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Pubblichiamo un articolo di Affari Internazionali

Mentre a Belgrado si celebravano funerali di stato per Jovanka Broz, vedova dello storico leader jugoslavo Tito, il governo serbo era concentrato sulla preparazione delle elezioni municipali in Kosovo tenutesi una settimana dopo, il 3 novembre.

L’accostamento dei due eventi sintetizza, in modo semplicistico, la situazione della Serbia di oggi: in equilibrio tra passato e futuro. L’ultima icona della Jugoslavia se ne va proprio alla vigilia di un voto decisivo per le aspirazioni europee di questo paese balcanico, al centro dei conflitti degli anni ’90, ora fondamentale per la strategia di stabilizzazione regionale di Bruxelles.

In realtà, la svolta pro-europea era già avvenuta da qualche tempo a Belgrado. E il voto dei serbi, che sono maggioranza nel Kosovo settentrionale, è uno dei frutti di quella svolta che ha prodotto l’accordo con il governo kosovaro dell’aprile scorso, garantendo una forma di autonomia locale ai serbi del Kosovo, ma preservando la sovranità di Priština.

DUE PORTE
Nel 2012, la sconfitta alle elezioni politiche del Partito democratico di Boris Tadić, fortemente pro-Ue, a favore di una coalizione di partiti guidati da ex-nazionalisti come il neo-presidente Tomislav Nikolić, aveva inizialmente allarmato alcune cancellerie europee. Della nuova leadership non convincevano, a parte alcune dichiarazioni goffamente nazionaliste, le intenzioni di mantenere “equidistanza” tra Bruxelles a Mosca.

Nikolić tratteggiò in parlamento l’immagine di una casa con due porte, una verso ovest e l’Unione europea, un’altra verso est e la Russia. Tali propositi non hanno retto alla prova dei fatti: a parte utili investimenti in settori chiave delle infrastrutture e dell’industria, la Russia non appare determinante nel generare i cambiamenti di cui la Serbia ha bisogno.

Come ha indicato più recentemente il primo ministro Ivica Dačić, le aspirazioni del governo sono di avere “la Serbia in Europa, e l’Europa – valori, regole e strutture – in ogni singolo villaggio serbo”.

Tali aspirazioni sono ben impersonate dal popolarissimo vice premier Aleksandar Vučić che, mentre Dačić si concentrava sulla politica estera e sull’accordo con Priština, ha preso le redini della politica interna ed economica. Leader del Partito progressista che detiene la maggioranza relativa in parlamento, Vučić ha lanciato una campagna contro la corruzione, una delle cause dell’impopolarità dell’ex-presidente Tadić, giudicato debole nel combatterla. Risultato: decine di politici e uomini d’affari arrestati.

Anche se confortata dal supporto popolare, tale politica è fortemente criticata dall’opposizione, soprattutto dal Partito democratico, ora guidato da Dragan Dijlas, ex-sindaco di Belgrado che vede presi nella rete molti suoi esponenti e ritiene gli arresti politicamente motivati.

CARTA BIANCA
Vucic ha guadagnato credito sufficiente per avere carta bianca sulle riforme economiche che richiederanno impopolari misure di austerità. In Serbia un altissimo livello di disoccupazione si combina a elevato debito pubblico e debole crescita, intorno al 2% quest’anno, dopo un 2012 con segno negativo.

Oltre a iniziative mediatiche, come la designazione del controverso ex-direttore del Fondo monetario internazionale Domenique Strauss-Kahn come consigliere economico, Vučić ha nominato due tecnocrati di sua fiducia ai dicasteri economico-finanziari e trovato investitori stranieri. Dopo Ue e Russia, gli Emirati Arabi figurano tra i partner privilegiati, con investimenti in trasporti aerei, agricoltura e turismo.

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Andrea Cellino è direttore del Dipartimento politico e di pianificazione presso la Missione Osce in Bosnia Erzegovina. Le opinioni qui espresse sono sue personali.

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