riforma, porterebbe a un punto di rottura difficilmente sanabile. Un capitolo che, a ogni modo, non sembra essere tra le priorità di Francesco, il gesuita che nec rubricat nec cantat.

 

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